INTERVISTA CON PAOLO DI ORAZIO

Per questo fine settimana vi voglio proporre un approfondimento dedicato ad un altro dei pezzi da novanta dell' horror made in Italy, un artista eclettico in grado di spaziare tra fumetti, narrativa e pratica musicale. Paolo Di Orazio è uno di quei professionisti che - a partire dagli anni '90 s e sia pure tra numerose difficoltà - hanno fatto maturare il settore della narrativa del  perturbante italiana e che, passo dopo passo, lo hanno reso in grado di competere con quella delle altre nazioni.
Come detto una lunga carriera, iniziata su riviste rimaste nell'immaginario come Splatter e Mostri, maturata come scrittore di livello internazionale e con lunghe incursioni in veste di batterista nel gruppo rock demenziale Latte & i suoi Derivati in compagnia dei comici Lillo e Greg.
Una carriera lunga, meritevole e che merita di essere conosciuta. Per certi versi però Paolo Di Orazio sta vivendo una sorta di seconda giovinezza letteraria e questa intervista rappresenta una maniera di celebrarlo.

Ringrazio Di Orazio per la sua gentilezza e per essersi sottoposto alla mia intervista ( sappiamo tutti che le mie sono tra le più lunghe del settore) mentre a tutti voi, come sempre, auguro una buona lettura!
A fine intervista troverete come bonus una scheda biografica sull'autore.

Nick: Ciao Paolo. Benvenuto su Nocturnia! È un piacere averti ospite. Come prima domanda ti chiedo di presentarti ai nostri lettori e di parlarci del primo momento in cui hai deciso di diventare uno scrittore. In particolare, cosa ti ha avvicinato all' horror?

Paolo di Orazio: Grazie a tutti voi, il piacere è mio.
Sono nato a Roma nel 1966 (questa è la mia prima intervista da cinquantenne!), nasco come free lance editoriale nel 1986 per poi affermarmi come autore di racconti, romanzi e sceneggiature per fumetti horror. Per ricostruire il mio legame personale con questa materia, bisogna fare inversione a U fino alla primissima infanzia, quando mia madre e mia sorella amavano spaventarmi e farmi piangere con un audioracconto su 45 giri, La Bara di Cristallo, storia gotica piena di dialoghi angoscianti e rumori sinistri. Dopo i primi pianti, subentrò il fascino, e all’età di 5 anni divenni un horror-nerd. Grazie anche alla massiccia ondata di fumetti che si è rovesciata in casa tra il 1970 e il 1978. «Il Corriere della Paura», «Horror», «Kriminal» (lo so che non è horror, ma provate a darlo a un ragazzino di quel tempo), «Satanik», la trilogia di Zio Tibia Mondadori – e in seguito l’orda «Totem», «Cannibale», «Metal Hurlant» mi convinsero che nella vita avrei scritto e disegnato fumetti dell’orrore e del fantastico. Non immaginavo che non sarei diventato milionario, ma era quello che volevo. Iniziai a disegnare fumetti sui blocchi Fabriano, e poi su agende (un vero precursore della moleskine), cercando di emulare la dimensione rivista. La strada definitiva della scrittura venne da sé, col mio primo impiego professionale di redattore di riviste per adulti tra il 1986 e il 1988, quando scoprii di avere una verve molto più avanzata rispetto al disegno a fumetti. L’impegno con la stesura dei testi per 11 mensili porno, oltre a darmi il sacrosanto pane, divenne presto un impegno totalizzante. Col mio debutto in libro Primi Delitti (1989) – dal piacere della stesura al successo di lettori riscontrato – ho capito che nella vita avrei scritto libri dell’orrore.


1989. Il primo numero di Splatter.

Nick:  Quali sono state le tue maggiori influenze letterarie? Quali sono stati gli autori che ti hanno influenzato maggiormente, come lettore più che come scrittore? Lo stesso vale naturalmente per  fumetti, i film, serie televisive, musica e tutto quello che ti viene in mente.

PDO:  Amo tutta la letteratura che mi è capitata tra le mani sin dagli anni del liceo. Ho frequentato una scuola dai metodi molto severi dove si richiedeva l’analisi molecolare della lingua, italiana e latina, al costo di poderose umiliazioni (non è una battuta). Sarà per quello che, oltre ad avere incubi scolastici ricorrenti e una strisciante ansia da prestazione perenne diffusa in tutto il mio esistere, mi sono rimasti nel cuore autori italiani come Alessandro Manzoni (I Promessi Sposi è un capolavoro dolce e oscuro al pari dell’immenso Dracula di Bram Stoker – e se qualcuno mi taccia di eresia, be’, non ha letto una delle due opere) a Corazzini, Giovanni Verga, Leopardi, Foscolo, Gaio Giulio Cesare, Cicerone, Catullo, Dante, D’Annunzio, Boccaccio, Marinetti. Praticamente di tutti mi è rimasto molto, anche se non saprei recitarli a memoria. Quando nel mondo dilaga a metà anni Ottanta la rivoluzione dell’horror, il body horror, io ero seduto al noto Fantafestival annuale di Roma (La Cosa, La Casa, Creepshow, Alien, Brood – la covata malefica, Nightmare, Videodrome, Il Ritorno dei Pomodori Assassini, ma anche Fulci, Argento, Romero, Carpenter), divorando prima e dopo i racconti di Edgar Allan Poe e Lovecraft (dei quali avevo scoperto nell’infanzia sublimi riduzioni a fumetti sui tomi di Zio Tibia), Stephen King (coi libri e film Carrie, Shining, Ombra dello Scorpione, Cujo, Christine – letto 6 volte consecutive –, Pet Sematary, Misery, L’occhio del Male) e finalmente Clive Barker di quei Libri di Sangue (e Gioco Dannato) che mi diedero la spinta finale insieme a L’inquilino del Terzo Piano di Roland Topor.
Le influenze sono molteplici, anche e soprattutto al di fuori del pianeta horror. Tutto l’immaginario a fumetti, da Topolino a Necron passando per L’Uomo Ragno e le Avventure di Giuseppe Bergman di Milo Manara hanno costituito il mio Dna. Così come il cinema di Stanley Kubrick, Polanski, Woody Allen, Hitchcock, nonché le serie televisive anni Settanta (Ufo, Spazio 1999, Starsky & Hutch, Quincy, Sandokan, Alla Conquista del West, Le comiche di Stanlio & Ollio, Il Segno del Comando, Ritratto di Donna Velata, e i cartoon di Tex Avery, Disney, Hanna &Barbera, Atlas Ufo Robot, Mazinga, Jeeg Robot. Materiale seminale variegato che ovviamente mi spingeva a disegnare tutto ciò che vedevo e leggevo, nell’arco 1970-’78 per il semplice motivo che amavo tutto ciò di cui mi nutrivo indistintamente.
Di particolare importanza furono anche i miei giocattoli (reclamizzati su «Topolino» e sui Super eroi Marvel-Corno, un circolo vizioso). I pupazzi Mattel (Big Jim &Co.) avevano – per alcuni personaggi – le scatole illustrate da Jack Kirby (quindi, doppio gusto), mentre quelli Baravelli (L’amico Jackson con quella cazzo di tutina da benzinaio dello spazio) coprivano direttamente la cosmogonia Marvel, DC e – ovviamente – le icone horror della Hammer. Attraverso i pupazzi, ri-sceneggiavo a modo mio le avventure che leggevo nei fumetti e vedevo alla Tv (implementando il gioco con mostri e grandi rettili di gomma, tutti gadget liberi che tenevano alta la mia libido ludica). Non tralascerei, a questo punto, la mia fissa per gli album di figurine. Ho appiccicato di tutto: super eroi, serie televisive, Disney, scienze: era la mia fabbrica ossessiva di immagini, piazzare immagini – come impaginare un libro o una rivista con colla o autoadesivi. In questi link goo.gl/fRNzz0 e goo.gl/tueZO4, potete inoltre vedere con quali spettacolari mezzi un ragazzo tossicomane di immagini qual ero io potesse ulteriormente divertirsi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Conservo i miei Festacolor View -Master in ottime condizioni.
Troppo impegnativo inserire anche la mia addiction musicale, ma riassumo tre titoli discografici che su tutti hanno contribuito alla mia formazione horror: Tubular Bells (Mike Oldfield, 1973), Profondo Rosso e Suspiria (Goblin, 1975 e 1977). I film per me erano vietati (potevo solo approfondirli attraverso i meravigliosi cineracconti di «Tv Sorrisi e Canzoni» – che conservo in un dossier), ma non per mia sorella che poteva vederli al cinema e portarne poi in casa gli album vinile delle Ost (che custodisco gelosamente insieme ai miei fumetti d’epoca). Sarebbe un peccato non menzionare anche Star Wars (saga che non ho mai desiderato seguire) di John Williams, senza nulla togliere alla mia Kiss addiction (1976-’80) a cui seguì la scoperta della New Wave Of British Heavy Metal, fino al punk, la dark-wave, l’elettronica, il grunge.
Tutto mi influenza, praticamente, oggi come allora, lo assorbo come una funzione vitale.

