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Ogni blogger una Domanda- Intervista Collettiva.

Con questo post partecipo all'iniziativa del blog Io, la Letteratura e Chaplin, un gioco lanciato da LUZ . Qui trovate il post con la richiesta ai vari blogger di rispondere ad una singola domanda.

La mia era questa:

 Per Nick Parisi, del blog Nocturnia

Immagina di essere venuto a capo del più grande mistero fra i misteri. Solo tu ne conosci l'epilogo, senti l'irrefrenabile desiderio di raccontarlo. Condensalo in un piccolo articolo che lo renda senza dubbio credibile.

 


 LA NOTTE DELL'ASSASSINO.

Napoli, zona dei Colli Aminei. E' la notte  che segna il passaggio tra il mese di Aprile e quello di Maggio dell'anno del Signore 2000. E Nicola X (per il momento lo chiameremo così) non riesce a prendere sonno.  Nicola il primo di Maggio compirà dieci anni , un'età che per lui significherà una sorta di rito di passaggio. Non sarà più un bambino come la sorella minore Anna e spera di non essere più la vittima preferita delle angherie del fratello maggiore Stefano. Stefano X è uno studente a tempo perso della Facoltà di Medicina al vicino Secondo Policlinico. 

Da tanti anni ormai .

Stefano X avrà superato in tutto tre o quattro esami, ma si è fatto subito conoscere tra i colleghi ed i professori per il suo grande servilismo e per la sua continua ricerca di raccomandazioni. Nel tempo libero adora fare dispetti al fratello minore. 

Ma quella notte niente è più lontano dai pensieri di Nicola di suo fratello. Domani Nicola festeggerà: suo padre impiegato in Banca gli ha promesso il più bel regalo che abbia mai visto. In segreto il padre bancario gli ha già comprato diversi giochi per la Playstation. La madre casalinga preparerà al figlio la sua torta preferita.

Ma per quel primo maggio non ci sarà nessuna torta per Nicola X e quel bambino non giocherà mai più con la Play.

Quella notte il Male entra nella vita di Nicola X e la cambierà per sempre.

Insieme Raccontiamo- Da una idea di Patricia Moll

Da tempo la cara Patricia Moll ha inventato questa iniziativa chiamata "Insieme Raccontiamo".
Io per vari motivi , primo tra tutti la scarsa fiducia nelle mie doti di scrittore, non ho mai partecipato.
Questa volta voglio provare a fare una eccezione, sta a voi dire se ho creato qualcosa di decente e se è in linea con le regole di Pat.



Ecco l'incipit di Patricia.

"Con la mente richiamò a sè l’ YTP 100, ultimo modello in fatto di tecnologia. Almeno per una settimana perché un qualunque aggeggio dopo sette giorni era obsoleto. L'arte tecnologica era avanzatissima. A volta faticava a starle dietro ma col lavoro che faceva doveva adeguarsi.
Gli ordinò di scrivere."

Questo è il mio finale:

Il Racconto di Randagio e di Nerofumo"

A fatica Randagio uscì dal suo nascondiglio.
Anche stavolta era riuscito a sfuggire alla caccia spietata degli accalappiacani.
Ma non sarebbe andata sempre così.
Prima o poi anche lui sarebbe finito tra le maglie delle loro reti, Randagio ne era cosciente, già troppi dei membri del branco che bazzicava tra le aiole di quel parco comunale erano stati catturati e gli animali che finivano dentro quel furgone non tornavano mai indietro.
Randagio sentì ancora una volta quella indefinibile sensazione a metà tra il sollievo e la paura che ancora rimaneva, ma per adesso c'erano necessità più impellenti da risolvere.
Tipo trovare qualcosa da mettere sotto i denti.
Le cose andassero come dovevano andare ma il primo insegnamento dell'esistenza di Randagio, l'unico che rimaneva sempre costante è che si doveva sopravvivere.



Il parco comunale era in tutto e per tutto come Randagio: aveva visto giorni migliori, ma quei giorni erano passati da tempo.
In più era del tutto solitario.
Tuttavia c'era qualcosa che attirò l'attenzione dell'animale: seduto ad una panchina c'era un uomo pallido ed emaciato che parlava tenendo in mano una sorta di tavoletta metallica,l'unica compagnia dell'uomo era un altro cane.
Randagio li conosceva entrambi da tempo, non venivano tutti i giorni, ma ogni tanto comparivano quando il bel tempo lo permetteva.

L'uomo aveva un nome ma per Randagio era troppo difficile pronunciarlo, sapeva solo dai commenti sentiti qua e là in passato dagli altri frequentatori del parco che una volta doveva essere stato una persona importante. In quanto al cane si chiamava Nerofumo per via del colore del suo manto.
Randagio di solito non amava i cani che avevano padrone, forse segretamente li invidiava, ma tra se e se si ripeteva che in fondo erano solo degli schiavi.
Nerofumo però era a posto.
A volte, capitava che i due cani giocassero assieme, quando poi il padrone di Nerofumo, se lo ricordava portava un poco di cibo anche per Randagio.
Anche quei giorni però erano lontani.

Fu quindi la curiosità che portò Randagio ad avvicinarsi al suo amico e a chiedergli cosa stesse succedendo. I cani si parlano tra loro, hanno un loro linguaggio,sono gli uomini che spesso non hanno voglia di ascoltarlo.
"Ah, lui? Il mio padrone, dici?"- rispose Nerofumo a modo suo -"Una volta era un uomo ricco. Era un uomo che inventava le storie da raccontare agli altri uomini, uno scrittore molto famoso"
Randagio non poté fare a meno di osservare l'uomo: i capelli scompigliati, la barba non in ordine, avvolto da un cappotto oramai totalmente liso e scucito. L'uomo parlava, parlava ma quello che diceva non aveva nessun senso alle orecchie di Randagio.
Nel frattempo Nerofumo continuava a raccontare:" -Vivevamo in una casa enorme, eravamo sempre al caldo, il padrone era pieno di amici e la moglie del padrone non faceva altro che spendere soldi ed organizzare feste"
"E poi cosa è successo?" -Chiese Randagio.
"E poi il padrone ha perso la testa, è diventato sempre più ossessionato dalla tecnologia, ha sostituito la sua macchina da scrivere con mezzi sempre più moderni, in un certo senso è stato come se avesse trovato anche lui dei padroni l'ultima è stata quella lì"
Il muso di Nerofumo indicò la YTP 100, gli occhi profondi ed acquosi si erano fatti tristi.
" Col tempo ha perso tutta la sua fantasia e la sua immaginazione, non è più riuscito a scrivere nulla ed uno scrittore senza immaginazione non serve a niente.Piano piano abbiamo perso tutto, gli amici e la moglie del padrone se ne sono andati"
"Gli è rimasta solo quella macchina. Di tutto il suo passato ha conservato solo questa ed il piccolo sgabuzzino dove dormiamo, perfino la macchina è ormai rotta, non funziona più da tempo, ma il padrone si rifiuta di buttarla, per lui è un ricordo di quando era ricco e potente. Quindi, di tanto in tanto viene qui e sogna di essere ancora in grado di scrivere, ma sopratutto sogna...sogna...."

Randagio era affascinato dal racconto di Nerofumo, per lui però era una cosa difficile da comprendere.
La ricchezza? Gli amici?
Randagio queste cose non le poteva capire, la sua vita era sempre stata fatta di fame e freddo, di paura e dei calci presi sul muso quando da cucciolo ancora si avvicinava alle persone sperando di essere adottato.
Il sognare, questo si che lo poteva capire.
Dopotutto anche i cani sognano.

TUTTO QUEL THRILLER: TALKING ABOUT CRISTIANA ASTORI.

Cosa ne dite, ritorniamo a bloggare?
Si ricomincia alla grande presentandovi una bella intervista con la scrittrice noir e dark Cristiana Astori. Fedele alla traduzione nocturniana faccio precedere l'intervista da questa scheda. Dal momento che la stessa intervista è stata possibile grazie ai buoni uffici del "blogger senza blog" Marco Lazzara, a fine della scheda troverete come bonus anche un piccolo racconto- omaggio scritto proprio da Marco e dedicato a Susanna Marino, il  personaggio inventato dalla Astori nella sua serie più conosciuta.
Spero che la sorpresa sia di vostro gradimento.

Originaria di Fossano nel cuneese, la Astori - come lei stessa confessa- comincia a immaginare storie sin dalle elementari e dopo la  laurea in psicologia non fa altro che confermare la sua inclinazione. Da quel momento in poi l'arte, la narrativa sarà lo sbocco privilegiato dell'attività professionale di Cristiana.
Un attività diversificata sotto varie forme, ma che avrà sempre un unico comune denominatore, l'incontro tra letteratura e cinema.  Vengono differenziati anche i campi d'intervento: critica cinematografica ( attività per cui nel 1998 vince il premio Ferrero ), sceneggiatrice, traduttrice ma sopratutto autrice di romanzi e racconti con sfumature thriller ed horror.
Tra le prime cose pubblicate, quelle che cominciano a farla conoscereai lettori ci sono diversi racconti pubblicati a partire dal 2004 su M-Rivista del Mistero ed una graphic novel scritta l'anno precedente intitolata L'Amore ci Separerà di cui la Astori scrive i testi mentre Alberto Lingua esegue i disegni per i tipi di De Falco Editore. Però sarà un antologia pubblicata un paio di anni dopo ( nel 2006 precisamente) a consacrare definitivamente il talento della Astori.
L'antologia in questione si chiama Il Re dei Topi e altre Favole Oscure ( Alacran Editore ) ed è un viaggio  verso il cuore nero delle fiabe, un omaggio al confine tra il mondo della realtà e quello dell'irrazionale. La scrittrice piemontese da un lato recupera gli aspetti più antichi della tradizione popolare ( le fate non sono le creature angeliche dei film Disney ma esseri che si divertono a giocare con gli esseri umani e che oltretutto rivelano spesso totalmente indifferenti ai nostri destini; i mostri sono realmente creature che ispirano al tempo stesso fascino e repulsione e così via) dall'altro lato compie un opera a mezza strada tra la modernizzazione dei temi e la citazione delle opere di scrittori come Stephen King; di registi come Pupi Avati e le atmosfere di telefilm come The Twilight Zone.
Si tratta di storie nere in tutti i sensi in cui l'autrice mixa il meglio dei generi fiaba ed horror.

