INTERVISTA CON GIOVANNI GUALDONI!

Prima intervista del 2019 ! L'ospite odierno è lo sceneggiatore e scrittore Giovanni Gualdoni, del quale recentemente ho presentato il suo libro Leonardo da Vinci. Il Rinascimento dei Morti (ne ho parlato QUI). Nel corso della sua ormai ventennale carriera (e questa intervista è il mio modo per omaggiare l'anniversario) Giovanni ha contribuito a rinnovare il fumetto italiano ed europeo creando e sceneggiando numerose serie a fumetti. Molte produzioni (come il fantasy Akameshi e L'Anello dei Sette Mondi nate inizialmente per il mercato francese  sono state tradotte anche da noi) nascono sotto il marchio del Settemondi Studio che riuniva sotto di sé numerosi sceneggiatori e disegnatori tutti uno più bravo dell'altro. Il suo lavoro più importante di questa fase rimane però Wondercity creato e sceneggiato da Gualdoni stesso e disegnato da diversi validi artisti della scuola Disney. Wondercity diventa un buon successo internazionale  risultando pubblicato in numerosi paesi europei (Francia; Spagna; Portogallo; Croazia; Grecia e Turchia. Per l' Italia pubblica la nostrana Free Books). Altro progetto purtoppo sfortunato è l' horror Dr. Voodoo. Nel 2006 Giovanni entra nello staff bonelliano con la qualifica di redattore creando numerose storie per l'Indagatore dell'Incubo Dylan Dog, diventandone anche curatore della testata dal 2010 al 2013 (e anche di questo parleremo nell'intervista!). Attualmente oltre a continuare il suo lavoro di soggettista e sceneggiatore Giovanni Gualdoni è curatore delle testata Martin Mystere- Le nuove Avventure a Colori. Ma non solo!
Ringrazio Giovanni Gualdoni per la sua disponibilità, per la sua gentilezza e per essersi prestato a questa lunga intervista!
A tutti quanti voi invece auguro una buona lettura! A presto con le nuove Interviste Nocturne!


Armadel ! Il primo Iperfumetto italiano.

Nick: Ciao Giovanni, sei il benvenuto su Nocturnia, come prima domanda ti va di raccontarci dei tuoi inizi? Cosa ti ha avvicinato al mondo del fumetto?

Giovanni Gualdoni:  Leggo fumetti fin da bambino. Ho cominciato, come credo molti, con Topolino, il Giornalino e il Corriere dei Ragazzi. Il mio primo fumetto da adulti è stato un Dylan Dog, e, per l'esattezza, il 29, "Quando la città dorme", scritto da Medda, Serra &Vigna e disegnato da Montanari & Grassani. Ricordo di averlo acquistato perché, nella mia classe, all'epoca frequentavo le medie, c'era una ragazza che mi piaceva e con cui non avevo argomenti in comune. Un giorno ho scoperto che leggeva l'OldBoy e, nella speranza di fare colpo, l'ho acquistato anch'io. Con la compagna di scuola non è mai accaduto nulla, ma in compenso da lì ho iniziato a collezionare tutti gli albi della serie e, successivamente, tutti quelli della Bonelli. Finite le medie ho convinto i miei genitori ad iscrivermi al Liceo Artistico e lì ho cominciato a comprare manga e comics. Per farlo non mangiavo durante la pausa pranzo e usavo il denaro che mettevo da parte per i fumetti. Da lì la passione è esplosa e mi ha portato ad iscrivermi ad una scuola specializzata, vale a dire la La Scuola superiore d'Arte applicata all'Industria. O, come la chiamavamo tutti: Scuola di Fumetto del Castel Sforzesco, perché, in quegli anni, si trovava proprio dentro al castello, in uno scenario da favola. Quando arrivai alla scuola ero convinto di voler fare il disegnatore di fumetti ma mi scontrai quasi subito con la dura realtà: molti compagni erano molto più bravi di me e facevano molta meno fatica a disegnare. Ebbi un periodo di sconforto che finì quando feci la scoperta, sempre rapportandomi con quegli stessi compagni, che talento per il disegno e immaginazione non sempre andavano a braccetto. In pratica molti di loro non sapevano costruire storie mentre a me le idee venivano senza difficoltà. Da qui la decisione di smettere di disegnare e iniziare a scrivere. Prima racconti brevi e poi sceneggiature.



Nick: In particolare chi sono gli autori ed i comics che sono stati maggiormente importanti per te, prima come lettore e poi come autore?
Naturalmente puoi citare anche libri, film, telefilm e dischi e tutto quello che ti viene in mente.