Nick: Veniamo adesso alla tua vita "professionale". Nel 1989 Francesco Coniglio ti coinvolge nello staff delle edizioni ACME, la Casa editrice che aveva fondato assieme a Silver. Come nacque quella collaborazione?

PDO:   Quella fruttuosa e luminosa collaborazione nasce successivamente alla mia frequentazione dello storico laboratorio romano Phantasmagorie diretto, appunto, da Francesco Coniglio. Mentre sputavo sangue, lacrime e merda nel famoso liceo scientifico di cui sopra, mi sono iscritto nel 1984 al corso di Disegno & Sceneggiatura dove ho conosciuto maestri d’eccezione come Sicomoro, Vincenzo Perrone, Roberto dal Pra’, Eleuteri Serpieri, Rodolfo Torti e altri docenti che arricchivano i temi portanti con nozioni di tecnica di fotografia e storyboard cinematografico. Coniglio restò favorevolmente colpito dal mio talento irriverente tra disegno e scrittura, così mi fu facile essere coinvolto nelle sue imprese editoriali tra il 1986 e il 2002, anche se non continuativamente, passando, appunto per «Splatter», «Mostri», «Splatter Poster», «Nosferatu», «Zio Tibia, la clinica dell’orrore», «Cattivik», (Acme 1989-’91), «Blue» (Mare Nero 2000-’02) e Mangaerotici.

Nick:  Della ACME diventi ben presto uno dei collaboratori di punta e ben presto il tuo nome finisce per essere associato a due delle loro pubblicazioni di maggior successo: «Splatter» e «Mostri». Oltre che dirigere le due riviste  facevi molte cose: curavi varie rubriche, tra cui quella della posta; scrivevi sceneggiature (e molti dei disegnatori esordienti che avete lanciato in quel periodo come il bravo Marco Soldi, ricordiamolo in seguito sono stati assunti dalla Bonelli), prepari illustrazioni per racconti.  Che tipo di palestra è stata per te la ACME?

PDO:   La Acme è stata la mia esperienza più importante in assoluto. Visto che in precedenza mi ero fatto le ossa sui porno (e comunque amo lavorare, anche al di fuori dei miei temi preferiti), la Acme fu una passeggiata e il coronamento del mio antico desiderio di lavorare su riviste horror e parlare con un pubblico di lettori appassionati. A parte il successo editoriale e personale, ciò che ha contribuito molto alla mia crescita fu il contatto con i professionisti interni ed esterni (100, sparsi in tutta Italia), e la comunicazione col pubblico, rispondendo uno per uno a chi richiedeva informazioni, giudizi su disegni e scritti, consigli per letture. Un modo analogico di fare social tramite corrispondenza cartacea – attività che tutt’ora perseguo in elettronico.
Particolarmente a cuore fu anche la mia breve collaborazione con «Cattivik», personaggio che ho amato visceralmente da bambino. La prima sceneggiatura della nuova serie Acme fu proprio la mia, Clonazion’, con la benedizione totale di Silver. Traguardo incredibile.
Che dire. Il lavoro di redazione mi ha formato. Confronto continuo, spirito di gruppo, sostegno reciproco. Io ero il rampollo, e ognuno mi sfruttava (nel senso divino del termine) come fossi una forza preziosa e inesauribile. E soprattutto, ognuno di noi era concentrato sul proprio compito senza prevaricare o entrare nel ruolo altrui. Questa catena di fiducia era il propellente per il successo: a nessuno veniva chiesto di fare una cosa due volte (a parte correggere le bozze), così ognuno dava il massimo nella propria libertà di azione (il merito è di Francesco Coniglio, che aveva chiamato a raccolta i talenti giusti per ogni incarico utile nella sua casa editrice). In questo modo diventi altamente responsabile: entri in un regime di lavoro tipo buona la prima, tipico dei supergruppi dove ci si fida gli uni degli altri. Un’esperienza irripetibile. La rifarei cento volte. Si lavorava tra Roma e Milano dalle 10 del mattino alle 19. Molto spesso, oltre che a pranzo, si cenava insieme per il piacere di stare insieme. Non vorrei spararmi una retorica, ma sembrava di stare in una mega famiglia di illuminati. Dietro questo tipo di unione umana e artistica c’è sempre una grande rivista (vedi il gruppo Cannibale, e il gruppo Valvoline).

Nick:  Sempre per la ACME escono le tue prime antologie di racconti; Primi Delitti nel 1989 e Madre Mostro nel 1991. Ho sempre pensato che Primi Delitti abbia rappresentato una sorta di incubatrice per te, una prima analisi di un fenomeno su cui poi saresti tornato diverse volte nel corso della tua carriera, mentre Madre Mostro in un certo senso ne rappresentasse una sorta di punto di arrivo. Entrambe le opere raccontano e condannano infatti il rapporto tra crimine e minori, in Primi Delitti sono i bambini- o comunque gli adolescenti - a rappresentare il volto del male. Madre Mostro invece racconta- coi toni della fiaba dark di rapporti malati tra genitori e figli dove questi ultimi subiscono dolore e sofferenza.  In entrambe le opere però il filo conduttore è rappresentato sia dalla tua esigenza di ispirarti alla cronaca nera sia dalla condanna di tutte le violazioni e gli abusi contro l'infanzia . E' una ricostruzione sbagliata la mia?

PDO:  Dunque, dunque. Non dico che sia sbagliata la tua ricostruzione, ma è comunque accettabile a posteriori. In realtà, quando ho scritto Primi Delitti non pensavo espressamente a una metaforica denuncia sociale, quanto a racconti brevi a fumetti che avrei voluto disegnare sul modello americano anni Sessanta, tra «Creepy» e «Tales of the Crypt». La cronaca di allora, quella televisiva, intendo, non era ancora intrisa di bullismo, violenza sessuale. Curioso il fatto che, dopo la denuncia parlamentare contro il suddetto libro (e la mia «Splatter») per istigazione a delinquere (1990), la tivù di stato abbia portato nell’info quotidiana la morbosità criminale che prima di allora era riservata alle pagine sulfuree di «Cronaca Vera».
Alla denuncia sociale sono arrivato molti anni dopo.
Però, ripensandoci, in un certo senso Primi Delitti è una sorta di anticamera a Madre Mostro, poiché mi è caro da sempre l’horror sovrannaturale. La seconda raccolta è più sfrenata a livello fantastico e, chiaramente, credo abbia tratto molta forza dal successo di venduto e di lettori del volume precedente (il cui apprezzamento mi giungeva a fiume per lettera), nel senso che volevo e potevo dare una conferma definitiva di quel che le mie corde fossero. In realtà, investire i due libri di storie attorno alla costellazione familiare è stato un caso. Ma come ho detto prima, la cronaca legata agli abusi d’infanzia ancora non impestava la tivù e i giornali e quindi neanche i miei interessi. Sono andato a ruota libera, nessuno mi diceva cosa fare, se non «Scrivi ancora!», «Produci!», «Inventa!». Un Essi Vivono al negativo, praticamente.