POLVERE ALLA POLVERE Un Racconto. Quarta ed Ultima Parte.

DISCLAIMER: è solo un racconto, ricordate che è solo un opera di fantasia.
L' autore, napoletano purosangue, non condivide in alcun modo il razzismo di alcuni personaggi e ovviamente condanna la pedofilia del suo cattivo principale.
La violenza contro chi non si può difendere è il crimine peggiore che si possa immaginare.




Due. Ne restavano solo due.
La creatura che non aveva più corpo assaporò il momento. Presto, molto presto la caccia si sarebbe conclusa.
Un urlo bestiale parti dal profondo del suo essere.
Ogni singolo corpuscolo di polvere all'interno del Forte gli rispose.

1910.
Si era alzato il vento. La sagome dal forte li stava aspettando, ponteggi e raccordi rivestivano le parti ancora non terminate.
Mattiussi si rese conto di odiare quel posto.
* * * * *
Qualcuno stava arrivando, Carugati ormai era pronto. Fogli del libro erano stati inseriti ovunque tra i mattoni, il sangue degli "incidenti" che aveva causato tra gli operai lo aveva fertilizzato.
I bambini erano stati solo una distrazione dal piano.
Il suo gioco.
"Potete arrivare in quanti volete. Ormai io sono pronto".
Mentre si rivestiva le sue mani accarezzarono il ripiano impolverato.
* * * * *
Un airone la spaventò, ebbe una fugace visione delle ali nere dell'animale.
L' Airone aveva più paura di lei.
per un attimo ripensò alla sua vita,alla sorella, agli uomini che l'avevano toccata, ad Antonio, l'unico che l'avesse fatta sentire importante, alle sue paure: paura dell'uomo nero, paura delle streghe, paura di rimanere da sola ed invecchiare abbandonata da tutto e da tutti.
In quel momento decise che non avrebbe mai più permesso alla paura di prenderla.
Accelerando il passo riprese il suo cammino.
* * * * *

* * * * *

" Signor Capitano. E' troppo tardi per informarla che ho dimenticato di portare con me il mio Carcano?"
" Si, Fusaro è troppo tardi. Con soldati come te mi chiedo se vinceremo mai una guerra".
Mattiussi frugò nello zaino che si era portato e ne cacciò fuori una pistola.
"Tieni questa vecchia Bodeo potrebbe andare bene per te. Mi raccomando mi aspetto di riaverla indietro pulita e in ordine"
Il giovane prese l'arma con gratitudine, e se pure notò che l'arma era quasi totalmente in pessimo stato, se pure notò che il capitano teneva per sè una più moderna e meglio tenuta Glisenti non disse niente.
"Ah, Fusaro" lo fermò Mattiussi mentre entravano dentro al Forte " Un ultima cosa."
"Si, Signor Capitano?"
"Veda di stare attento".

* * * * *
Don Manuele Calzavara nonostante la fatica non la smetteva di far suonare la Campane della Chiesa.
La gente era in giro a cercare una bambina sperduta, doveva fare qualcosa per incitarli.
Rivolse un pensiero all'altare co
n la croce.
"Se credessi ancora veramente in te, forse farei una preghiera per chiederti di farla ritrovare presto"
Ma era il continuo silenzio di Dio ai suoi dubbi che continuava a ferirlo.
In silenzio il vecchio prete mentre contiuava a suonare la campane decise che forse era arrivato il momento di chiedere perdono per tutti i figli illeggitimi che aveva avuto.
* * * * *
Il colpo improvviso aveva steso a terra il Capitano, senza che il Militare se ne fosse reso conto, un impalcatura gli era caduta addosso. E adesso stordito dal dolore, con la coda dell'occhio riusciva a vedere solo la sagoma di Fusaro svenuto accanto a lui.
"Buonasera Mattiussi, vedo ci siamo fatti prendere in trappola come dei bambini"
* * * * *
Carugati si avvicinò lentamente alle macerie, a Mattiussi ricordò un serpente che si avvicina alla sua preda. Lento sinuoso. E velenoso.
Solo il volto contraddiceva quella calma apparente, rivoli di sangue rappreso scendevano dalle tempie, disegnando strani ghirigori, quasi un tatuaggio carminio, Mattiussi studiò le tracce del sangue.
Fino a scoprire il corpo nudo e morto di Adele.
"Non potevi resistere, eh? Dovevi farlo di nuovo vero razza di mostro?
Come in Africa? Ma cosa hai in quella testa malata?"
"Non sono malato, non sono mai stato così lucido. Ma tu non potrai mai capire".
Mattiussi si liberò dai calcinacci, con dolore riusci a rialzarsi, fronteggiò l'altro.
"Lucido? Tu sei un oltraggio, sei un insulto ad ogni cosa. Tu dovresti essere in manicomio. O morto!"
"E con quale esercito mi fermerai? Come mi ucciderai senza armi ?"
Mattiussi cercò la sua Glisenti, spaventato non la trovò.
"Oh povero piccolo, cerca meglio. Potrei averla presa io"
Dalla pistola saldamente nelle mani di Carugati partì il colpo. Mattiussi ricascò a terra mentre un fiore rosso si apriva nella sua spalla.


* * * * *
Le voci avevano risvegliato Fusaro, non ne era certo ma gli era sembrato di sentire delle voci di bambini che lo incitavano a riprendere conoscenza.
Con la mente ancora annebbiata puntò la sua Bodeo contro Carugati.
* * * * *
La prostituta si mise a rassettare, quella notte era proprio nata sbagliata. Prima la bambina scomparsa, poi le campane avevano preso a strepitare senza mai fermarsi.
Non che la disturbasse, anzi, provava simpatia per Adele e per la sua famiglia.
Erano gli unici in paese che la trattavano come una persona normale.
Ma quel piccolo soldatino era venuto a chiamare il Tenente proprio mentre era con lei.
Quel Tenente non era un cliente come gli altri, le piaceva davvero; si era scoperta a desiderare che lui la portasse via da quel tipo di vita, che le donasse una vera casa ed una famiglia.
Magari dei figli belli come Adele.
Allora perchè le sembrava di sentire proprio la voce di Adele che la implorava di avvertire il Tenente di ammazzare l'altro in qualsiasi modo ma non con del metallo?
* * * * *
Non andava : i colpi esplosi non si erano nemmeno avvicinati a quel mostro di Carugati.
Il primo proiettile che Fusaro aveva sparato gli aveva appena sfiorato la tempia sinistra, mentre il secondo pareva essersi conficcato nel muro.
O l'attendente Fusaro aveva dimenticato come si mira, o qualcosa stava deviando i colpi.
"Ma guarda lo schiavetto si è risvegliato, spara pure quanto vuoi non ce la farai mai a colpirmi. C'è qualcosa di più grande che è dalla mia parte"
Puntellandosi sulle gambe, Mattiussi era riuscito a rialzarsi, il dolore della spalla era insopportabile, le tempie gli martellavano cantiche di derisione.
Fu costretto ad appoggiarsi al muro per sorregersi, un sasso appuntito stretto nella mano.
" Cosa conti di fare razza di pazzo. Prova a venirmi a prendere, dai Alvise io e te, fai l'uomo per una volta".
Carugati rise ancora una volta, la pistola in mano, si avvicinò lentamente verso il tenente.
"Vedi Mattiussi, ci sono cose che non concepiresti nemmeno in giro là fuori, cose con cui ho fatto un patto. Cose che mi farebbero tornare sempre e comunque.
Adesso te lo richiedo, come pensi di fermarmi ?"
Mattiussi spalle al muro si preparò a lanciare il sasso, si preparò a morire se avesse fallito, silenziosamente salutò Fusaro che abbandonata la pistola inceppata cercava ora di liberarsi dalle macerie; rimpianse anche di non aver potuto salutare per bene la prostituta.
E poi inspiegabilmente rise in faccia al suo avversario
"Ma certo che non ti fermerò io" facendo una linguaccia
" Ci penserà lei".
Alvise Carugati incredulo osservò la punta del coltello fuoriuscire dal suo torace, dietro Dora piangendo ebbe cura di spingere la lama più a fondo che poteva.
"Per mia sorella, carogna!"
L'uomo lasciò cadere la pistola,il corpo improvvisamente rigido.
"Ecco... se c'era una cosa che non mi aspettavo...è che facesse così male".
Poi in un colpo solo cadde, l'ultima cosa che si spense in lui fu la luce folle dei suoi occhi.
La polvere sul pavimento lo abbracciò.