Gualdoni: In realtà io non ho degli autori che prediligo ma delle opere che mi piacciono e che penso possano avermi arricchito ed aiutato nella mia professione. Le prime che mi vengono in mente sono Akira di Otomo, Watchmen di Moore, molti dei primi Tex di G.L. Bonelli, quasi tutte le opere di Tezuka, di Jodorowsky e di Castelli. Ce ne sarebbero tantissime altre. Troppe per elencarle. E questo solo restando nel campo dei fumetti. Se parliamo di libri, film e telefilm l'elenco è sterminato. Sono un consumatore bulimico e di bocca molta buona. Vado dal cinema muto ai collossal. Dalle saghe ai fan film. Ritengo che anche nella peggiore delle opere possa esserci qualcosa di valore.

Nick Veniamo adesso alle tue origini professionali; se non ricordo male tutto comincia nel 2000 quando la Mediacomics ti chiama a realizzare una vera e propria operazione pioneristica per quei tempi: collaborare alla creazione di "Armadel" il primo webcomic (all'epoca si chiamavano ancora iperfumetti) italiano. Come andarono le cose? Come fosti coinvolto e cosa realizzasti per "Armadel"? Nel caso che differenze ci sono tra webcomics ed iperfumetti?

Gualdoni: In realtà anche se il fumetto uscì nel 2000, la collaborazione con Mediacomics iniziò nel 1999. Ci tengo a sottolinearlo perché quest'anno festeggio il piccolo traguardo dei vent'anni da sceneggiatore professionista. Il mio ingresso in Mediacomics avvenne tramite l'amicizia con Gabriele Clima, co-ideatore e direttore artistico del progetto, oltre che mio compagno di scuola al Castello Sforzesco. All'epoca il mio ruolo era quello di sviluppare un gioco online ipertestuale che avrebbe dovuto arricchire il sito. Poi, però, la cosa mi prese la mano e, di mia iniziativa, scrissi una lunga bibbia testuale che illustrava il mondo in cui si sarebbero svolte le avventure. La cosa piacque e fui preso come co-scenggiatore e, in seguito all'abbandono dello sceneggiatore principale, finìi per scriverlo quasi interamente io e Gabriele Clima, con cui in seguito lavorai anche per altri fumetti tradizionali. Anche se per molti Armadel è stato il primo webcomics italiano, noi preferiamo ricordarlo come il primo iperfumetto della Storia. Questo perché non era semplicemente un fumetto che si poteva leggere online ma, per via del fatto che, all'interno delle pagine, erano presenti numerosi collegamenti, sia sotto forma di iperstesto che, appunto, di iperfumetto. Si poteva, insomma, cliccare su alcune parole dentro ai baloon e aprire finestre pop up di approfondimento che, a loro volta, potevano portare ad altre pagine, al gioco online, a un secondo fumetto umoristico a strisce. E lo stesso valeva se si cliccava sui personaggi, sulle attrezzature, sulle automobili, le case e tanto altro ancora. Insomma, lo si poteva leggere come una normale storia a fumetti o esplorarla per ore come fosse una specie di videogioco.

Nick:  Come abbiamo detto "Armadel" fu il primo webcomic italiano (se non ricordo male subito dopo di voi arrivò "Alias" che si poteva leggere sulle ricariche telefoniche della scomparsa compagnia Blu). A distanza di venti anni come giudichi qualitativamente il vostro pionieristico progetto?

Gualdoni: A mio avviso il progetto messo in piedi da Mediacomics era incredibile. Tralasciando l'enorme quantità di lavoro che vi era dietro e il coinvolgimento di un gruppo di autori che all'epoca erano quasi tutti esordienti e che oggi sono delle eccellenze del settore (Matteo Piana, Alberto Ponticelli, Alessandro Piccinelli, Alfio Buscaglia, Davide Gianfelice, solo per fare qualche nome) c'era proprio un'idea di base, quella appunto dell'iperfumetto, che, pur già sfruttata nei videogiochi, era enormente avanti per quell'epoca. Quello che non funzionò, pur avendo la sponsorizzazione del Corriere della Sera, era la lentezza della banda internet dell'epoca che rendeva lungo il caricamento delle pagine, impedendo di immergersi pienamente nella storia e ottenere dal lettore la sospensione dell'incredulità che è ciò che ci da il piacere della lettura di un libro o di un fumetto o la visione di un film o una serie televisiva.

Nick:  Subito dopo inizia la tua collaborazione con il mercato francese, con Stefano Turconi realizzi il fantasy "Akameshi" (ed.Soleil) ed assieme a colleghi come Matteo Piana e Davide Turotti costituisci "Lo Studio 7 Mondi" con il quale realizzate la saga quasi omonima " L'Anello dei 7 Mondi" (Humanoides Associes). Che anni sono stati quelli umanamente e professionalmente?