Nick:  Contro la ACME sorsero molte polemiche, denunce, processi, sequestri e perfino interrogazioni parlamentari sulla natura delle vostre pubblicazioni. In particolare furono proprio Primi Delitti e Madre Mostro a subire le accuse peggiori. Foste accusati praticamente di tutto (ricordo tra le altre, una polemica-chiaramente forzata e strumentale, perfino nei confronti di una tua foto, chiaramente scherzosa, in cui sbucciavi una mela dalla quale al posto della buccia usciva sangue finto). Come vivevate questo clima di accuse in redazione? Come lo vivevi tu personalmente? E soprattutto cosa ne pensi di tutte quelle accuse a distanza di anni-sapendo oltretutto che molti dei politici che vi accusavano di lì a poco sarebbero stati coinvolti in una cosuccia ben più grave come Tangentopoli?

PDO:   Polemiche e successo di pubblico («Splatter» 30.000 copie vendute mensili, Primi Delitti 12.000 copie vendute prima e dopo l’interrogazione) erano un mix fantastico. Non potevo crederci. La stampa che si occupò del nostro caso si meravigliava che io fossi un ragazzo tranquillo, una brava persona. E che la redazione fosse un luogo tranquillo e pulito. Eccezionale! Un po’ come si dice del vicino di casa che si scopre essere un assassino seriale. Era tutto paradossale, elettrizzante. Mi piaceva, lo volevo. Volevo diventare lo scrittore più spaventoso d’Italia, sentirmi vicino ai grandi della letteratura e del fumetto. Non mi sono mai montato la testa, grazie a Dio, ma aver inciso nel costume italiano, aver dato incubi forti a così tanti lettori, e aver stuzzicato allo stesso tempo il Parlamento è una medaglia che porto silenziosamente al petto. Da quel che mi viene riferito da moltissimi artisti, scrittori, sceneggiatori, disegnatori, filmaker, illustratori, il mio immaginario tra «Splatter» e Primi Delitti ha fornito loro lo stimolo per iniziare a creare, appassionandosi alle mie pagine e poi cercando una propria strada per proseguire il canto del terrore. Penso che sia un traguardo di quelli che non potrei chiedere di più.
Per essere precisi, Madre Mostro uscì a un anno dall’ interrogazione. Per reclamizzare il libro, sì, mi ero inventato la posa della mela insanguinata. E, a quanto mi si dice spesso, ruppi il cliché dell’autore che non mostra mai il volto al pubblico tramite le riviste. Non l’ho fatto per esibizionismo, ma perché volevo dare un’immagine divertente e cruenta allo stesso tempo, mettermi in gioco in modo totale come fossi io una vignetta di qualcosa.

Nick:  Una domanda un po’ particolare, dovendoli confrontare tra loro e dovendone scegliere uno solo, ritieni che che fosse peggiore (o migliore)  il clima culturale che si respirava in Italia negli anni in cui lavoravi a «Splatter» o quello odierno? Ti rivolgo questa domanda perché la rivolgo spesso a me stesso – io per primo a volte non saprei cosa rispondere ritenendo che forse nei primi anni ’90 ci fosse maggiore perbenismo ma anche più reattività da parte delle persone, più voglia di partecipare ed anche più spazi nei quali un autore esordiente potesse inserirsi . La tua opinione in proposito, qual è?

PDO:  Tra oggi e allora c’è di mezzo l’avvento della Rete, luogo in cui l’attività intellettiva dell’autore si mescola pericolosamente con quella del pubblico – che non è ovviamente più una voce nascosta dietro una missiva di carta e penna. Dalle pagine stampate dedicate alla corrispondenza a MySpace e Facebook, io sono riuscito a non rendere pericoloso il mio personale rapporto coi lettori vecchi e nuovi. Era bello prima, per me è bello anche adesso. Il clima culturale è molto vivo, ancora più acceso: l’importante è non sputare fuoco controvento. Il mio emisfero, con cui abbraccio amici che seguono e acquistano i miei lavori, colleghi tra narrativa e fumetto, è un’oasi di dialogo e stimolo dove nessuno provoca risse. Non è tutto merito mio, naturalmente, ma rispecchia al mille per mille la mia personalità.
Io ho avuto la fortuna di formare il mio dialogo pubblico attraverso periodici a tiratura nazionale, quindi presumo che la qualità e l’affetto che riesco a condividere tutt’ora con la mia platea sia una naturale e spontanea prosecuzione del sapermi porre quando comunico – da quelle pagine postali di «Splatter» in qua. Mettersi a fare risse online, ostentare le proprie posizioni e discutere su critiche e quant’altro, smaschera quei nervi personali che secondo me non servono a elevare il lavoro d’autore. Anzi, a difendere coi denti qualcosa che non è piaciuto provochi un focus da cui esci praticamente scuoiato perché comunque sei solo contro tutti. Il lettore ha sempre ragione, anche quando sbaglia (così come anche l’autore sbaglia), poiché è lui – assieme all’editore – che apre il portafoglio per il mio lavoro. Questa è la mia politica, il mio stile pubblico/privato. In trent’anni di contatto col pubblico, ho serenamente raccolto il frutto migliore.
Il clima culturale, comunque, credo di poterlo separare in due mondi principali: quello che si muove tra lettore e autore in senso inter-web, e quello esterno in assoluto. Nel primo, c’è sempre un fermento importante, di alta aspettativa reciproca grazie anche al dialogo diretto. Nel secondo, mi sembra sia cambiato ben poco a livello di perbenismo. Anzi, credo proprio sia peggiorato. Per molte persone al di fuori del contesto lettore-autore (quindi esterne alle mie amicizie social), la Rete è l’occasione per sfogare nel modo sbagliato la propria individualità: conseguenza nevro-sociale diretta della febbre del Grande Fratello televisivo, dove ognuno è protagonista. Le vittime di questa dissoluzione intellettuale ormai non le scandalizzi con un fumetto (che nemmeno leggono perché concentrati su altri valori – diciamo così) ma basta sfiorare temi banali come l’alimentazione o la parità dei sessi e il filtro-social ti trasforma in un paladino della morale assoluta e indiscutibile dall’aggressività amplificata. Colpa anche della manipolazione globale televisiva (programmi piagnucolosi o talk show e talent show aggressivi) che rende acritici annullando il rapporto e la necessità di evasione più elevata. Cioè, se in strada fermi qualcuno a caso – a patto che non ti mandi a quel paese per aver leso la sua privacy – è più probabile che sappia tutto di sport o di come è stata scannata una persona e non abbia letto l’ultimo libro di Neil Gaiman, per parlare di un autore oscuro che non sia Stephen King. L’orrore della realtà ha prevaricato la necessità di evasione, per cui la vedo dura intrattenere un ragazzo che non sia un lettore vero con la storia di un tizio maledetto da uno stregone che poi diventa un lupo al primo plenilunio. Per non parlare degli zombi, poi, che sono diventati spaventosi quanto Hello Kitty: la gente è più terrorizzata dalle masse in migrazione.
Attenzione, non sto sminuendo i fatti tragici del mondo. La mia è un’analisi sulla crisi della percezione collettiva della cultura fantastica.