* * * * *
Il corpo di Adele era stato coperto da un mantello, Dora in silenzio, le pettinava i capelli.
L'Attendente Fusaro avrebbe voluto avvicinarsi alla donna, ma non riusciva dentro di se, si rese conto, non riusciva a trovare le parole giuste.
Mattiussi lo prese da parte:
"Dobbiamo parlare. Su una cosa quel bastardo aveva ragione, siamo contro qualcosa di più grande di noi".
"Che intende dire?"
"Che la sua famiglia lo ha protetto da vivo e sicuramente farà di tutto per proteggere la sua memoria adesso che è morto. Fusaro, ci massacreranno, non solo noi ma anche alla tua donna".
" Ma signora ha ammazzato quella bambina"
Mattiussi, respirò profondamente, e poi continuò guardando il suo aiutante direttamente negli occhi.
" Antonio, mi ascolti: io ci sono già passato. E' la nostra parola contro quella delle protezioni della famiglia di questo bastardo : mentiranno; corromperanno; insabbieranno le cose finchè non ci distruggeranno. A stento ne sono uscito fuori dalla Somalia e vedrai, se li conosco bene, la tua donna è quella che rischia di più".
Fusaro volse lo sguardo verso Dora, osservò la ragazza che cominciava a singhiozzare mentre ricomponeva la sorella e poi sconfitto annuì.
"Mi dica come intende procedere".
Mattiussi tremava mentre rispondeva " Lo seppelliremo qui, lo faremo io e lei, tanto la costruzione di questo locale è quasi conclusa, dopodomani piastrelleranno ed amen, nessuno ne saprà mai niente".
"Mi creda Antonio, è la soluzione migliore per tutti: l'Alto Comando non farà troppe domande, la sua famiglia preferirà credere che sia fuggito e saranno costretti a occupare tempo e denaro per mettere a tacere i sospetti su di lui, piuttosto che a distruggere noi, tanto vedrà tempo qualche mese e scoppierà una nuova guerra e presto tutti saranno distratti da altre cose. E noi ne usciremo puliti, tutti; io, lei e la sua ragazza".
"Ma e la bambina?"
"Al massimo diremo la verità al padre: la famiglia ha diritto di sapere, ma dovranno mantenere il segreto anche loro. Gli altri dovranno tutti pensare all'ennesimo caso insoluto".
"Va bene, mi lasci parlare con Dora."
Mattiussi rimase solo col cadavere dell'altro uomo, a terra ritrovò il sasso che un istante prima aveva cercato di utilizzare come difese contro Carugati. Lo afferrò sovrapensiero, ci giocò per un istante.
E poi lo usò per spaccare la testa del morto.
" Giusto per esserne proprio sicuri". esclamò.



2011. Epilogo.
Andrea e Stefano erano in fuga. I muri attorno a loro tremavano, a Stefano sembrava che si deformassero tanto si muovevano. Le luci attorno si accendevano e spegnevano man mano che attraversavano i locali della struttura.
"Ma è impossibile che ci sia la luce! La corrente è stata staccata da anni"
" Ecchecazzo vuoi che ti dica io? Pensa a correre!"
I due superarono alcuni corridoi, qualcosa li stava seguendo, i due potevano quasi avvertire il fiato di quel qualcosa sul collo. Solo una volta Stefano si arrischio a voltarsi indietro.
E vide.
La nuvola di pulviscolo e detriti era immensa, infinita. Correva dietro di loro riempiendo lo spazio, innondando le camerate, allagando i corridoi, l'intonaco si crepava al suo passaggio, le ragnatele avvizzivano al suo contatto.
In quel momento la luce riprese a funzionare per un breve momento e Stefano credette di scorgere al centro della nube un'allampanata figura umana.
La luce com'era tornata così cessò di nuovo. A Stefano sembrò quasi un atto di pietà.
"Presto, vieni!"
Andrea lo strattonò trasciandolo in un locale stretto e lungo, una vecchia porta ancora si reggeva sui cardini.
I due la chiusero come poterono, Andrea raccolse una tavola di legno e puntellò la porta. Poi apparentemente soddisfatto del lavoro compiuto assestò una sonora pacca sulle spalle del compagno.
"Finirà bene, vedrai".
Stefano non condivideva l'ottimismo di Andrea, ma era contento di avere l'altro vicino. Da fuori provenivano rumori che non riusciva ad identificare.
Sperò fosse solo il vento.
Accese il suo Zippo, con quello cercò di farsi luce nella stanza.
"Cosa stai facendo?" Gli chiese Andrea.
"Se ho ragione dovremmo essere finiti in una delle sale dove tenevano le batterie di cannoni, forse ci sarà una feritoia abbastanza larga per farci scappare fuori".


Andrea adesso sembrava triste, gli posò nuovamente una mano sulle spalla:
"Stefano" gli sussurrò all'orecchio " Tu sei il mio migliore amico"
Stefano lo guardò meglio, qualcosa nel tono gli fece paura.
"Disgraziatamente ho anche un altro amico che è molto più importante di te e mi ha chiesto un favore" continuò l'altro " Mi spiace ma non posso proprio permetterti di uscire fuori di qui".
Poi lo bloccò e gli sbattè la testa sul muro.
Stefano provò a divincolarsi, ma la stretta dell'altro era troppo forte.
"Sai?" continuò Andrea "E' qui che è cominciata ogni cosa, lui è stato seppellito proprio in questa stanza, sotto questo pavimento".
"Andrea!" Mugolò Stefano, sputando sangue" Che cazzo succede ? Per favore lasciami andare..."
"Non è possibile, lui aspettava te. Non è strano? Aspettava proprio te. Oh naturalmente gli ci è voluto parecchio tempo prima di capire come potersi muovere, anzi per "tornare a funzionare" per usare le sue stesse parole. Ma nel frattempo era già un po che veniva a trovarmi. Mi ha insegnato ad essere come lui".
Sotto la porta, la polvere cominciava a infiltrarsi, immensi rivoli di terriccio cominciarono a scorrere tra le crepe del muro. Se qualcuno avesse posto un orecchio avrebbe quasi avuto la sensazione di sentire quasi un urlo di selvaggia, animalesca felicità.
"Prima mi ha chiesto di portargli piccoli animali, poi quando ha capito di essere abbastanza forte mi ha chiesto di portargli te e Luca: questioni di famiglia mi ha detto. E vuoi sapere qual è la cosa buffa? Thomas non gli serviva, avrei anche potuto lasciar stare quell'idiota razzista, portare lui è stata una mia iniziativa. Era troppo coglione per esistere".
La porta scelse quel momento per cedere, montagne di corpuscoli di terriccio si riversarono all'interno pronte a dirigersi verso di lui. Una parte ancora lucida della mente di Stefano s'illuse di poter scavalcare quella massa informe, di superarla, di saltare lontano per fuggire verso la salvezza.
Andraa spense anche quest'ultima speranza pestandogli la mano.
"Mi spiace Stefano" gli parlava con voce veramente gentile " Ma non è possibile, oggi si dovrà chiudere una storia cominciata cento anni fa".
Frugò nel taschino, ne cavò fuori un coltello. Lo portò alla gola dell'amico.
"Non ti preoccupare: non sentirai niente".
Con calma, quasi con delicatezza lo sgozzò.
" A proposito, grazie per essermi sempre stato amico".
Stefano che di cognome faceva Mattiussi, lontano discendente di un militare e di una prostituta non provò dolore, non a lungo perlomeno.
Si accasciò a terra,mentre quel poco di vita che gli era rimasta dentro rapidamente gli sfuggiva. Nel mentre moriva realizzò che se ne stava andando ancora vergine: nessuna esperienza, mai una ragazza, perfino la Lisa, la zoccola del paese, quella che si diceva fosse andata con tutti, si era rifiutata di dargliela.
E questa cosa gli sembrò perfino più crudele della morte stessa.
La polvere infine fu su di lui lo prosciugò, lo fece entrare dentro di lei.
Ma Luca non era interessato a vedere. Non più.
"Ho fatto come mi avevi chiesto, ora tocca a te".
La cosa che una volta era stata un uomo, l'entità di polvere che un tempo era stato
Alvise Carugati annuì, aveva finalmente trovato qualcuno come lui, qualcuno a cui poteva insegnare.
E avrebbe insegnato.
Luca sorrise all'entità. Ripensò al paese, ripensò ai suoi abitanti. Non avrebbero fatto nemmeno in tempo ad rendersi conto di quello che li aspettava.
Tutti glieli avrebbe portati alla cosa. O sarebbero andati loro a prenderli.
"Va bene" disse all'entità " Però cominciamo da mia sorella".
Non gli era mia andata troppo a genio quella grassona.
Quando usci dal forte mancavano poche ore all'alba. Mentre stava per montare sulla bici si rese conto di avere ancora qualche grammo di fumo conservato.
Lo gettò via.
"Non mi servi più, adesso ho qualcosa di meglio".
Gli ultimi raggi di una tumefatta luna non sembravano evitare di cadere su Forte Malibran.
Dentro rimanevano tre scheletri.
Per un poco solo i topi e la polvere rimasero a fargli compagnia,
Alla fine però rimase solo l'oscurità.
FINE.

Con questo siamo arrivati alla fine,ho completato la proposizione delracconto solo perché non mi andava di lasciare le cose incomplete. Sinceramente non è stato un gran successo. avrei pensato quantomeno che arrivasse qualche commento in più,ma certo non recrimino: io per primo quando qualcuno dei miei- molto migliori di me diciamolo pure- valenti colleghi mette online un suo racconto non sempre riesco a commentarlo.
Però debbo ammettere che mi sarei aspettato almeno un pochettino di feedback in più.
Ma va bene così, non sono mai stato uno scribacchino. E non sentirò la mancanza della scrittura di narrativa.
Sono anche cosciente di due cose:
- Uno: Il nostro paese è pieno di scrittori, quello che mancano sono i lettori.
-Due: riconosco i miei limiti, probabilmente non so scrivere. Tutto qui.
Con questo comunque termina l'esperimento della pubblicazione di racconti su Nocturnia, semplicemente non ne vale la pena.
Buona serata a tutti

POLVERE ALLA POLVERE - Un Racconto. III Parte.


Ecco la terza parte del mio racconto. Le prime due parti sono uscite QUI e QUI.
Siamo arrivati a due terzi della storia e stiamo lentamente costeggiando le parti più spaventose.
Prima di continuare un DISCLAIMER ormai necessario: è solo un racconto, ricordate che è solo un opera di fantasia.
L' autore, napoletano purosangue, non condivide in alcun modo il razzismo di alcuni personaggi e ovviamente condanna la pedofilia del suo cattivo principale.
La violenza contro chi non si può difendere è il crimine peggiore che si possa immaginare.