Gualdoni: Lavorativamente furono gli anni più faticosi e più belli della mia vita. I rapporti con gli altri autori erano di genuina amicizia e di reciproca ammirazione e rispetto. Si lavorava, si mangiava, si viaggiava tutti insieme. Eravamo come una grande meravigliosa famiglia. Il lavorare per la Francia, poi, è qualcosa che devi averlo vissuto per poterlo capire. I lettori erano bambini e anziani, uomini e donne, e tutti davvero appassionati di una certa opera o di un certo autore. Gli editori, se l'idea piaceva, ti mandavano i contratti nel giro di poche ore e i compensi erano il triplo di quelli che si guadagnava qui in Italia. Senza contare i diritti che gli autori tenevano sulle opere e il rispetto che gli editor avevano nel suggerire, e mai imporre, modifiche e aggiustamenti.

Nick:  Come nacque lo Studio 7 Mondi, chi fu coinvolto e quali furono le cause che portarono alla sua formazione?

Gualdoni: L'esperienza di Armadel si era appena conclusa e, per dirla brutalmente, io e un'altra dozzina di persone tra disegnatori, sceneggiatori e coloristi ci ritrovammo a spasso. Io, però, non accettavo l'idea che tutto quel talento che avevamo messo insieme andasse disperso e proposi di creare dei nuovi progetti e provare a vederli. Realizzammo sette progetti composti ognuno di tre tavole, qualche foglio di studi dei personaggi e una pagina di word a testa di presentazione. Cinque di quelle serie erano scritte da me, una da Alex Crippa e un'ultima da uno sceneggiatore di Roma che all'epoca non conoscevo ma che era amico di un disegnatore con cui avevo lavorato su Armadel. Impaginai tutto e cominciai a spedire questa sorta di catalogo a ogni editore italiano di cui avevo recuperato, non senza fatica, l'indirizzo mail. Praticamente quasi tutti gli editori di quel periodo. Nessuno mi rispose mai. Pur abbattuto, non dissi nulla agli altri membri del gruppo, che erano convinti che la bontà del nostro lavoro sarebbe stata premiata. Alla fine mi venne un'idea folle. Mi ricordai che una mia ex fidanzata, anche lei fumettista, l'anno prima aveva portato un book con i suoi disegni alla fiera francese di Angouleme. Pur giudicata brava, le dissero che loro cercavano solo progetti già ben strutturati mentre i suoi erano semplici disegni ed illustrazioni. Passai così una notte a cercare le e-mail delle principali Case editrici francesi, riuscendo infine a trovarle. Feci tradurre il catologo in francese da un traduttore madrelingua e, mosso dalla disperazione e con poca o nulla convinzione che la cosa avrebbe portato risultati, spedii il tutto. Nel giro di poche ore mi risposero i primi due editori e tutti gli altri mi scrissero il giorno dopo. Alcune mail contenevano delle vere e proprie proposte di acquisto con tanto di contratto. Vinta l'incredulità, informai gli altri e tutti insieme decidemmo di fissare degli incontri ad Angouleme e valutare sul posto la serietà delle proposte e a chi vendere cosa. A quel punto sognavamo di vendere tutti e sette i progetti ma, ovviamente, non fu così. Riuscimmo a piazzare tre dei miei: Akameshi, con Stefano Turconi, L'Anello dei Settemondi con Matteo Piana e Starlight con Alberto Ponticelli. E quello di Crippa: Cento Anime, con Alfio Buscaglia. Avevamo di nuovo un lavoro e, a quel punto, pensammo di prendere uno studio insieme. Lo trovammo a Milano e, un po' per caso e un po' per via del catalogo che avevamo chiamato SetteMondi, battezzammo anche lo studio con quel nome. Un nome che tiene tutt'ora.

Nick:  Tutte queste serie furono pubblicate anche in Italia grazie alle Edizioni BD: che differenze ci furono rispetto all'accoglienza nei due paesi? E più in generale che differenze riscontri tra il mercato e l'ambiente italiano e quello francofono?

Gualdoni: I fumetti francesi vengono venduti in libreria e non nelle edicole ormai da quasi cinquant'anni. Questo ha creato una tipologia di appassionato più vicina al lettore di libri che di fumetti popolari come sono quelli che si acquistano nelle edicole italiane. Ciò li pone nella condizione mentale di essere disponibili a spendere di più ma, anche, di pretendere che ciò che comprano non sia un semplice fumetto, ma anche un libro illustrato. E, in quest'ottica, che ci è stata spiegata da più editor, ci siamo mossi nel realizzare le nostre serie. Dopo aver pubblicato, l'accoglienza, a fiere e librerie, è stata subito molto diversa da quella a cui eravamo abituati in Italia. Si veniva ospitati dalle manifestazioni che fornivano guide, interpreti e persino automobili con autista che ti venivano a prendere all'albergo e ti ci riportavano. Il tutto, naturalmente, gratis. Mentre in Italia, almeno all'epoca, il più delle volte, gli autori pagavano persino il biglietto d'ingresso alla fiera dove sarebbero dovuti essere ospiti. In Francia ci capitava spesso di essere fermati per strada, perché riconosciuti come autori, per stringerci la mano o farci i complimenti. Infine, essendo in quel momento il mercato francese nel suo periodo d'oro, le tirature e le vendite erano anche dieci volte quelle del nostro paese. Con tutto ciò che ovviamene ne conseguiva.