Il gruppo "Latte & i suoi Derivati",da sempre presente
 nella formazione  in veste di batterista il nostro Paolo Di Orazio

Nick:  A cavallo tra il 1990 ed il 91 la ACME fallisce, un po a causa della propria crisi aziendale, un po’ per la trasformazione interna del mercato fumettistico italiano dovuta alla grande invasione di comics e manga nelle edicole. Da quel momento per alcuni anni il tuo nome sembra sparire dai radar (a parte le collaborazioni internazionali come quelle per la rivista statunitense di comics «Heavy Metal»). Si è trattato di una tua precisa scelta per rimanere indipendente oppure semplicemente non c’era più spazio per i tuoi lavori?

PDO:  Non andò proprio così. Le vendite ebbero una flessione, proprio quando le testate erano diventate una dozzina. La frenata fu d’obbligo. Improvvisa e brutale.
Non fu una questione di scelta, sparire dai radar, ma immediatamente prima della chiusura, coi miei amici Greg e Lillo avevamo in consegna un mensile di fumetti demenziali. Ma poi, appunto, la Acme chiuse i battenti e noi ci trovammo disoccupati con un sacco di materiale che fu travasato nelle prime bozze dei Latte. Effettivamente, mentre io mi eclissavo in sala prove coi Latte, tutti i miei amici autori traslocarono alla Sergio Bonelli Editore (1992). Avrei dovuto farlo anche io, tra una suonata e l’altra... mi sarebbe piaciuto scrivere per Zagor e Dylan Dog ma il progetto coi Latte mi assorbì completamente nel giro di pochi mesi. Luigi Bernardi mi chiamò per mettere in piedi con la sua Granata Press un mensile horror (che poi decise di non realizzare). Mi pubblicò due romanzi (Prigioniero del Buio e Il Dipinto Ucciso), e dal 1993 fino al 1997 effettivamente la mia vita editoriale ebbe una lunga fase di arresto – ma scrissi con calma tre romanzi: Il Sogno Dormiente (uscito quest’anno in ebook con Kipple), Chiruphènia (uscito nel 2013 con Universitalia), e un terzo ancora inedito. Scrissi il film di Primi Delitti, che avrebbe diretto Michele Soavi (ma il produttore, giocodiprestigio!, sparì dalla circolazione).

Nick:  In quel periodo sei stato comunque molto attivo come musicista, suonando tra l’altro come batterista nel gruppo Latte e i suoi Derivati. Parlaci brevemente di questa esperienza.

PDO:  Riassumere brevemente un’esperienza come quella coi Latte è impossibile. Ci provo. All’epoca Acme, io ero caporedattore fisso e Claudio Greg Gregori collaboratore semi-esterno – Lillo invece era esterno. Lillo era bravissimo con le sue strip comiche dall’umorismo argentino, ed amava l’hard rock come me. Claudio Greg Gregori lo avevo conosciuto nel 1986, me lo presentò Coniglio. Dopo averlo visto esibirsi con i suoi già noti Jolly Rockers, scoprii quindi un uomo non solo dotato di inimitabile talento umoristico e grafico, ma anche un cantante musicista, un performer incredibile. Io avevo suonato per dieci anni di seguito e avevo smesso per via degli impegni in Acme, ma quando vidi Greg in concerto volli a tutti i costi entrare nella sua band. Lo tormentai quotidianamente mentre disegnava i suoi Sottotitolati, traduceva e riadattava i dialoghi di Robert Crumb e Tabarè (per «Hey Rock-Animal Comic» che dirigeva), finché propose lui di mettere su un gruppo – parallelo al suo. Il nome della band venne in mente a lui, dopo aver visto un camion con su la scritta “Latte & Derivati” (gli parve uno di quei furgoni di orchestre liscio con su il logo della band). Con Greg e Lillo – come accennavo prima – stavamo mettendo in piedi una rivista demenziale per la Acme. Quando la Acme chiuse, il materiale sfornato andò a incrementare le prime idee proposte da Greg per i Latte. Tirammo dentro Lillo e l’avventura musicale ebbe inizio. La band funzionò subito e, nell’arco di un anno, suonare divenne la nostra principale attività. Grazie a un produttore che ci mise sotto contratto, Renato Venturiero, finimmo immediatamente in Tv. Abbiamo suonato 1.700 concerti, partecipato a tutte le trasmissioni radio e televisive nazionali, tra cui Primomaggio (1996 e 2004) e Sanremo (1996), Le Iene (1998), pubblicato tre dischi.
Per me, che oltre fare fumetti e scrivere, la musica è sempre stata una febbre parallela (ho iniziato a suonare la batteria a dieci anni e a fare concerti dal 1982), e coi Latte ho fatto tutto quel che desideravo come batterista. Dal 1992 ad oggi, coi LSD abbiamo suonato di fronte a milioni di persone (non è un modo di dire), riempito arene, viaggiato ovunque. Un’esperienza che mi ha cambiato profondamente, anche come autore, credo.

Nick:  Lentamente si ricomincia a parlare di te come autore. nel 1997 Castelvecchi ristampa Primi Delitti cosa ne pensi di questa nuova edizione ampliata?

PDO:  L’operazione è stata concretizzata nel momento in cui Francesco Coniglio pubblicava «I Simpson» (Macchia Nera), mensile di clamoroso successo, e contemporaneamente collaborava con Castelvecchi. Grazie a Francesco, e anche ad Alberto naturalmente, il libro si fece seduta stante. Per me è stato un onore uscire con questa riedizione e con un editore prestigioso tornando a lavorare con Francesco. Francesco mi ha fatto nascere e crescere, ha sempre creduto in me cercando di darmi spazi quando possibile. Uscire con Castelvecchi, quindi, è stata un’ottima occasione dopo anni di assenza dai radar. In quel momento, però, ero nel pieno del vortice ascendente dei Latte, e per motivi di impegni (suonavamo 150 concerti l’anno, oltre le innumerevoli partecipazioni radio e televisive) non ho potuto materialmente sfruttare il nuovo trampolino editoriale. Primi Delitti versione Castelvecchi è comunque andato bene, maggiorato di due racconti scritti per l’occasione (e dell’ottima cura editoriale dell’allora editor Nicoletta Sereggi) tramite i quali inizio a scendere compositivamente nella realtà riaffrontando il dramma della violenza domestica e della malavita romana.

Nick: A partire dal 2003  quando partecipi all'antologia In Fondo al Nero, ricompaiono tuoi racconti e romanzi inediti. Leggendo i tuoi nuovi scritti, penso ad esempio a opere come Che hanno da strillare i Maiali? (2009) e la graphic novel Il Bambino dei Moschini (2007),  si notano molte continuità con i tuoi lavori precedenti ( l’attenzione alla cronaca nera  e la condanna dei crimini contro i minori ) ma anche una sorta di discontinuità ( una carica di umorismo maggiore)  ed una diversa cura del tuo stile, che è ancora molto psichedelico ancora teso a privilegiare l’attenzione verso l’immagine ma risulta più diretto e meno disposto a concedere ornamenti e artifici narrativi. Per la seconda volta ti chiedo se la mia analisi è sbagliata.