1910.
I colpi alla porta, forti come martellate, lo strapparono al sonno, con decisione scostò il corpo della donna avvinghiatasi a lui. In risposta ottenne solo un debole brontolio di protesta.
Mattiussi scavalcò il corpo di lei in cerca dei suoi pantaloni, una fugace visione di una natica ridiede vigore alla sua erezione.
"Ehy tesoro. Non penserai mica di svignartela senza pagare ?"
" No, no ,vecia stai tranquilla".
C'era una sola persona capace di disturbarlo durante il suo giorno di permesso,e sopratutto che sapeva dove trovarlo . Ma Mattiussi sperò in cuor suo di sbagliarsi.
Apri l'imposta del vecchio casolare.
"Buonasera Fusaro. Mi auguro per lei che ci sia un valido motivo per venirmi a rompere le scatole fin qui!"
Il suo attendente era spettinato, la divisa aperta a metà ma fu la faccia spaventata come se l'uomo non avesse un domani ad angosciare il Capitano.
" Signore, in paese ci sono problemi: la gente sta dando via di matto. La piccola Adele è scomparsa"
"Diamine Fusaro! Per queste cose ci sono i Carabinieri!"
"Capitano abbiamo avvertito la Tenenza, ma ..."
"Ecco volevo avvertirla, nei giorni scorsi Carugati le stava troppo vicino".
L'erezione che ancora pressava dentro i pantaloni di Mattiussi si afflosciò tutta d'un colpo, al Capitano tornarono immediatamente alla mente le immagini di un villaggio in Somalia di tanti, troppi anni prima, un villaggio talmente piccolo da non essere nemmeno segnato sulle carte.
Ma sopratutto al militare tornarono alla mente i ricordi dei corpi dei bambini.
"La prego signore, Dorina non fa altro che piangere"
"Mi dia un minuto Fusaro, temo di sapere dove cercare"
Rientrò dentro per rivestirsi, la prostituta compi un maldestro tentativo di abbracciarlo.
La ricaccio indietro. Ormai la visione delle natiche nude di lei adesso gli sembravano dei funghi velenosi .
I bambini morti. Carugati che rideva come un ossesso.
Afferrò le sue armi, riteneva che gli sarebbero servite.
Fuori Fusaro lo attendeva con due bai già sellati.
"Signore ordini? Dove dobbiamo andare ?"
Già, quali ordini? Il Capitano si senti vecchio. E stanco. Soppesò la pistola, soppesò il volto giovane e spaventato del suo attendente.Si volse poi verso il bosco che costeggiava il casolare e per un attimo, solo per un unico breve attimo ebbe come la sensazione di scorgere tanti piccoli bambini che guardavano verso di lui.
" A fare qualcosa che avrei dovuto compiere in Africa tanti anni fa".
* * * * *
Dora non ce la faceva proprio ad aspettare: la madre era in cucina a piangere mentre il padre e i suoi amici battevano tutti i canali e gli anfratti possibili alla ricerca della sorella.
ma c'era un posto dove nessuno aveva pensato di cercare; proprio il posto più ovvio.
"Hanno paura. Razza di vigliacchi!"
Se gli uomini non lo facevano ci avrebbe pensato lei, Dora s'infilò lo scialle ed in silenzio varcò l'uscio di casa. La madre persa nei suoi dolori, non se n'è accorse nemmeno.
La ragazza s'immerse nelle strade poco illuminate del borgo, alla sua sinistra le campane della chiesa suonavano a tutto spiano: era il richiamo che il parroco inviava ai suoi parrocchiani per incitarli a continuare la ricerca.
Ma lei sapeva dove cercare, con uno dei coltellacci del padre ben nascosto nello scialle s'incamminò lentamente verso Forte Malibran.
* * * * *
Il sangue copriva buona parte del muro.
"Tanto dopo lo intonacherò. Sai è tutta colpa tua, non dovevi urlare così forte."
Carugati lasciò partire uno schiaffo al volto della piccola.
"Ma tanto è sempre colpa vostra. Siete sempre voi a peccare, non
io!"
Il vecchio militare sputò addosso al corpo spogliato di Adele, ma ormai la piccola non poteva più reagire. Niente le avrebbe fatto più del male.
"Peccato! Durano sempre troppo poco!" Maledisse tra se e se il vecchio militare "Mi eri sembrata più resistente, ho fatto un errore."
Quello stato durò poco, Carugati completamente nudo nonostante il freddo delle stanze di Forte Malibran si avvicinò al corpo della bambina.
"Adesso comincia la parte divertente".


2011.
La stanza era differente da tutto quello che aveva visto dentro al forte: era, calda, illuminata a giorno, pulita, ancora ammobiliata.
Thomas non aveva mai visto mobili come quelli, così imponenti da fargli venir voglia di distruggerli, ovunque c'erano carte, disegni, progetti; adagiate ad un angolo del muro c'erano dei bastoni metallici.
"Cazzo, vendendone uno solo di questi mi farei un bel po di schei"
Prese quello che gli piaceva di più, un grosso bastone con riflessi che sperò fossero di argento, intarsiato in maniera tale che il pomello assomigliasse ad un grosso serpente.
" Bene" Urlò al nulla "La conosci la storia del fatto che chi trova una cosa ne diventa il proprietario ?"
Il nulla non gli rispose.
Ci fu altro che attirò la sua attenzione:le foto,immagini dalle tinte seppia,l'intera parete ne era tappezzata.
Tutte ritraevano bambini; africani con vestiti strani o completamente nudi, bambine dalla pelle chiara con gonne ridicole. Tutti in compagnia di di un uomo alto e magro da far impressione, Thomas osservò con maggiore attenzione: l'uomo ritratto nelle foto doveva essere un militare, ma con un tipo di divisa che lui non riconosceva. Ma ci fu un ultima cosa che gli fece gelare il sangue.
Le espressioni di quei bambini.
Terrore allo stato puro.
"Non saresti dovuto entrare..."
Chi aveva parlato?
Thomas, si girò, non c'era nessuno nella stanza di questo ne era certo, e allora chi?...
La bambina nella foto in alto a destra, prima gli era sembrata in un altra posizione.
"Lui, non ama troppo quelli come te, ma si adatterà"
"Ehy che cazzo di scherzo è questo?"
Thomas indietreggiò, pensò di alzare il bastone per colpire quella foto, ma qualcosa lo punse costringendolo a posare lo sguardo verso la scultura d'argento.
Per la seconda volta in quella notte, il bulletto che faceva paura a tutti i compagni, urlò e strillò come una capra condotta al macello.
Il braccio...semplicemente non esisteva più, il bastone si era fuso alla sua mano, le dita erano scomparse ed in loro sostituzione si agitava un unico immenso fallo maschile.
"A lui piace giocare. Mi ha portata in questo luogo molto tempo fa e non ne sono più uscita"
Non poteva essere. Doveva trattarsi di un effetto di qualche droga, ecco di questo sicuramente si trattava. Chi sa cosa aveva messo il terrone dentro quelle canne assieme alla maria.
"Andateaffanculo tutti, io me ne vado!"
"Ecco sempre volgare" lo derise la bambina" Tua madre a disperarsi, a cercare di darti un educazione e tu cosa fai? Come la ripaghi? Non è vero signor Serpente?"
Come a voler rispondere dal fallo che una volta era una mano spuntò una lunga lingua biforcuta che lambi la faccia di Thomas. Risate grottesche fuoriuscirono dalle foto, adesso Thomas ne era certo: i bambini si stavano muovendo, i bambini si spostavano all'interno delle foto.
"Non ci divertiamo più signor serpente,questo gioco ci annoia è ora di smetterla" e detto questo la piccola dai lunghi capelli battè le mani. E il grosso fallo si piegò mordendogli la gamba.
Accecato dal dolore il ragazzo piombò a a terra,dolorante, solo con grande forza di volontà si rese conto che dai muri si stavano aprendo numerosi sguarci.
"Cazzo..." Singhiozzò.
Thomas provò a strisciare verso la porta, la vista che si annebbiava, mentre dalle fratture cominciarono a fuoriuscire terra mista a sassi; per ogni singolo granello di polvere e terriccio che fuoriusciva le fratture sembravano allargarsi sempre di più.
Non ne era sicuro ma aveva l'impressione che anche dalla sua gamba morsa invece che di sangue sgorgasse polvere scura.
" Questo è quello che avevi dentro di te" rise la figura della foto col viso sempre più sfigurato.
Era quasi arrivato alla soglia, ogni piccolo detrito che gli cadeva addosso lo ustionava come se fosse acido.
Un ultimo sforzo lo portò ad oltrepassare col tronco la porta.
"Ecco te l'ho messa in culo, addio puttana!"
" No" gli rispose la figura nella foto ormai simile in tutto e per tutto a quello strano militare "IO te l'ho messa nel culo".
E la soglia lo risputò dentro la stanza. Thomas Calzavara non ebbe nemmeno il tempo di un ultimo singhiozzo.
E poi si chiuse sprofondandolo dentro.

* * * * *

La gatta era riuscita a spostare tutti i suoi cuccioli, in passato in le era capitato di doverne perdere qualcuno dei figli dalle sue vecchie cucciolate.
O perché non aveva abbastanza latte o quando capiva che erano troppo deboli.
Ma non stavolta. Questa volta li avrebbe salvati tutti.
Mentre si muoveva un fruscio tra le piante la mise in allerta.
Si preparò a snudare i denti.
Una volpe sbucò dall'erba.
La gatta cacciò fuori gli artigli pronta a tutto, la volpe ringhiò.
Poi la gatta vide spuntare tra le zampe dell'altro animale un cucciolo.
Le due madri si studiarono per un poco.
Poi la gatta si acciambellò e pensò a nutrire i suoi cuccioli.
Erano abbastanza lontane dal forte. Abbastanza lontane da quello che minacciava i loro cuccioli.
La volpe fece altrettanto.
(Continua....)