Nick:  In quel periodo, mi riferisco specialmente agli anni compresi tra il 2005 ed il 2006 sei stato coinvolto nella realizzazione di diverse serie, molte nate per il mercato francese ma poi tradotte in tutta Europa (in Italia tramite Free Books su albi monografici oppure all'interno del magazine "Brand New!") cito tra le tante "Fantaghenna"e "Teknogeo". Vorrei però soffermarmi in particolare su due di queste: "Wondercity, Il Collegio delle Meraviglie" da te scritta e colorata dallo Studio Tenderini e la sfortunata "Dr. Voodoo" da te creata e disegnata da Luigi Cavenago. Sulla base di questi due lavori mi sembra di poter dire che un tema comune della tua narrativa consista nel tratteggiare tanti romanzi di formazione impostati sia la crescita dei vari protagonisti e sulle conseguenze delle scelte fatte, è una sensazione sbagliata la mia?

Gualdoni: Vero. In questo, temo, ci sia l'influenza di anni di un certo tipo di serie animate giapponesi dove i protagonisti, come ne "Il viaggio dell'eroe" di Vogler, il o i protagonisti compiono un arco narrativo di crescita che li porta da una situazione iniziale di immobilità e di accettazione del loro destino nefasto, a diventare gli eroi e il motore della propria vita. Questo è ciò che è accatuto a Timo e Luce nell'Anello dei Settemondi, a Roary in Wondercity e, se fossimo riusciti a terminarlo, a Lola, l'assistente zombie del Dr. Voodoo.

Il Numero 2 di Brand New! Sfortunata
rivista edita da Free Books che pubblicava
molte serie di Gualdoni.

Nick:  Sempre Leggendo i tuoi lavori ho come la sensazione che tu ti senta particolarmente a tuo agio nel trattare serie corali o comunque nel delineare trame in cui siano centrali i rapporti e le interazioni tra i vari personaggi Per la seconda volta ti chiedo se la mia è una sensazione o interpretazione sbagliata.

Gualdoni:  E' giustissima. Prima ancora che come sceneggiatore e scrittore, io facevo giochi di ruolo e giochi di ruolo dal vivo e costruivo avventure per gruppi molto numerosi di personaggi che andavano tutti ben delineati. Probabilmente si tratta di un retaggio di quel periodo.

Il primo numero di Wondercity
Edizione francese

Nick: Come mai serie come "Dr. Voodoo" e "Wondercity" non furono continuate?

Gualdoni: Banalmente, perché non vendevano abbastanza. O, perlomeno, non per quell'epoca. Se Wondercity fosse in edicola ora con il venduto dell'epoca sarebbe un successo.

Nick: Alla fine del 2006 entri a far parte dello staff Bonelli, sceneggiando diversi episodi di Dylan Dog, tra cui molti per la testata a colori Dylan Dog Color Fest, parlaci di questa esperienza.

Gualdoni: Il mio ingresso in Bonelli avvenne su invito di Mauro Marcheselli, all'epoca Capo Redattore Centrale, che cercava un assistente che gli desse una mano su Dylan Dog che curava da quando Tiziano Sclavi aveva deciso di prendersi una pausa. All'inizio la cosa non mi attirava e, preferendo continuare a lavorare come sceneggiatore per la Francia, dove le cose mi andavano molto bene e dove il rapporto con gli editori e con i lettori era magnifico, proposi a Marcheselli altri nomi. I nomi erano quelli di Diego Cajelli e Michele Foschini. Lui ci pensò per un periodo ma poi tornò alla carica insistendo che fossi io la persona giusta per quel ruolo. Su consiglio di Alberto Ponticelli e Maurizio Rosenzweig, accettai di fare un periodo di prova di tre mesi che, alla fine, si tramutò in una collaborazione che  dura tutt'ora. In quel periodo io e Marcheselli abitavamo nella stessa città in provincia di Varese e facevamo il viaggio di ritorno in auto assieme. Si parlava moltissimo, e quasi esclusivamente di lavoro. Fu durante una di quelle chiacchierate informali che gli proposi l'idea di far entrare più colore nelle storie d Dylan, non lasciandolo solo per gli eventi speciali. All'inizio lui era contrario e io lasciai perdere. Tempo una settimana fu lui a ritornare in argomento dicendo che ne averva parlato con Sergio e che, se avessimo trovato una formula giusta, la cosa poteva essere fattibile. La studiammo insieme e nacque il format delle 4 storie autoconclusive da 32 tavole. Fu sempre lui a chiedermi di scrivere io una delle quattro storie. Si intitolava "Dylan in Wonderland", i disegni erano di Brindisi, e fu quello l'inizio della mia avventura con e per l'Indagatore dell'Incubo.