PDO:   La parabola intensa coi Latte, intorno al 2000, diventa un’attività – ahimé – rarefatta. Così eccomi tornare sul binario dell’editoria. Per In Fondo al Nero, il curatore Gianfranco Nerozzi volle un racconto ben preciso, sul genere horror psichedelico e rutilante, quello che Madre Mostro aveva lasciato in lui col racconto L’Incubatrice (ripubblicato in ebook quest’anno per Independent Legions). Naturalmente, irrinunciabile occasione di essere in un Urania Mondadori con una sfilza di autori di serie A (Lucarelli, Sclavi, Baldini, Santacroce, Bernardi e altri) ma ero realmente disorientato dai fasti musicali (ragazzi, l’adrenalina continuamente in circolo per anni ti intossica – senza più suonare ogni sera, il mio fisico mi ha obbligato a dormire per sei mesi una cosa come venti ore al giorno: un disastro!), tanto da essermi dimenticato del mio background editoriale. Ero un pesce fuor d’acqua. Non ero ancora pronto per crearmi uno spazio in Mondadori. Scrivere per In Fondo al Nero è stata una fatica titanica – pensare di comporre come avrei potuto fare nel 1991 mi ha rotto le ossa – però ho prodotto un bell’incubo.
Ho iniziato a fare lavori di grafica, per guadagnare due spicci, e a scrivere materiale nuovo per antologie sparse. Un amico mi suggerisce di cimentarmi con la cronaca nera italiana, quindi sprofondo le mani in una materia che mi esalta ed ecco nascere Che hanno da Strillare i Maiali? ma senza riuscire a trovare un editore all’istante. Inizio anche a scrivere sceneggiature a fumetti per «Heavy Metal» (storie con Roberto Ricci e Saverio Tenuta), per Semerano e Andrea Domestici (Il Bambino dei Moschini – che esce in Francia per Clair de Lune). Questo il mio ritorno in editoria, ripartendo dal fumetto. Sì, a questo punto, il mio registro ha subìto un cambiamento. Ironia, metafora e agganci con la realtà. Sicuramente, l’esperienza live coi Latte ha dato più concretezza alla mia vena scrittoria. Mentre col Bambino dei Moschini (il fumetto più bello e sfortunato della storia d’Italia, coi disegni di Andrea a livelli stellari) esploro un mondo caro a Tim Burton e Neil Gaiman, mescolando fantastico e dark humour, la scrittura mi chiama a un nuovo registro. Quando finalmente trovo un editore interessato (Ded’A), Che hanno da Strillare i Maiali? diventa un omaggio a «Horror» di Alberto Castelli: lego i racconti di pedofilia estrema uno con l’altro attraverso interventi del Dottor Gechi, un chirurgo spirituale di mia invenzione, spiritoso, icastico, sarcastico e crudele, che intrattiene il lettore in un viaggio pirandelliano di chirurgia cerebrale: lo scopo è alleggerire gli argomenti. Questa formula è il mio punto di svolta per le creazioni successive.
In qualche modo, per venire alla tua questione principale, sì, forse con queste due opere, Moschini e Maiali, asciugo lo stile ma sprofondo nello psichedelico prediligendo il nero. Ancora una volta, nel racconto Ballata Macabra della Fanciulla Preistorica inserisco i piani paralleli realtà–coscienza pienamente sperimentati tra L’incubatrice, Fantasmi con la Testa (In Fondo al Nero) e Debbi, un filo conduttore con cui effettivamente esploro la mia cava psichedelica con maggior potenza.

Nick:  Questo nuovo corso è particolarmente evidente in opere come Vloody Mary del 2011 (che continua la tua collaborazione con Coniglio) e con Debbi la Strana e le Avventure Bipolari del Coniglietto Ribes (per Cut-Up del 2014) . In queste opere (sopratutto nella seconda) rappresenti  il più classico dei dualismi dell'horror, quello tra eros e Thanatos. Cosa ti colpisce in questo concetto.

PDO:  Il mio intento, a questo punto, è imparare a scrivere per tutti.
Nel 2009 scopro in rete l’annuncio dell’uscita inglese di Orgoglio, Pregiudizio e Zombie. Lo so che è facile dirlo adesso ma, vedendo quel libro, ebbi la netta sensazione che gli zombi sarebbero diventati una moda passato il flagello Twilight. Trascorrendo molto più tempo a casa che sul palco da quasi dieci anni, sono ormai un pericoloso videodipendente (YouTube, giochini di merda su Facebook, programmi televisivi notturni delle reti private in tv – Canale Italia su tutti, con le balere del trash). Scopro la serie The L World, proprio mentre faccio da confessionale a due amiche omosessuali, le quali non conoscendosi tra loro mi consegnano un vasto campo di fatti e personaggi. Queste storie così intense, mi ispirano un nuovo modo di interpretare l’horror. Ne parlo un po’ in giro come necroromanticismo: un po’ cacofonico come termine, ma che riassume la fascinazione necrofila del necessario contatto metasessuale tra i vivi e i morti (Dracula, Frankenstein, mummie e spiriti, zombi), siamo sempre lì: le creature, nell’iconografia popolare, sono sempre a contatto, dal cinema al fumetto, con seducenti e carnose bionde. Un tipo di contatto che stimola le pulsioni ancestrali, primordiali e selvagge di ciascuno di noi, là dove la creatura rappresenta la morte, ovviamente, e le tenere carni di una bionda il richiamo sessuale per eccellenza. Il mio desiderio, a questo punto, è anticipare i tempi, e mi viene in testa l’idea per una storia di zombi e sesso. Però ho anche l’urgenza di raccontare la mia natura live-rock, ma a chi importerebbe di me come batterista? I veri personaggi musicali, oggi, sono i deejay. Vloody Mary mette assieme tutto questo: il mio punto di vista dal palco, una storia hardcore di zombi e amore venereo saffico. Ma ci vuole un collante alla Zio Tibia, un personaggio che faccia da tramite tra il fantastico e il reale animato da uno spirito raffinatamente commedistico: concepisco la figura di Alfredo Vanacura, maresciallo prepensionato dei Carabinieri esperto di paranormale. Ambiento il tutto a Roma, proprio perché il racconto più amato di Che hanno da strillare (Caccia all’uomo chiamato Ficantropus) si svolge nella capitale ed è quello che è piaciuto di più.
Con Debbi la Strana ho ampliato il discorso. Sia quello di attenermi a un reale fatto di cronaca (al contrario di Vloody) pedofila, sia quello di calare il teatro degli orrori nel realismo puro grazie ancora una volta allo sfondo forte della mia città. Con l’iniezione ancora più importante di rock lisergico e ironia, ecco quindi nascere Debbi, trilogia con cui il mio amico Stefano Fantelli (scrittore raffinato e curatore editoriale) inaugura per la Cut Up Publishing la collana Incubazioni di horror estremo contaminato da sesso, grafica e musica. Il primo libro Debbi la Strana e le Avventure Bipolari del coniglietto Ribes mi ha fatto viaggiare per tutta Italia, grazie al tema ancora più (in)umano e alla sospetta simpatia del semiasse Vanacura (che poi ho assunto anche nel nuovo Il morso dello sciacallo, in libreria a dicembre per Vincent Books, portando la forza grottesca alla filosofia della vecchia «Splatter»).
In definitiva, fondere in un horror amore e morte significa mettere in relazione due sfere primordiali dell’essere umano. L’orgasmo, l’estasi, la perdita del sé. Che sia tragedia, che sia commedia, tutte le più grandi storie – dal cinema al fumetto alla narrativa – hanno come cardine un conflitto amoroso. Videodrome, Provaci ancora Sam, Spiderman, L’Inferno di Dante, La Cena dei Cretini. Ovunque, c’è un conflitto di sentimenti: amicali, familiari o di coppia. Persino in Alien. Persino in Zagor. Potete divertirvi ore a raggruppare generi e storie agli antipodi nell’unico minestrone conflittuale umano. Ed è quello che fa funzionare qualsiasi storia. Certo, messo di traverso come tutti abbiamo visto ne La Guerra dei Mondi di Spielberg (che io amo), è difficile parecchio da mandare giù.