POLVERE ALLA POLVERE - un Racconto a Puntate.

II PUNTATA.
Pubblico a puntate questo mio raccontino vecchio di un anno in occasione della ricorrenza di Halloween. Se il racconto incontrerà i vostri gusti pubblicherò anche le restanti parti.
La prima puntata è apparsa QUI



2011.
Luca aveva approfittato di un attimo di distrazione degli altri per intascarsi un pezzo di fumo e adesso che quel mona di Andrea con la voce sempre più impastata raccontava del forte agli altri due con la scusa di andare a pisciare aveva deciso di andare a nasconderselo.
Parlasse pure il Mona, anche lui conosceva bene la storia: il forte era stato terminato nel 1912, avrebbe dovuto avere una decina di cannoni tra grandi e piccoli ma non era mai stato utilizzato perchè quel tipo di costruzioni militari era considerato già vecchio al termine dei lavori. Poi la guerra aveva risparmiato quei territori e dei novanta uomini previsti di guarnigione alla fine non ne era mai arrivato nessuno.
A scuola avevano fatto una ricerca sulla storia della zona, per questo lui sapeva tutte queste cose,perchè Luca non era scemo come voleva far sembrare,semplicemente arrivava sempre dopo gli altri.
Quella era la sua maledizione: era troppo grosso e dotato di un'espressione bovina perchè gli altri lo prendessero sul serio.
Però del Forte sapeva tutto, anche se i vecchi del luogo non ne parlavano mai con troppo piacere.
Perfino dentro la sua famiglia, si ripetè.
Da qualche anno il Demanio militare aveva concesso la gestione al comune, ma infinite erano le controversie al'interno del consiglio comunale sulla destinazione d'uso della fortezza. Per adesso ci andavano solo i ragazzi che in cerca di un posto nascosto per trombare. E gli sfigati come loro, che non riuscivano a trovare una ragazza pensò non con un certo malumore il ragazzo.
Il richiamo della vescica lo riportò a questioni ancora più terra terra; nel suo vagare era giunto dentro una delle vecchie camerate; in fondo seminascosto dalla onnipresente polvere c'era un mucchietto di detriti che avrebbe fatto al caso suo.
L'indomani sarebbe tornato da solo per riprendersi la "sua" stecca.
Alla faccia di quei tre "goldoni" là in fondo.
Luca spostò alcune pietre ed un grossa mattonella sbreccata, convinto che sarebbero bastate per nascondere il pacchetto ghignando come un bambino, felice come quando strappava le code alle lucertole.
Troppo preso per notare qualcosa muoversi dietro di lui, troppo preso per accorgersi del rigagnolo di polvere scura che dal soffitto aveva preso a scivolare sui muri.
E quando un primo, singolo solitario granello gli finì sulla nocca della mano, confuse il freddo ed il pizzicore con una puntura di ragno.
-"Luca! Che cazzo stai facendo?"
Thomas era lì. Sulla soglia, dietro di lui. Arrabbiato quanto basta.
Luca si girò verso di lui, pronto a blandirlo con un scusa.
Ma le parole gli morirono in bocca. Fu l'espressione improvvisamente spaventata dell'amico a fagli cambiare idea: spaventato da qualcosa che lui non vedeva.
Tutto in un attimo.
Luca si rigirò verso il cumulo di terriccio e rottami dove stava scavando.
E fu allora che vide.
La polvere. Solo così poteva essere definita, un immensa fiumana sporca che dirigeva verso di lui.
Il suo braccio ne fu investito.
Quello fu il momento in cui Luca cominciò ad urlare dal dolore; mentre dal moncherino dove prima c’era la sua mano adesso fuoriuscivano solo fiotti di sangue arterioso.
Istintamente tese l'altro braccio, quello sano verso l'amico; quasi una muta richiesta di aiuto, di salvezza.
Ma l'ultima cosa che Luca Fusaro ebbe modo di vedere fu il suo migliore amico che fuggiva.
Poi la polvere lo prese.
Fu come se il ragazzo non fosse mai esistito.

Mira 1909.
Alvise Carugati amava il suo lavoro, la sua creatura stava venendo su proprio come voleva lui.
ma più che del forte gli interessava "l'altra" costruzione, quella che nessuno poteva vedere.
Quella che ogni notte lui edificava ripetendo le formule del Libro,da solo, fuori le costruende mura del forte, quella che lui innaffiava col sangue degli incidenti.
Gli stessi incidenti che lui creava ad arte di tanto in tanto al cantiere.
Poche gocce bastavano. Poche gocce avrebbero fertilizzato il patto con i padroni del Libro.
Il Libro avrebbe avuto il suo tempio e lui avrebbe goduto di tutto ciò che desiderava.
Non sempre era stato così.
Ricordava ancora lo sguardo di riprovazione del padre quando aveva scoperto i suoi giochi.
Quel ricordo bruciava sempre nonostante fossero passati anni.
Il padre non aveva voluto capire; non importava che fosse solo la figlia di una serva, non importava che fosse lei a provocarlo con quei vestitini troppo corti.
Lo aveva guardato come se fosse lui ad aver sbagliato. Come se fosse lui il malato.
-"Era solo una bambina, non ne avevi il diritto."-Aveva mormorato l'uomo.
Solo per quello lo aveva costretto ad arruolarsi, solo per quello lo aveva fatto sbattere in Africa.
-"Nemmeno una famiglia potente come la nostra può tenere nascosto troppo a lungo uno scandalo come questo. Anche se ho pagato la madre dovrai, lo stesso sparire per un periodo, almeno finchè non riuscirò a far dimenticare la cosa"
Quella fu l'ultima volta che suo padre gli rivolse la parola.
Ma la guerra per le colonie, in definitiva, aveva rappresentato la fortuna di Carugati.
Era stato in Somalia che Carugati aveva trovato il Libro, ricordava ancora quel pulcioso villaggio vicino Merca. Quel sacerdote gli aveva insegnato tutto riguardo ai padroni del Libro e quei bambini erano così innocenti.
Non ne aveva lasciato vivo neanche uno.
Dopo aver giocato con ognuno di loro.

In quell'occasione aveva conosciuto Mattiussi,lo sguardo indagatore dell'ufficiale italiano aveva riportato in mente a Carugati quello del padre.
Ma ancora una volta il denaro di famiglia aveva messo a tacere lo scandalo...e del resto il Regio Esercito non avrebbe avuto nessun vantagio ad ammettere che nelle sue file militavano uomini come Alvise Carugati.
Così Mattiussi era stato obbligato a tenersi per se le sue accuse mentre lui veniva messo dignitosamente a riposo.
Ma adesso era tornato.
Presto avrebbe terminato l'opera iniziata in Africa e avrebbe avuto tutto quello che desiderava.
Alcune risate lo distrassero dai suoi pensieri, risate di bambine, Carugati notò un fascio di capelli rossi che correva portando un cestino. Il reduce, si rese immediatamente conto che si trattava di Adele, la sorella di quella servetta.
Quella fidanzata col militare napoletano.
Sì, pensò stringendo il suo bastone, presto avrebbe avuto tutto ciò che desiderava.



2011.
Le urla scossero Andrea dal suo intontimento, la canna gli sfuggi dalle mani.
Assieme ad un sospiro.
"Peccato"-pensò a voce alta "Proprio quando stavo sognando di avere una famiglia normale..."
Scosse Stefano assopito anche lui:
-"Sai una cosa Andrea ? Stavo sognando di mio nonno. Nel sogno era giovane e mi  avvertiva di uscire subito da qua dentro."
Andrea osservò attentamente l'amico, soppesò il suo sguardo ingenuo e sognante e poi si limitò a fare spallucce.
-"Davvero? Io no! Io stavo sognando le tette della prof d'inglese"
Qualcosa però era cambiato: il locale, se possibile, sembrava più buio ed oscuro di prima.
*    *      *     *     *
Thomas si era perso, adesso era in una stanza più piccola,un tempo quel locale aveva ospitato la ridotta della batteria, ma questo Thomas non poteva saperlo.
Una piccola feritoia quasi completamente sbarrata da una grata, lo divideva dall'esterno.
Quel poco di luce lunare che la grata lasciava entrare dentro sembrava irriderlo.
Per la prima volta da quando era bambino Thomas pianse.
*    *      *     *      *
"Niente. Sono scomparsi tutti e due".
"Probabilmente se ne saranno andati via; una di quelle due mappine mi ha portato via quasi tutto il fumo. Begli amici che hai."
"Non sono miei amighi, dai, conviene che ce ne andiamo via"
" Co 'o cazz, ma che vi siete messi d'accordo per coglionarmi? Io rivoglio indietro il mio fumo".
Quello fu il momento si accesero le luci.
*   *    *    *     *
Si era perso. Ormai era certo : aveva attraversato lo stesso corridoio almeno tre volte.
Una voce dentro di lui lo implorava di chiedere aiuto, di chiamare gli altri, ma non aveva troppa voglia di sfigurare di fronte al terrone. Decise di tornare nella ridotta, lì almeno c'era lo spicchio di luna a fargli compagnia, a non lasciarlo solo con la paura.
Ma questa era una cosa che non avrebbe mai ammesso col terrone.
"Che mi trovino loro se sono così in gamba"
Cercò di sporgersi più che poteva, era tutto uno scherzo, ne era sicuro, presto quel mona di Luca sarebbe ricomparso. Si erano messi d'accordo per spaventarlo, poco ma sicuro, ma lui gliel'avrebbe messa in culo a tutti quanti.
Come sempre del resto.
"Andè in figa delle mamme vostre, sfigati. Aspettate che vi metta le mani addosso e vedrete"
Con un occhio sbirciò fuori, si lasciò scappare un breve sospiro alla vista dei salici e delle quercie illuminate dalla luna. Dietro di lui, una luce si accese. Fu inondato dal calore inatteso.
Dalla stanza provenivano risate di bimbi.
*     *      *      *        *
La creatura che non aveva più corpo rideva, dopo tanto tempo, finalmente la vita era venuta a lui.
Alla fine , era stato richiamato. Qualcosa dentro di lui riconosceva tutte le mura, tutti gli angoli, tutti gli stucchi di quel posto. Le riconosceva ma sentiva che erano diverse.
Quanto tempo era passato dall'ultima volta ? Chiese la vocina razionale dentro di lui.
Non importa. Gli rispose la parte ferina della sua essenza. Puoi tornare a giocare, puoi tornare a fare quello che desideri. Prima però c'erano delle porte da aprire: c'erano ancora delle vite dentro il Forte, vite con cui giocare, vite da assaporare.
Una delle sue terminazioni polverose scovò un piccolo grillo spaventato, la cosa se ne nutrì. C'erano cose ben più grandi da trovare.
La creatura che non aveva più corpo, la polvere che un tempo era stata un uomo si rimise in marcia.
La notte era appena cominciata.
*     *      *    *       *
La piccola gatta spelacchiata si scosse,i suoi cuccioli si lamentarono stringendosi lei. Non sapeva perchè ma sentiva la paura vicino a lei. I suoi piccoli si lamentarono in cerca di latte.
La gatta non sapeva cosa fosse cambiato. La paura dentro di lei le fece decidere che era arrivato il momento di spostare la sua tana.
( Continua....)