Nick:   Di Dylan Dog sei stato curatore dal 2010 al 2013, Si è trattato di una esperienza importante avvenuta in un periodo particolare per la testata. Sappiamo tutti che "l'Indagatore dell'Incubo" è uno dei personaggi del fumetto italiano che attira verso di sé più attenzioni, critiche e discussioni. Alcune di queste hanno riguardato anche la tua gestione. A distanza di anni e a bocce ormai ferme, cosa ricordi nel bene e nel male di quel periodo? Di cosa sei maggiormente orgoglioso e cosa invece -eventualmente- faresti in maniera diversa? 

Gualdoni: Il ricordo più bello di quel periodo fu senz'altro quando Sergio Bonelli, in occasione di un grande pranzo aziendale, ufficializzò il cambio di gestione.Un ruolo per il quale avevo studiato per anni e lavorato al fianco del precedente curatore, Marcheselli, che poi, per lungo tempo, proseguì comunque a supervisionare, insieme a Sergio Bonelli Decio Canzio, l'allora Direttore, tutto ciò che facevo  . A dispetto di ciò che si è stati portati a credere, la testata ha retto bene in quel periodo, perdendo, in relazione alla crisi dell'editoria, relativamente poco. Al Dylan dell'epoca va anche il merito di aver portato in Casa editrice l'idea del "Color Fest" che, per un periodo, fu lo speciale più venduto della serie. Un format andato così bene che, oggi, è replicato su diverse altre testate e che convinse Bonelli ad aprirsi ad altre sperimentazioni simili, quali, ad esempio, il "Tex, collezione storica a colori" di Repubblica. In merito alle critiche riguardo la mia gestione, mentirei se dicessi che non mi hanno fatto male, finendo per ferire anche la mia famiglia. Per fortuna ci furono anche molti gesti di stima da parte di colleghi, capi e comuni lettori. Alla fine, comunque, il distacco da Dylan, nonostante le modalità con cui è avvenuto, mi ha permesso di spostarmi su altre serie pubblicando per Martin Mystère, Nathan Never, Le Storie e, recentemente, Tex Willer, l'ammiraglia della Sergio Bonelli Editore.

Nick: Sempre per Bonelli nel 2016 diventi sceneggiatore e curatore della nuova testata a colori di "Martin Mystere". Come stanno andando le cose?

Gualdoni: Non posso ovviamente fare numeri ma la prima serie è andata piuttosto bene, sia come vendite che come accoglienza da parte dei lettori. Prova ne è che siamo già al lavoro su una seconda stagione presentata alla scorsa Lucca Comics e che vedrà la luce nella seconda metà del 2019.

Nick:  Per realizzare un buon prodotto quanto  è fondamentale l'interazione, e la collaborazione tra sceneggiatore e disegnatore?

Gualdoni: Dipende dal tipo di fumetto. Quando lavoravo per la Francia i fumetti nascevano in concerto con i disegnatori a cui chiedevo cosa piacesse disegnare. Lavorando in Bonelli su serie create da altri e dove esistono precise regole da seguire e non sempre si sa a chi verrà assegnata una storia, la collaborazione con il disegnatore è minima o, a volte, totalmente assente.

Nick:  Ci descrivi una giornata "tipo" di Giovanni Gualdoni? 

Gualdoni:  Sveglia alle sette del mattino per preparare me per il lavoro e, con mia moglie, la nostra bambina per l'asilo. Alle otto prendo il treno che, dalla provincia, mi porta a Milano dove alle nove comincio a lavorare in Bonelli come redattore. Finito il lavoro da redattore alle sei e mezza, prendo un treno alle sette e verso le otto sono a casa dove ceno con la famiglia. A seguire prendo in carico la bimba, dato che mia moglie già la tiene tutto il pomeriggio, e mi occupo di farle fare il bagnetto e metterla a nanna. Dopo che si è addormentata, quando va bene alle nove e mezza e quando va male anche oltre la mezzanotte, inizio il mio secondo lavoro come sceneggiatore e scrittore che, di solito, prosegue sino alle due/tre di notte. In questo tempo, ovviamente, non scrivo in maniera continuativa, ma intervallo con la visione di film, telefilm o qualche lettura. Questo per liberare la mente dai problemi quotidiani e darmi la carica per immergermi negli universi narrativi che creo. Infine a nanna. Qualche ora di sonno, e poi si ricomincia da capo. Il tutto per cinque giorni a settimana, mentre il weekend, salvo casi eccezionali, lo tengo per la famiglia. E anche così mi sembra sempre di non passarci mai abbastanza tempo assieme. Ma credo sia un pensiero comune ad ogni padre e marito.