Nick:  Tra le note di continuità di cui parlavo nella domanda precedente aggiungerei anche questo elemento: l' orrore che compare, anzi che fa irruzione nelle tue storie è un male che -solo in alcuni casi- assume le tinte del soprannaturale, bensì rappresenta molte distorsioni della quotidianità. All'interno delle tue storie gli esseri umani (senza far sconto per nessuna figura e nessuna categoria) mostrano spesso i lati peggiori e tutte le grettezze del proprio animo. E' davvero l'uomo il mostro peggiore di tutti?

PDO:   Lo è. In rete, per scaricare un po’ i pensieri, adoro leggere dibattiti ferocissimi di ogni tipo. I più interessanti sono tra animalisti e altri utenti meno animalisti ma pur sempre interessati agli animali da compagnia. Spesso viene a galla nei discorsi la percezione che alcuni predatori siano crudeli o cattivi. Specie quando fanno del male alle persone – per difendersi. Le osservazioni, in merito, le trovo quantomai ridicole – un po’ tradiscono un immaginario disneyano (gli animali ragionano, hanno sentimenti) e una carenza cognitiva grave del mondo che abbiamo intorno. Sembra che nessuno abbia mai studiato Scienze a scuola. La natura, con le sue leggi, non è crudele, ma cruenta. La crudeltà è il lato oscuro della pietà e ambedue sono un iter prettamente umano nel libero arbitrio, poiché gli atti crudeli sono di chi sceglie e perpetra coscientemente una forma persecutoria e ignobile di prevaricazione e soluzione (anche nel caso dell’infermità mentale, con l’attenuante della facoltà di intendere e volere – cioè, un serial killer sa che sta facendo del male ma non può fermarsi di propria sponte).
Sì, anche i predatori animali scelgono di uccidere, ma in un disegno superiore di ecosistema e sopravvivenza della specie.
L’uomo... sì, lo è. Rappresenta da duemila anni la fonte più grande di ispirazione per raccontare e rappresentare il Male. Ma qui sconfineremmo nella filosofia e l’antropologia.

Nick:  Sei spesso  tornato alla direzione di riviste a fumetti: nel 2010\11 hai diretto la rivista «Shinigami» e più di recente sei stato coinvolto nella ripresa di «Splatter» (cercando anche di recuperarne molto dello spirito originale). Raccontaci di queste due esperienze nei loro aspetti positivi e negativi.

PDO:   Mentre la narrativa è il mio binario principale, il fumetto è la mia parte malata, sofferente. Adoro sceneggiare fumetti, è molto faticoso. Mentre la forma racconto è comunque un mio lavorare secondo immagini, per il fumetto l’impresa della sintesi mi coinvolge in maniera più analitica e asettica, un vero e proprio parto. «Shinigami» e la mia nuova «Splatter» sono due facce della stessa medaglia, con la differenza che una delle due ha un fardello storico al limite del sacro che forse ho affrontato prendendomi eccessivamente sul serio. Anche quando ho proposto e realizzato «Shinigami» ben sapevo che non è più tempo per le riviste. Ma chi l’ha letta ha apprezzato moltissimo lo spettro ampio delle storie e dei disegnatori. Ho scommesso con fierezza sul personaggio che dà il nome alla testata (Shinigami, lo spirito della morte). In definitiva, una mini collana di tre numeri (vendite basse in edicola senza un pre battage internet) con cui almeno ho portato alla luce un talento come Antonio Lucchi, per poi spingerlo immediatamente in Bonelli dove ora è disegnatore in carica. La rivista in sé era sperimentale ma non troppo, e le mie storie psichedeliche hanno trovato una collocazione perfetta anche se il giocattolo si è rotto subito. Per i pochi che l’hanno letta, un piccolo cult. L’intento generale, riguardo il fumetto, è sempre quello di ricreare una sorta di «Linus» dell’orrore proponendo varietà di stili e autori di finissimo pregio, rubriche a tutto campo.
Per la nuova serie di «Splatter», varata con Paolo Altibrandi (creatore storico del logo dai tempi Acme), ho puntato sulla stessa formula, discostandomi un po’ dalla serie del 1989 per evitare una patetica auto-imitazione: varietà più estrema di stili, horror in libertà tra mostri e sovrannaturale vario. Lo scopo era far vedere che la filosofia fosse la stessa ma 25 anni dopo, con più sangue ancora, morti viventi e un senso più fumettoso del fare rivista. Non è stato facile far digerire la nuova formula ai fedelissimi, ma nessuno può lamentarsi che io non abbia cercato un alto profile di stile. Tutti gli autori presenti, big (Algozzino, Bilotta, Ponchione, Crippa, Catacchio, Cannucciari) ed esordienti sono amatori della serie storica e, come nel passato, le firme nuove (De Stena, Gizzi, Latina, Giangiordano, diversissimi tra loro ma tutti di livello sublime) traslocate per direttissima alla Sergio Bonelli Editore, con mio grande orgoglio.

Nick:  Nel 2015 sei entrato a far parte della Horror Writers Association. Spiegaci qualcosa sulle finalità dell'associazione e se - ti va - svelaci qualche anteprima

PDO:  Spinto dal mio amico nonché autore Alessandro Manzetti con cui da anni mettiamo in piedi progetti di vario tipo, mi iscrivo alla Horror Writers Association, corporazione no-profit di autori ed editor di tutto il mondo. La fondazione vanta 30 anni di attività e unisce autori di ogni estrazione e impegno: dalla poesia, alla graphic novel, al racconto, al saggio. Inutile dire che si tratta di un mondo editoriale anglofono dove si incontrano le firme più prestigiose del pianeta, da Stephen King a Jack Ketchum, Ramsey Campbell, John Skipp, Peter Straub e dozzine di altri numi tutelari. La HWA ogni anno indice il Bram Stoker Award (da quest’anno StokerCon) per premiare il miglior romanzo, racconto, graphic novel, sceneggiatura. Lo scopo dell’associazione – in soldoni – è individuare e insignire titoli e autori, assegnare nomination o l’ambitissimo Stoker (che corrisponde in termini di prestigio all’ Oscar per il cinema), fare da rete e megafono per le firme giovani allo scopo di rinnovare le forze in carica di ogni ramo creativo. Meritocrazia totale, coesione e collaborazione.
Ahimé, le anteprime sulla HWA non possono darle i membri. Bisogna sempre attendere le news sull’organo ufficiale che è il portale www.horror.org.
Però posso annunciare che la HWA Italia, rappresentata ufficialmente da Alessandro, sta per pubblicare una bella raccolta intitolata Splatter Best Italian Flash Fiction (targata Independent Legions) con cui si celebra la prima raccolta di inediti di autori associati emergenti, affiancati da me, Manzetti, Fantelli, Nicola Lombardi e firme prestigiose come Edward Lee, un inedito di Poppy Z Brite (che torna a scrivere dopo dieci anni) e Charlee Jacob. Un’operazione che dimostra la forza e una delle mille opportunità dell’associazione.

Nick:  Il tuo lavoro ha ottenuto diversi riconoscimenti anche all’estero, ad esempio  il tuo racconto La Vendemmia ha ottenuto una menzione importante negli USA Ce ne vuoi parlare?