POLVERE ALLA POLVERE - Parte Prima.

UN RACCONTO DI NICK PER HALLOWEEN.
Ho scritto questo racconto l'anno scorso, durante il periodo di fallimento della mia azienda. In un certo qual modo mi ha aiutato ad andare avanti.
L'ispirazione mi è venuta da Forte Poerio una struttura presente nel territorio di Mira (Ve).
Forte Poerio è uno di quelle fortificazioni costruite dall'esercito italiano per difendere la terraferma del veneziano in previsione di una guerra contro gli austriaci.
Quella guerra poi scoppiò davvero; noi la conosciamo col nome di Prima Guerra Mondiale, solo che Forte Poerio pur essendo nato da pochi anni era già superato in quanto a tecnlogia militare e praticamente non entrò mai in funzione.
La struttura oggi è di proprietà del comune di Mira che ne ha ricavato un bellissimo parco per la gioia la gioia di mamme e bambini ed è uno dei posti più tranquilli che ci possano essere.
Nondimeno mi é servito come ispirazione per il Forte Malibran del racconto.
Polvere alla Polvere alla fine, per quanto mi vogliate credere o no, è un atto d'amore per la bellissima città che mi ospita.
E non è certo un racconto "soft", siete avveriti.
Se vi piacerà ogni domenica posterò i capitoli seguenti fino alla conclusione.



Le luci delle macchine fuori danzavano come ballerine impazzite, di quelle che alla Dani, la sorella sfigata di Andrea piacevano tanto.
Andrea invece odiava nell'ordine: la sua famiglia originaria di giù; quel buco di culo di paese vicino il fiume Brenta dove erano andati a vivere; le ballerine della Scala che alla sorella piacevano tanto e perfino  sua sorella.
Povera cogliona la Dani! Sempre a sognare.
Non sarebbe mai arrivata alla Scala.
Alla Scala non prendono le ciccione di centoventi chili.
" Dì un pò, "napoli", ti xe indormensato? Movete Terun."*
Risate. A parlare poteva essere stato solo quel cretino di Thomas, arrivato all'appuntamento con la testa già bruciata.
" Stai zitto coglione. Non dimenticare che il fumo ce l'ho io. Vuoi che me ne vada e ti lasci senza?"
Un attimo di silenzio, Andrea capì subito di aver fatto centro; perfino gli accendini con cui i ragazzi già dentro fino ad un attimo prima si erano fatti luce avevano avuto un mancamento.
Solo una voce:
" Fumo?"
Poteva essere solo il cretino di Thomas: ignorante come una capra!
"E' così che giù chiamano la stecca. Dai Andrea non far caso a questo "goldone"**, per piacere sbrigati ad entrare altrimenti ci scoprono."
Tranquillizzato dalla voce di Stefano, il saputello della classe: l'unico che lo trattasse da amico Andrea si decise. Con un ultimo colpo di reni, dopo avere controllato per l'ennesima volta che la stecca di "fumo" fosse ancora al sicuro dentro il suo zaino, superò la finestra dagli scuri cadenti ed entrò nell'edificio.
Nessuno degli occupanti delle poche e frettolose macchine che sfrecciavano fuori li aveva notati,nessuno volle far caso ai motorini lasciati incustoditi; nessuno degli impiegati che tornavano dal lavoro si accorse che quattro ragazzini erano entrati dentro la fatiscente struttura di Forte Malibran. Solo una tranquilla signora dentro una vecchia Polo notò tra le fronde degli alberi mossi dal vento una delle luci tra le stanze del vecchio forte, ma non ci fece troppo caso.
La tranquilla signora aveva fretta: erano tre mesi che raccontava al marito la bugia della palestra con le amiche mentre in realtà si incontrava con il Giorgio,quello dell' Hotel Alle Campane e temeva che il marito sospettasse.
Ma lo stesso non voleva far aspettare troppo il Giorgio.
Ormai conosceva fin troppo bene la strada: le curve, le ringhiere, gli alberi scheletrici, l'incolta vegetazione trasformatasi in giungla a causa delle piogge, perfino il ridicolo forte ormai a pezzi.
I fari inquadrarono pigramente la pietra con l'iscrizione.
CAPITANO MATTIUSSI PROGETTO' E COSTRUSSE. 1912
Era quasi arrivata. Il Giorgio l'aspettava.
Non si accorse nemmeno della polvere sollevata dalle gomme della Polo.
Tanta polvere. Troppa.

1908.

Fuori faceva freddo. E umido, ma il capitano Mattiussi avrebbe preferito di gran lunga essere fuori.
Invece gli toccava di stare dentro quell'ufficio a Venezia e dover ascoltare i discorsi del suo superiore:
".... Le nuove costruzioni dovranno essere pronte nel più breve tempo possibile, lo vuole il Comando: l'intera zona di Venezia dovrà essere fortificata entro tre anni. Mattiussi io e lei sappiamo benissimo che nel giro di tre anni potrebbe esserci una guerra, molti a Roma non vedono di buon occhio l'alleanza con l'Austria- Ungheria. Dobbiamo essere pronti a tutto. Mi sta ascoltando capitano?".
Mattiussi si strinse nelle spalle, a lui quel tipo di discorsi non interessavano, si era arruolato per avere più possibiltà di poter esercitare il suo lavoro d'ingegnere. Non gli interessava l'idea di una guerra, così come non capiva il fanatismo di molti nei confronti delle "terre irredente". Per quello che l'interessava Trieste e Trento potevano tranquillamente tenersele gli Austriaci!
Decise di non sfidare la sorte ed esibì al suo superiore il suo miglior sorriso.
" Certo signore, capisco perfettamente."
La cosa sembrò funzionare, il generale riprese subito a parlare segnando un punto sulla carta :" Ecco. Mentre le costruzioni di Forte Tron e Forte Damo sono già state assegnate,lei è stato proposto per quest'altra costruzione "- il dito grasso segnò un punto nell'area vicina al fiume Brenta- " Forte Malibran sorgerà qui! Tra Malcontenta e Oriago."
Perfetto, maledì Mattiussi, proprio nella zona peggiore di tutte. In quelle terre la gente si ammalava ancora di malaria, il terreno era troppo argilloso per poter essere adatto. Ed era troppo lontano dalla sua Verona.
"Ah,non è tutto"-Proseguì il generale dopo un istante di silenzio, quasi se volesse prepararlo. O osservare la sua reazione:" Le è stato assegnato come supporto il capitano Carugati".
Carugati? Oh no, sacramentò dentro di sé Mattiussi, non di nuovo.
" Generale, la prego, non Carugati. I soldati non sono mai troppo tranquilli con lui. Generale se lo ricorda com'è andata a finire in Somalia?"
L'altro sbattè una manata sul tavolo.
" Quel caso è ancora sotto indagine capitano, e poi Carugati è un ottimo ingegnere. In più a quanto pare lei è l'unico che riesca a tenerlo sotto controllo. Ormai è deciso: vada pure capitano."
Fu un Mattiussi esasperato e furente quello che l' attendente Antonio Fusaro vide uscire dall'ufficio del generale Antinori. Fusaro pur abituato alle sfuriate del capitano, si spaventò lo stesso nel vederlo sbraitare e sbattere la porta.
E sorpassarlo a passo svelto come se nemmeno lo avesse visto. Fu solo nel lungo corridoio che li portava verso l'uscita che il giovane riusci a raggiungere Mattiussi.
"Allora com'è andata?"
" Ci hanno imposto Carugati. Ecco com'è andata" Rispose l'altro lisciandosi nervosamente i baffi a tortiglione.
" Porca...! Carugati ?"
I due uomini, si guardarono tristemente in faccia e poi finalmente all'esterno immersi nella nebbia veneziana, Fusaro per l'ennesima volta ripensò con nostalgia alle vigne assolate di suo padre alle pendici del Vesuvio.
Il giovane si sentì rabbrividire.
Non per il freddo però.