Nick: Molti tra i tuoi colleghi disegnatori e sceneggiatori affermano di non riuscire ad avere più tempo di seguire le produzioni altrui con regolarità, una volta diventati professionisti, tu invece come ti regoli? E quali tra i tuoi colleghi segui con maggiore attenzione ed interesse?

Gualdoni: E' vero. E' una cosa che ho sentito dire molto spesso anch'io da amici e colleghi. Nel mio caso, però, la cosa è un po' diversa: il mio lavoro di redattore in Bonelli non solo mi da il tempo di seguire il lavoro degli altri, ma, anzi, mi obbliga a farlo, essendo, appunto, il mio lavoro. Leggo quindi quasi tutte le serie Bonelli in vari stadi della lavorazione. Da curatore leggo soggetti e sceneggiature, facendo, dove serve, interventi e riscritture, da redattore faccio seconde letture e vaglio le ciano, dove invece cerco di fare correzioni minime. Come detto non seguo gli autori per sé stessi ma ammiro alcuni loro lavori, così come ne critico altri.

Nick:  Da anni non si fa altro che parlare di crisi del fumetto italiano e i segnali, anno per anno, non sono certo molto incoraggianti con la diminuzione delle tirature e la chiusura di diverse testate che ha colpito negli anni scorsi anche la Bonelli. Qual è la tua opinione sullo stato di salute del Fumetto Italiano? E quali potrebbero essere - secondo te - le ricette per riportare lettori al settore? (O per farne acquistare di nuovi)

Gualdoni:  La crisi c'è ed molto profonda. Ma non si tratta di una crisi del fumetto, ma di una crisi generale dell'editoria dove, paradossalmente, il fumetto, e noi come Casa editrice, ne abbiamo sofferto in maniera minore rispetto ad altri. Il problema, a mio avviso, nasce dal fatto che in Italia i giornali, e quindi anche i fumetti, sono sempre stati visti come un mezzo di intrattenimento popolare, anziché come una forma d'arte o di istruzione. Si andava in edicola a comprare il quotidiano e si comprava anche il fumetto, il rotocalco e l'enigmistica. Servivano come passatempo nei tragitti dei pendolari e nei momenti morti delle pause di lavoro. Raramente si leggeva a casa in poltrona, davanti alla quale imperava eternamente accesa la tivù a tubo catodico. Né tantomeno a letto, dove si preferiva appoggiare sul comodino un buon libro. Con l'arrivo dei cellulari e, in particolare, degli smartphone, tutto è cambiato. Improvvisamente il mezzo di intrattenimento popolare era quello. All'inizio per mandare e ricevere messaggi, poi foto, video, ascoltare musica, navigare in internet, vedere film e telefilm. Insomma, per tutto, fuorché, forse, per telefonare. A quel punto è evidente che comprare un giornale era diventato qualcosa di superfluo e costoso rispetto al fatto di poter trovare le stesse notizie in internet. E ai fumetti, altro hobby non poco caro, si è sostituita la fruizione di video che, anche quando non sono particolarmente belli, sono comunque gratis e, sopratutto, non richiedono una grande concentrazione come quella che si deve avere per leggere un libro o un fumetto. Se a ciò si aggiunge che le edicole, a differenza di altre attività commerciali, non hanno fatto nulla per rendersi più attraenti ma, anzi, sono divenute delle specie di bazar dove si può comprare di tutto, ecco spiegata la ragione del perché la gente non ne sia più attratta. In un mondo dove l'occhio vuole sempre più la sua parte, la gente vuole sentirsi ricca anche quando compra cose economiche. Ma se le vendite in edicola calano, per contro aumentano quelle nelle librerie, settore dove la Bonelli è sbarcata da poco ma con una vasta serie di prodotti che, rivolti a un pubblico di collezionisti, stanno riscuotendo grande successo. E la ragione è appunto che chi va, o meglio, andava in edicola, non è chi va in libreria. Acquirente diverso, mercato diverso. Ma questo,, come detto, i Francesi l'avevano capito già cinquant'anni fa. Tornando alle edicole, al momento non vedo possibilità che la crisi che le ha colpite possa arrestarsi, a meno che non capiscano di doversi rinnovare e specializzare. Questo significa rinunciare a vendere un po' di tutto ma, piuttosto, tutto di una sola cosa. E, inoltre, farlo all'interno di una cornice che faccia sembrare quel che si vende qualcosa di valore superiore al suo reale valore. Catene di pasticcerie francesi e di gelaterie artigianali lo hanno capito da un pezzo e hanno la coda di clienti. Riguardo alla possibilità di far tornare vecchi lettori o trovarne di nuovi, diffidate da chi vi racconta di avere la ricetta magica per farlo. Sono ciarlatani. I lettori che hanno smesso di leggere non tornano a farlo perché hanno perso l'abitudine. E neppure il senso di nostalgia basta a convincerli a ritornare a compare. Nuovi lettori, almeno per gli albi di fascia adolescenziale, non esistono perché non si sono mai formati a causa dell'assenza di riviste di fumetti per bambini.L'unica è coltivare, rispettandoli e non tradendone la fiducia, quei lettori che ancora ci seguono per sincero affetto ad una serie, ad un personaggio o alla Casa editrice."