PDO:  Più che riconoscimenti, apprezzamento. La Vendemmia è stato inserito nella lista annuale Best Horror of the Year (nel 2015) dei migliori racconti del mondo, compilata da Ellen Datlow su ellendatlow.com, portale n.1 per il mondo dell’horror. Ellen Datlow, oltre ad essere autrice ed editor (e rappresentante della HWA), rappresenta la voce più influente del mondo per la narrativa dopo aver vinto valanghe di premi e riconoscimenti mondiali. Inutile dire cosa rappresenti per me, tutto questo. Chiaro, la lista Datlow è sterminata, non siamo in 10, ma starci – anche tra mille – è molto importante. Sono arrivato a questo ottimo risultato grazie all’intuito di Alessandro Manzetti (primo autore italiano a vincere in 30 anni uno Stoker col suo Eden Underground, pubblicato in italiano da Cut Up Publishing), il quale ha scelto La Vendemmia (ripubblicato nella raccolta Nero Metafisico ora in libreria con Edizioni NPE) per propormi al pubblico anglofono in una mini-raccolta ebook firmata in coppia e intitolata Dark Gates (Kipple, 2014).
Primi Delitti ha visto la luce nel 2015 in inglese per l’americana Raven’s Head Press col titolo My Early Crimes, con cui ho aperto le danze per farmi conoscere in ambito HWA, inserendo il libro nel contest annuale dello Stoker Award. Primi Delitti inglese è stato recensito positivamente qui goo.gl/ySr50x e qui goo.gl/ZFsz3G

. 2014. Il primo numero della nuova
versione di Splatter.

Nick:   Le tue opere al momento più recenti s’intitolano Nero Metafisico, 23 Racconti tra la Carne e l'Inferno, e Il Morso dello Sciacallo. Ti andrebbe di presentarli ai lettori di Nocturnia?

PDO:  Molto volentieri. Nero Metafisico è uscito lo scorso Giugno in libreria e fumetteria per Nicola Pesce Editore, un massiccio libro che raggruppa il grosso della mia produzione in racconto lungo e medio breve nell’arco temporale 1990-2015. Ci sono storie del fantastico che ho scritto per un programma radiofonico Rai (Appuntamento a Carfax), e altre horror che ho sparso per antologie – di cui c’è l’albero genealogico completo sulla mia pagina Wikipedia. I racconti di ultima generazione mi hanno visto prediligere il tema della possessione demoniaca, il mio tema preferito, anche se quello che colpisce più il cuore dei lettori è l’horror da appartamento Lo Scarico (prodotto per un’antologia dedicata a HP Lovecraft), un angosciante weird sovrannaturale che nella mia testa sarebbe potuto stare in un fumetto breve americano di «Creepy» (non per vanità, ma per lo schema narrativo a me caro) o in un film di Polanski (mio regista culto).
La raccolta è divisa in tre parti: una infernale, una weird, e una urbana. L’horror è quindi suddiviso dal fantastico al nero, passando per il sangue, qualche morto vivente, ma anche divoratori di cadaveri e di anime.
Il Morso dello Sciacallo è il mio ultimo titolo. Esce a inizio dicembre, ordinabile presso le librerie di varia per conto della Vincent Books, ed è il mio settimo romanzo in ordine di pubblicazione dal 1992. Diciamo una sorta di critica sociale apocalittica dove ho usato appieno personaggi ironici e tragici insieme, legati dalla mia nuova passione investigativa incarnata dal fedele Alfredo Red Vanacura, maresciallo del paranormale. Adoro questo personaggio un po’ laconico, un po’ Tognazzi nei panni del tenente Colombo e lo sto distribuendo un po’ ovunque, negli ultimi lavori scritti, allo scopo di farlo diventare, un giorno, un personaggio mainstream. La vicenda narra di Vanacura alle prese stavolta con una serie di omicidi bizzarri ed efferati, proprio mentre la città di Roma è sotto attacco mediatico per il debutto televisivo di Afareen Torn, affascinante ragazzino cantante, pop-crooner partorito da YouTube. La tipologia dei macabri ritrovamenti fa pensare a una setta satanica, ma Vanacura, tormentato da una inquietante sequenza-loop di cene e pranzi a base di polpette al sugo, è deciso a guardare oltre le apparenze. Cannibalismo, humour nero, satira sociale, attrazione fatale. Come per Debbi, anche Lo Sciacallo è il mio ritratto verista del mondo applicato all’horror.
Per approfondire il realismo, mi sono divertito a far uccidere dall’assassino alcuni dei miei amici più cari. Un format che intendo proseguire e che ha già avuto un eccitante riscontro (e che sicuramente qualcuno mi copierà, as usual).


Nick:  Secondo le tue impressioni di addetto ai lavori Qual è lo stato di salute della narrativa di genere horror in Italia? E quali sono tra i tuoi colleghi scrittori italiani e stranieri quelli che segui con maggiore attenzione ed interesse?

PDO: Devo iniziare questa breve riflessione parlando di due amici editori che si stanno battendo per una diffusione massiva dell’horror. Cut Up Publishing (di Fabio Nardini e diretta da Stefano Fantelli) e Independent Legions di Alessandro Manzetti. Invito tutti ad esplorare i loro siti cut-up.it e independentlegions.com, per apprezzare lo sforzo di acquisire e tradurre tutto quello che in Italia è stato ignorato dall’editoria mainstream. Alessandro e Stefano, con le rispettive case editrici, stanno compiendo miracoli consegnando agli amatori italiani i capolavori esteri di cui si è solo sentito parlare attraverso l’oceano per anni. Dato che conosco la loro programmazione, evito di pronunciarmi sui nomi: potrei rovinare grosse sorprese. Ma vi prego di consultare il loro catalogo: non crederete ai vostri occhi!
Per quanto riguarda l’Italia, quindi, grazie a Stefano e Alessandro, un amatore può allargare la propria biblioteca con opere mai lette di Poppy Z Brite, Richard Laymon, Edward Lee e Jack Ketchum (giusto per dirne alcuni). Un parco autori che certamente potrà fornire nuova linfa agli autori nostrani, me compreso.
Anche il mio amico Mauro Corradini, con la sua Vincent Books, sta proponendo in libreria autori italiani, puntando tutto sull’inedito, dalla fantascienza di Maico Morellini all’horror di Danilo Arona, Pietro Gandolfi e Gigi Musolino. Un assalto frontale alle librerie di varia mai visto prima da un editore italiano indipendente!
Tra gli autori italiani, a parte Stefano e Alessandro, sto scoprendo talenti nuovi dotati di un’ottima forza immaginifica. Ma non dico chi sono: sfonderanno presto da soli e se ne accorgeranno tutti.


Nick:  Parlando più in generale: che direzioni sta prendendo la narrativa horror? Quali sono le nuove tendenze - nel bene e nel male- di questo settore?

PDO:  Il nuovo trend americano sta rivelando – per quanto riguarda la letteratura – un massiccio spostamento di attenzione per l’Extreme Hardcore Horror, un mix muriatico di sovrannaturale e sesso, o sesso estremo, cannibalismo e mutilazione. Una goresexploitation che rende il body horror e il torture porn qualcosa da relegare al passato. Basta dare un’occhiata al sito della Comet Press (che mi ospiterà nel 2017 nell’antologia cartacea Year’s Best Hardcore Horror, con il racconto Il Contratto – pubblicato su Nero Metafisico e che si è aggiudicato il Premio Polidori lo scorso anno) e della Deadite Press, dove spadroneggia un certo Shane McKenzie, autore di libri horror estremi e ironici postbarkeriani che vi ricorderanno la potenza dei primi Sam Raimi e Peter Jackson. Qui, posso dire che il nuovo horror è la declinazione grindcore del rock.