2011.
L'interno era freddo. Freddo e buio.
Appena entrati Stefano si era stupito della quantità di detriti tra i locali del Forte, le vecchie pavimentazioni a forma ottagonale erano ricoperte di stucchi, mattonelle e infissi, mescolati a questi spuntavano ben più prosaici e recenti segni di presenze più moderne: una lattina di birra, i resti di un vecchio fuoco acceso, delle siringhe. Thomas che aveva identificato in un angolo dei preservativi usati non la smetteva di ridere.
"Qualcuno si deve essere divertito molto. Meno male che il "professorino" aveva detto che in questo "letamaio" non ci viene mai nessuno".
Stefano c'era rimasto male, gli altri lo chiamavano il professorino solo ogni volta che volevano trattarlo da "nerd". Non che i loro cervelli sottosviluppati sapessero neanche cos'era un nerd, per inciso.
Ma il senso recondito era quello.
Di solito cominciava Thomas e quel senza palle di Luca lo spalleggiava; lui però aveva avuto un idea : sapeva che Stefano poteva tranquillamente arrivare a procurarsi della "roba di quella buona", così come sapeva che Thomas e Luca erano particolarmente sensibili a quell'argomento. Poteva essere una buona occasione per far si che i due bulletti della scuola lasciassero in pace il "nerd" e quello venuto da fuori.
Perlomeno all'inizio gli era sembrata una buona idea.
Anche andare dentro i locali del Forte era stata una sua iniziativa:stando là dentro, piuttosto che in  camera di qualcuno di loro non avrebbero corso il rischio di essere scoperti dai genitori.
In più il vecchio forte, risalente a prima della Grande Guerra lo aveva sempre affascinato, sin da quando il nonno, l'unico essere al mondo a cui fosse mai importato dell'esistenza del ragazzo, gli raccontava le vecchie storie sul Malibran o sul "vecio" come veniva chiamato in paese.
Così ora sdraiati nel posto più pulito che fossero riusciti a trovare i quattro, tra una rollata ed un tiro l'idea sembrava funzionare. Luca dopo neanche due tiri aveva già gli occhietti rossi mentre Thomas per una volta sembrava la persona più tranquilla del mondo.
Solo Andrea non faceva che lamentarsi della troppa polvere.
"Beh, che ti aspettavi? Il Danieli? Non dovresti essere abituato a vivere nelle topaie tu?"
"O strunz falla finita che se non portavo io il fumo a quest'ora stavi a tirati le pippe da solo in camera tua".
Ossignore,pensò Stefano pulendosi gli occhiali, possibile che Thomas e Andrea non la smettessero mai di punzecchiarsi?
" Sentite mentre fumiamo che ne dite se vi racconto la storia di questo posto?"
Nell'angolo in fondo,quello poco illuminato, Luca che finora era stato in religioso silenzio assaporando la sua canna, la faccia parzialmente illuminata dalla pila accesa emise una risata sguaiata:
"Ma falla finita "genio". Sappiamo tutti quello che è successo quà dentro"
Da qualche parte in lontanza un granello di polvere si smosse senza vento , senza sollecitazioni. Semplicemente si mosse da solo dapprima lentamente poi con sempre maggiore velocità.
Dopo un istante un secondo granello lo segui.
E poi un terzo.

Estate 1909.
I lavori procedevano a rilento e Giovanbattista Mattiussi era esasperato, non solo l'area scelta dall'alto comando era una fogna a cielo aperto ma quel maledetto Carugati si era rivelato perfino peggio di come se lo ricordava;non solo si presentava sul cantiere perennemente ubriaco, ma disattendeva in continuazione i suoi ordini. Anche su piccole cose, però ogni giorno ce n'era una nuova.
Come se non bastasse l'alto comando gli aveva inviato poco personale militare in supporto. Ragioni logistiche, gli era stato detto. In realtà a quanto pareva molti ufficiali avevano abilmente dirottato i propri uomini verso altre destinazioni ritenute più facilmente destinate al successo.
E poi c'erano stati gli incidenti.
Già gli incidenti; per ovviare alla scarsità di lavoranti militari Mattiussi aveva assunto molta manodopera tra gli abitanti del luogo. Inizialmente gli abitanti di Oriago erano stati ben contenti di guadagnare qualche lira in più ma dopo nemmeno una settimana avevano cambiato idea. Prima era stato un mattone che si era staccato a cadere in testa a un carpentiere che stazionava in basso, qualche giorno dopo era stato un operaio a precipitare da un soppalco.
Poi altri incidenti, piccoli e grandi. Sempre ad operai della squadra assegnata a Carugati.
Così erano arrivati al punto che molti si rifiutavano di venire a lavorare.
No. Decisamente Forte Malibran non nasceva sotto buoni auspici; proprio no.
Giovambattista Mattiussi buttò via le carte e i progetti; in quel momento avrebbe semplicemente voluto essere lontano da quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini.
O in alternativa, spaccare la faccia ad Alvise Carugati.
*    *     *   *        *      *     *
Antonio Fusaro da tempo non desiderava più di trovarsi tra i campi del padre, e non sognava più nemmeno l'assolato clima della sua Napoli; tra le nebbie venete ormai si trovava bene lui.
Gli era bastato conoscere Dora, la Dorina, come la chiavano tutti e subito si era perso nei profondi occhi scuri della ragazza. Da quel giorno  Antonio passava tutti i suoi momenti liberi alla Locanda Alle Campane dove la ragazza serviva come cameriera.
Lei apriva sempre le porte della locanda per lui e in privato gli apriva ben altro. Così quel ragazzo, che in vita sua non era mia stato con una donna, nemmeno con le professioniste dei bordelli, tra le braccia della Dorina aveva scoperto un universo completamente sconosciuto.
Le rotonde e matronali tette di lei erano diventate tutto il suo mondo, le sue natiche gli avevano fatto dimenticare perfino il ricordo della fidanzata giù al paese. E la fessura della ragazza ogni volta che lo reclamava gli faceva decidere ogni giorno di più di fermarsi in quel paese.
E di rimanere sempre avvinto a lei.
Perfino il padre di lei, un burbero e sospettoso, contadino aveva accettato quell'insolito fidanzamento, e permetteva alla ragazza, magari accompagnata dalla sorella minore Adele, di portare un fazzoletto col pranzo al "suo" napoletano fino a dentro il cantiere.
Antonio Fusaro era un uomo felice. Con una piccola nube.
Aveva notato come quel vecchio laido di Alvise Carugati guardava le due ragazze quando si presentavano sul cantiere. In particolare come guardava Adele che era poco più che una bambina.
E quello sguardo lo spaventava.
( Continua...)
* Traduzione dal dialetto diffuso nella provincia di Venezia:
"Ti sei addormentato? Sbrgati terrone."
** Il goldone in dialetto veneziano è il preservativo, l'espressione viene anche utilizzata come sinonimo di coglione.

" Dedica un Racconto al Tuo Autore Preferito" : il mio tentativo.




Sono diversi anni che non leggo più niente di suo, però nel periodo tra il 1991-1993 avevo letto diversi suoi romanzi, sinceramente all'epoca la trovavo sopravvalutata, ma considerando le varie "eredi" come Stephenie Meyer, e Laurell K. Hamilton che si sono succedute, devo ammettere che "lei" perlomeno sapeva scrivere.
Quindi, in anteprima ecco le mie due righe su:



ANNE RICE.

Ricordo Idioti Che Esultavano, la riva sempre più lontana, ricordo anche l'orizzonte piatto.
"La Terra è rotonda" ripeteva il capitano " E noi lo dimostreremo".
Lui non ha cambiato mai idea.
Magra consolazione quando precipitammo nel vuoto.

HOMECOMING- il quarto capitolo di ACCELLERANDO VERSO IL PRECIPIZIO.

Giorni convulsi, mentre sto preparandomi ad alcune scelte, anche dolorose. Ho comunque deciso di fare un eBook dal mio ACCELLERANDO VERSO IL PRECIPIZIO, e finalmente i primi raccontini di FIGLI DELL'APOCALISSE sono in dirittura d'arrivo.
Sarà contenta la mia editors mascherata che a giorni se li vedrà arrivare.
Quindi questo sarà l'ultimo capitolo online prima della messa a disposizione- gratuita- del eBook. E tra le altre cose è quello di cui sono più soddisfatto. QUI i capitoli precedenti.

Dovrei parlarvi di tante altre cose, non ultimo un certo concorso collegato al Survival Blog, ma le ben note vicende personali, continuano a non farmi trovare abbastanza tempo per potermi dedicare a post più seri e corposi. Magari a giorni.


Nel frattempo, un non meglio identificato problema m'impedisce di commentare su alcuni blog della piattaforma Blogspot, ad esempio quelli di Angie; Ferru e Romina e parzialmente quello di liber@, mentre con altri della stessa piattaforma come quello di TIM non ho problemi. Probabilmente sarà un guasto del mio account. Stasera, magari cambierò qualcosa.
Magari darò l'addio al vecchio e abusato Nick per riappropriarmi del mio vero nome NICOLA PARISI, ma da qui a stasera faccio in tempo a ricambiare idea un centinaio di volte.


Preludio.