Nick:  Progetti futuri: a cosa stai lavorando adesso e cosa si dovranno aspettare i tuoi lettori nei prossimi mesi?

Gualdoni:  In narrativa sto terminando l'ultimo capito di un romanzo di fantascienza distopica sullo stile di Douglas Adams. Per i fumetti sono al lavoro con altri 5 sceneggiatori alla seconda stagione di "Martin Mystère, Le Nuove Avventure a Colori" e, extra-Bonelli, agli ultimi episodi di "Polaris, a story of light", una serie di fantascienza interamente finanziata tramite crowfounding e che, già uscita in lingua italiana, esordirà a breve in Francia, Spagna e Stati Uniti. Infine sto provando la strada, tutt'altro che facile, del cinema ma su questo è tutto... TOP SECRET!

Nick:   Questa domanda è conseguenziale alla precedente: c'è la possibilità di rivedere pubblicate alcune delle serie di cui abbiamo parlato nell'intervista?

Gualdoni: Sì, il 2019 vedrà la ripubblicazione e, soprattutto, il proseguo di Wondercity, con delle nuove storie di cui ho scritto il soggetto ma che sarano sceneggiate da altri. A pubblicarle sarà la TaTaiLab di Emanuele Tenderini. A parte ciò diverse mie storie vengono ristampate sia in Italia che in altre nazioni. Martin Mystère è appena uscito in Croazia e l'Anello dei Settemondi, esaurita la prima tiratura, è stato ripubblicato negli Stati Uniti.

Nick:  Bene Giovanni, è tutto. Ti ringrazio per tua disponibilità ed anche per aver "sopportato" questa lunga intervista, nel salutarti mi accomiato da te con la classica domanda finale di questo blog: c'è una domanda alla quale avresti risposto volentieri e che io invece non ti ho rivolto?

Gualdoni: Sì, una riguardante la mia smodata passione per gli zombie. Ma sono felice che tu non l'abbia fatta posta, altrimenti avrei rischiato di scrivere un trattato infinito solo per spiegare la differenza tra zombie romeriani, zombie corridori e infetti! Grazie a te per le domande e per l'ottimo lavoro che fai.

Dylan Dog & Martin Mystere: Copyright & Diritti SBE Edizioni
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20 commenti:

Riccardo Giannini ha detto...

Devo assolutamente recuperare Akameshi..anche perché i disegni sono del mitico Turconi. Molto interessante anche l'anello dei 7mondi (mi ha ricordato il mistero della pietra azzurra!)

sinforosa c ha detto...

Ma che bel personaggio e che bella intervista. Complimenti a tutti e due.
sinforosa

Nick Parisi. ha detto...

@ Riccardo Giannini
Turconi è bravissimo, piace molto anche a me come disegna, anche se devo dire che all'interno dello studio 7 Mondi di artisti bravissimi ce n'erano parecchi.

Nick Parisi. ha detto...

@ sinforosa c.
Grazie anche a nome di Gualdoni.

Obsidian M ha detto...

Leggendo della sua giornata-tipo mi chiedo dove abbia trovato il tempo per rispondere in maniera così approfondita a tutte le tue domande. Interessante quella cosa delle edicole specializzate... temo purtroppo che sia troppo tarsi per tentare qualunque cosa.

Ariano Geta ha detto...

Certo che diventare il responsabile editoriale di Dylan Dog dopo essere stato lettore da ragazzo è qualcosa di meraviglioso :-D
Riguardo la crisi del fumetto, io penso sia dovuta anche all'enorme quantità di prodotti sul mercato, molti di importazione. Quando eravamo ragazzi noi i manga si stavano affacciando appena, e i fumetti francesi erano meno diffusi proprio perché troppo costosi rispetto ai canoni standard italiani. Ora il mercato è saturo, da un lato implica più scelta ma anche minori vendite per ognuno visto che la torta è la stessa ma le fette da dividere sono moltissime di più...

Nick Parisi. ha detto...

@ Obsidian M
Riguardo alla sua giornata tipo ebbene, ti posso garantire che mi ha risposto dopo appena poche ore che gli avevo mandato le domande,io gli avevo mandato l'intervista nel pomeriggio e lui mi ha restituito il tutto durante la notte. Credo che abbia passato tutta la serata a rispondermi.

Nick Parisi. ha detto...

@ Ariano Geta
C'è anche da dire che i fumetti erano molto meno costosi in percentuale (un cartonato in edicola costava sulle dieci \docicimila lire che, in proporzione è la metà dei dieci euro attuali. Se poi parliamo delle librerie...
Inoltre all'epoca leggevamo tutti molto di più,adesso vuoi per motivi di tempo, economici o altro abbiamo ridotto tutti gli acquisti di fumetti.

Mirtillo14 ha detto...

Non conosco questo fumettista, in quanto non leggo questi fumetti (son ferma a Topolino e Paperino !!) , ma deve essere bravissimo, ho letto l'intervista e gli auguro tanta fortuna. Saluti.
l'intervista

Cavaliere oscuro del web ha detto...

Ottima intervista!
Sereno pomeriggio.

Nick Parisi. ha detto...

@ Mirtillo 14
W sempre Topolino! Continuo a leggerlo con piacere anche se non sono più un bambino.
Buon fine settimana!

Nick Parisi. ha detto...

@ Cavaliere oscuro del web
Grazie e buon pomeriggio anche a te.

Emanuele Di Giuseppe ha detto...

Non credo di aver mai letto nulla di suo ma ho capito che devo rimediare.
Io usavo le 1000 lire per la ricreazione per comprare fumetti, il pranzo no però 😝
Oddio che hai tirato fuori, la Blu! L'avevo completamente rimossa 😁
È bello che in Francia ti trattino bene ma per i compensi che sono il triplo c'è da dire che lì i fumetti costano altrettanto e da acquirente, la cosa non mi piace affatto, anzi, sono diventati fin troppo cari anche qua (per motivi diversi, ovvero le basse tirature).
Viva gli zombie!

Nick Parisi. ha detto...

@ Emanuele Di Giuseppe
Ero stato cliente della Blu, nel 2000 furono i primi a partire con i GPRS (gli antenati degli attuali smartphone) ed avevano oltre Un Milione e mezzo di clienti, un sacco di dipendenti assunti sopratutto per i loro call center di Palermo e Firenze ma erano carichi di debiti già al momento della nascita e quindi fallirono dopo nemmeno un paio di anni.
Un sacco di gente fu licenziata e i clienti vennero rilevati dalla Wind, infatti se tu vedi oggi dei cellulari con il prefisso 380 o 388 sono ancora quelli degli ex clienti Blu, da qualche parte conservo ancora alcune delle vecchie ricariche comprese quelle con l'eComic "Alias", magari un giorno varranno qualcosa chi lo sa?
Riguardo ai prezzi attuali dei fumetti, da un lato capisco le esigenze delle Case Editrici, dal'altro-alle volte- come cliente mi sembra un cane che si morda la coda.

Daniele Verzetti il Rockpoeta® ha detto...

Anch'io non lo conoscevo ma mi ha fatto un'ottima impressione. Bella intervista!

Maria Teresa Steri ha detto...

Quello che avete tratteggiato è un universo semi sconosciuto per me, sono contenta di averne appreso di più. E’ un vero peccato tra l’altro che anche il mondo dei fumetti sia in crisi come il resto dell’editoria, non ne avevo idea.
Complimenti per la bella intervista a entrambi!

Nick Parisi. ha detto...

@ Daniele Verzetti il Rockpoeta
Grazie per avere apprezzato, presto arriverà una nuova intervista sempre dedicata al mondo del fumetto.

Nick Parisi. ha detto...

@ Maria Teresa Steri
Si, purtroppo il mondo del fumetto è in crisi come -se non peggio- il resto del mondo editoriale, purtroppo oltre ai fattori soliti (il fatto che gli italiani non leggano o leggano poco e male- si aggiungono anche problematiche tipiche di questo settore, una per tutte è il fatto che i fumetti vengono da sempre visti come "cose per bambini" quindi in parecchi si vergognano di approcciarsi, quando invece molti fumetti, potrei farti l'esempio del "Maus" di Art Spiegelman, sono veri e propri capolavori della letteratura mondiale.
Ciao e grazie per i complimenti!

Marco Lazzara ha detto...

Dylan Dog negli ultimi 10 anni è stato fondamentalmente un disastro. L'unica eccezione in controtendenza per me è stato il Color Fest, dove con gli albi che ho letto mi sono divertito molto. Non era il vecchio Dyd, ma erano delle variazioni sul tema molto simpatiche. Gualdoni ha tutto il mio rispetto per esserne stato l'ideatore. 😃

Nick Parisi. ha detto...

@ Marco Lazzara
Non è nemmeno un caso che Gualdoni stesso ricordi il Color Fest come una delle cose che gli ha dato più soddisfazione all'interno della Bonelli. :)

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Ricordando il passato

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