Due settimane. Questo è il tempo che mi ci è voluto per tornare.
O meglio tornare e, nel frattempo fare una serie di altre cose.
Ma devo andare con ordine. Subito dopo la liberazione dagli uomini dell'Armata
sono cominciati i dissidi nel gruppo. Un uomo, credo si chiamasse Marchesan, che era rimasto
ai margini dell'azione, ha cominciato quasi subito a dirmi che non avevo
nessun diritto a comportarmi da capo.
L’idiota mi ha praticamente fatto un favore volendo per sé la responsabilità
di tutte quelle persone: gli ho lanciato le chiavi del camion e ironicamente
gli ho fatto tanti auguri.
Per me ho preso una delle Jeep. Luca, suo padre, Maria ed Anna, la donna con
il neonato, sono voluti venire con me. Ovviamente ho portato Francesco e tutte
le armi: su questo sono stato categorico.
Gli altri sono andati con Marchesan. Ho scelto la Jeep perché il Camion è più
grosso e se il Capo vorrà vendicarsi, quel mezzo è più facilmente
individuabile.
Francesco ha pianto quasi tutto il tempo.
Poi ad uno spiazzo abbiamo trovato due Caravan fermi, e ho deciso di
abbandonare la Jeep per utilizzare quelli.
Ma non è stato facile. Il padre di Luca, Zoran il vecchio giostraio zingaro,
ha scassinato la serratura della prima roulotte, siamo entrati guardinghi con
le pistole in mano ...e siamo usciti immediatamente a vomitare.
Nel Caravan abbiamo trovato sette corpi: due uomini, due donne e tre
bambini, tutti morti, uccisi da colpi di pistola sparati alla testa. Uno dei
due uomini teneva ancora in mano l'arma. Erano due nuclei familiari? Forse un
padre aveva prima ucciso gli altri e poi si era suicidato lui. Ma gli altri
erano stati tutti d'accordo? O era stato un momento di disperazione di un
singolo? Sulle pareti ho trovato alcune scritte: DIO CI HA ABBANDONATO. NON CÈ
MISERICORDIA.
Non ho avuto il coraggio di prendere niente, ho lasciato tutto com'era. Sul
secondo Caravan, quello della seconda famiglia evidentemente, siamo stati più
fortunati, perché era vuoto.
Zoran si è occupato di travasare la benzina dalla Jeep al nostro nuovo mezzo
di trasporto. In silenzio abbiamo lasciato quel posto, la Jeep, il Caravan ed
il suo carico di morte.
Mentre guido Anna mi avverte che siamo a corto di latte e pannolini per
Francesco ed suo figlio.
Io però penso anche a mia moglie: devo trovare un modo per mettermi in
contatto con lei, prima che pensi davvero che io sia morto.
Devo trovare un portatile, una connessione.
Un tramonto rosso carminio annuncia la fine del primo giorno della nostra
fuga. I raggi del sole morente finiscono di dare un tono spettrale al panorama
circostante.
Rosso, il colore del sangue, il colore dei morti; e solo il Dio nel quale non
credo più da tempo può sapere se non ne ho visto troppo di sangue e di morte
attorno a me.


Frammenti.






Qualche giorno prima della fine dell'anno.

I giorni passano. Dormiamo a turno, chi non dorme guida o sta con le armi
pronte di fianco al guidatore. Dovremmo essere arrivati dalle parti di Verona;
conviene però stare alla larga dalla città, qui qualcuno ha dato di matto
pesantemente, c'è stato un tentativo di secessione finito male, molto male, e
quindi oltre ai soliti Gialli potremmo incontrare qualche sopravvissuto fuori
di testa, beh...più fuori di testa della norma dei sopravvissuti per lo meno.
Gli effetti della convivenza forzata si fanno sentire, ma di certo non nel
senso che avrei immaginato: ieri ho sentito Maria che diceva a Luca che per la
sua età bacia piuttosto bene e lui di rimando le ha risposto ridendo che è
disposto ad imparare anche a fare di più.
Zoran intelligentemente fa finta di non vedere che il proprio figlio sta
cominciando una qualche sorta di avventura con una ragazza molto più grande di
lui. Questa cosa non mi riguarda; il problema è che anche Anna comincia a far
notare la sua presenza in maniera non sempre "garbata" attorno a me. Proprio
stamattina mentre ispezionavamo una farmacia abbandonata dalle parti di
Sommacampagna in cerca di pannolini e latte in polvere, mi ha passato una
scatola di preservativi chiedendomi se non avevo voglia di provarli. Per
fortuna le urla di Zoran hanno fatto cadere la cosa da sola.
Siamo corsi fuori e Zoran continuava ad urlare per avvertirci che un
gruppo di Gialli si stava avvicinando. In questi giorni le temperature si
stanno alzando, quindi i mostri tornano ad essere più attivi.
Quelli che ci stavano attaccando sono in quattro: tre li abbiamo abbattuti
subito, ma il quarto, che in un’altra vita doveva essere un prete perché ha
ancora in dosso brandelli di paramenti sacri sporchi di sangue, ha cominciato
ad urlare. Mi ha fatto ricordare quello di cui hanno scritto altri blogger: i
Gialli strilloni, quelli che allertano gli altri mostri sulla presenza di
gente.
Urlo agli altri di tornare subito nel Caravan, di tenersi pronti a mettere in
moto. Mentre rientro anch'io, attorno a me ci sono decine e decine di Gialli.
Il Giallo-prete sembra ridere, i suoi occhi itterici e pieni d'odio sembrano ridere di
noi: così gli ficco una pallottola proprio lì in mezzo. Faccio appena in tempo a salire dentro e a chiudere la porta, proprio un istante prima che un infetto mi ghermisca.
"Parti!" urlo a Zoran. Anna mi aiuta a sprangare il portellone. Fuori i
Gialli premono, premono, premono... poi finalmente, quando non ci contavo più,
Zoran riesce a far muovere il Caravan. Io ed Anna cadiamo per terra, lei
addosso a me, e sento qualcosa di pesante nel suo giubbotto che mi colpisce il
mento.
Non so come, distanziamo i mostri. Francesco e l'altro neonato, che dormivano
tranquilli, si svegliano e cominciano a piangere. Non so come questo suono
così insistente, così normale, mi fa venire da ridere.
"Tutti bene, nessun ferito? chiedo a tutti. La risposta è affermativa. Poi
mi rivolgo ad Anna “Grazie per l'aiuto, te ne devo una".
Mi sorride maliziosa "Se è per questo me ne devi due, e belle grosse anche,
guarda cosa ho trovato nella Farmacia."
E con mia grossa sorpresa, si sbottona il giubbino e mi mostra un portatile.
"Se troviamo una zona dove la connessione funziona puoi provare a metterti in
contatto con tua moglie."
Mi sembra triste, ma nonostante tutto mi fa l'occhiolino, poi si gira e va a
vedere i neonati.



Schegge.




Da qualche parte vicino Padova, ultimo giorno dell'anno 2015.
È l'imbrunire. Comincia a piovere. Ma lì dove sono rintanato non sento la
pioggia. Per ore i miei occhi hanno assorbito dal portatile tutte le
informazioni che in due settimane mi ero perso. Ma la cosa più bella, ed al
tempo stesso più straziante, è stata riuscire a parlare con Venusia. Non è
stato facile convincerla che io sono veramente io.
"Sai, lo stesso giorno che sei sparito tu, ho scoperto un paio di uomini in
mimetica che osservavano la villa. Gli ho sparato addosso, la ragazzina che
abbiamo salvato mi ha aiutato a fare più rumore possibile. Le urla dei cani
hanno fatto il resto. Si sono ritirati forse perché convinti che dentro la
Villa ci sono molte più persone, non solo io e la ragazzina."
"Torneranno Ven, prepara le tue cose, verrò a prenderti. Non siamo più sicuri
alla Villa."
Parliamo ancora un po’; la ragazzina che abbiamo salvato sul Brenta, non
dimostra segni di contagio e questa è la notizia migliore. Dopo la mia partenza
ha cominciato a fidarsi di Venusia e a parlarle. È venuto fuori che si chiama
Olessea e che la famiglia è di origine Moldava. I suoi genitori e la sorella
sono stati catturati, in una spedizione precedente, dagli stessi miliziani in
divisa che hanno catturato me ed i miei compagni.
Non svelo a mia moglie cosa ho intenzione di fare, né la mia esatta posizione,
così come non la svelo a voi che mi state leggendo adesso. Dove sto ora sono
ragionevolmente al sicuro, quindi non voglio che qualcuno che non dovrebbe
possa venire a conoscenza della località precisa.
Certo se vorrete potrei provare a raggiungervi o a contattarvi. Con alcuni di
voi, come Ferru o il Vampirologo, potremmo esserci vicendevolmente d'aiuto,
mentre più difficile sarebbe arrivare alla costa Tirrenica ed unirsi allo
Spadaccino.
In queste ore, dopo aver chiuso la comunicazione con mia moglie, mi sono letto
tutti i vostri post di queste ultime due settimane e sono venuto a conoscenza
dei piani di Alex per raggiungere gli inglesi a Milano. Sono contento del fatto che siate ancora vivi; so anche che molti di voi sono allo stremo, così come so che altri di voi cercheranno di raggiungere Alex a Milano. La cosa interessa anche me, ma
cosa potrei offrire io ai Britannici?
E poi ho passato due settimane d'inferno tra Lombardia e Veneto per tornare in
Riviera del Brenta, non so se avrei la forza di tornare indietro ancora una
volta. Ancora.
Ed infine c'è l'Armata.
Se ho postato adesso parte della mia storia è anche per avvertirvi. Da
qualche parte nella Pianura Padana c'è un uomo chiamato il Capo ed esiste un
luogo chiamato il Centro. Ci sono ancora Miliziani che girano e, credetemi, non
è gente piacevole da incontrare.
Io domani uscirò, andrò a riprendermi mia moglie; con lei poi deciderò il da
farsi. Nella buona e nella cattiva sorte ci hanno detto un giorno... beh
finora, in questa storia, è stato nella cattiva sorte ma non è dipeso da me.
Potremmo anche decidere di rimanere in questo rifugio segreto. Del resto, come, i Gialli non saranno eterni.
Ora chiudo. Senza che me ne accorga si è fatta mezzanotte. L'ultimo giorno
dell'anno 2015 è appena terminato.
Da qualche parte qui vicino un lupo comincia ad ululare.
FINE

Ricordando il passato

Ricordando il passato
 
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