Nick:  Progetti futuri. Di cosa ti stai occupando adesso e cosa dobbiamo aspettarci da Paolo di Orazio nel prossimo futuro?

PDO:  Attualmente sto traducendo per Cut Ut Publishing lo splendido romanzo Offspring di Jack Ketchum, al secolo Dallas Meyr, che ho conosciuto a Las Vegas allo StokerCon. Da lui direttamente ho acquistato il libro, e dopo pochi mesi sono stato scelto da Fantelli per la traduzione. Terminato Offpsring, che illustrerò (il libro vedrà la luce i primi mesi del 2017), mi getto a capofitto per il secondo libro di Debbi la strana, che uscirà a maggio 2017 con allegato il Cd della ost realizzata con le mie mani e le mie orecchie (sempre per Cut Up). Per il prossimo futuro, spero immediato, pare che qualcosa combinerò di nuovo per quanto riguarda il fumetto: sia come sceneggiatore che disegnatore.


Nick:  Bene, è tutto, nel ringraziarti per la tua disponibilità e per la tua gentilezza (ed anche per la pazienza che hai avuto nel sobbarcarti questa lunga intervista) ti saluto con la classica last question di Nocturnia: esiste una domanda alla quale avresti risposto volentieri e che io invece non ti ho rivolto?

PDO:   Grazie a te, a Nocturnia e a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di leggere questa mega intervista, in cui ho sviscerato argomenti che solitamente non approfondisco per timidezza. Mi reputo profondamente soddisfatto, ma se mi avessi chiesto chi è più forte tra Hulk e La Cosa, avrei risposto comunque volentieri!

BONUS CARD:  BIOGRAFIA DELL'AUTORE.


Paolo Di Orazio (Roma, 5 luglio 1966)

Curatore di riviste a fumetti come «Splatter», «Mostri», «Shinigami», alterna l’attività redazionale a quella di sceneggiatore, autore di narrativa, disegnatore e illustratore. Dal 1987 pubblica storie esclusivamente horror o noir. Nel 1990, il Parlamento denuncia «Splatter» e il suo esordio in narrativa Primi delitti (Acme 1989, racconti) per istigazione a delinquere. Ha scritto sceneggiature per la statunitense «Heavy Metal» (2000-2001) e per la nuova serie di «Cattivik» (Acme 1989-91). Ha pubblicato in Francia il graphic novel Il bambino dei Moschini (Clair de Lune, 2009; «The Garfield Show», Aurea 2013) e ha sceneggiato per antologie a fumetti con NPE e Beccogiallo.
In lingua inglese pubblica con Independent Legions III e Kipple. Autore della storica Horror Writers Association, è nel database Best World Horror of the Year (ellendatlow.com, 2015) e nella Year’s Best Hardcore Horror della statunitense Comet Press (2017).
Tra le ultime pubblicazioni, Mar Dulce (Cut Up Publishing, antologia con Peter Straub, Stefano Fantelli e Caleb Battiago), con illustrazioni; Black & Why? (Cut Up Publishing, maxi-raccolta di fumetti e illustrazioni dal 1987 al 2015); Beauty of Death (Independent Legions III, macro antologia ebook in inglese con Peter Straub, Ramsey Campbell, Poppy Z Brite). L’antologia di racconti horror western The Monster, the Bad and the Ugly (Kipple, in coppia con Alessandro Manzetti) è stata presentata allo StokerCon 2016 e contiene una breve storia illustrata; i romanzi ebook Il sogno dormiente (Kipple) e il cartaceo Il morso dello sciacallo (Vincent Books) e la raccolta Nero Metafisico (NPE). Ha illustrato il concept album Cd Il dipinto ucciso dei Candor Chasma (Azoth edizioni musicali) ispirato al suo omonimo romanzo.
Cofondatore batterista della band Latte & I Suoi Derivati (dal 1991, 1700 esibizioni live e in tutta Italia, programmi Radio e Tv nazionai e locali) con il cine-duo Greg e Lillo, il fumetto entra nella musica, attraverso cartelli disegnati e rimandi espliciti al mondo dei comics e dei cartoon e, ovviamente a corredo dei tre album pubblicati con BMG e Sony (1994-1997).

www.paolodiorazio.wordpress.com
pagina wikipedia

20 commenti:

Obsidian M ha detto...

Sembra quasi incredibile che PDO in soli cinquant'anni sia riuscito a fare tutte queste cose. Tanto di cappello per una così grande costanza nel perseguire i suoi sogni. Sono traguardi che, immagino, si raggiungono solo procedendo senza esitazioni nella direzione che si era intuita già ai tempi del Corriere della paura e dei Cineracconti...

Nick Parisi. ha detto...

@ Obsidian M
Senza contare il periodo in cui è stato lontano dalla scrittura essendo occupato solo con l'attività dei Latte & i suoi Derivati. Questo conferma una cosa che ho sempre pensato e cioè che il periodo a cavallo tra la fine degli anni '80s e l'inizio dei '90s contenesse in sé molte più possibilità di lavorare nell'editoria per un giovane dotato di talento rispetto a quelli attuali.
Bada bene ho detto talento non a caso, perché ritengo che per emergere bisogna comunque avere talento come ce l'ha PDO ma forse a quell'epoca c'era qualche possibilità in più per debuttare e lavorare nell'editoria.

Ariano Geta ha detto...

Sì, veramente una carriere artistica a tutto tondo: fumetto, scrittura, musica, editoria... Non si va avanti per trent'anni in questi settori così volatili senza avere talento. Complimenti davvero.

Lucius Etruscus ha detto...

Mitica intervista e mitico Paolo! Anni fa (2012 mi pare) una sera l'ho incontrato al Giallo Latino, presentatomi dalla scrittrice Cristiana Astori. Ero stanchissimo e non ho saputo sfruttare la situazione per un autografo o un selfie, ma mi rimane un bel ricordo ;-)

Nick Parisi. ha detto...

@ Ariano Geta
Si, non sarebbe davvero possibile senza possedere talento e sopratutto senza riuscire a comprendere le trasformazioni in atto all'interno della società in cui vive.

Nick Parisi. ha detto...

@ Lucius Etruscus
Io l'ho incontrato personalmente di sfuggita alla recente "StraniMondi", posso dire che è una persona gentilissima ed anche un poco timida.

il pacificatore ha detto...

A parte la ragguardevole mole produttiva, la cosa che più mi colpisce è l'effettiva qualità costante con la quale scrive. Fatico a trovare momenti poco ispirati nell'arco della sua carriera. Per me, è un autore fondamentale nonché una persona davvero splendida.

Nick Parisi. ha detto...

@ il pacificatore
Benvenuto su Nocturnia!
Come detto io Di Orazio l' ho scoperto su Splatter quando sceneggiava i fumetti per la Acme e da lì ho seguito la sua carriera, penso che il "nostro" darà ancora tantissimo in futuro.

Ivano Landi ha detto...

Una maratona degna dei cineforum di un tempo, ma ne è valsa la pena. Così riesco a sapere un po' di quello che succede in giro senza uscire troppo di casa.
Sempre bello leggere di qualcuno così privo di steccati tra un campo e l'altro...
Negli anni 1970-78 poi siamo stati lettori-fotocopia l'uno dell'altro: Corriere della Paura, Horror, Zio Tibia, supereroi marvel-corno, Topolino, Cannibale, Totem, Heavy Metal... sembra il mio curriculum!

Nick Parisi. ha detto...

@ Ivano Landi
Che nostalgia per quelle edicole così piene, si poteva trovare davvero di tutto: da Topolino ad Alan Ford; da Tex a Johnny Logan; da Horror fino a cannibale...sembra davvero di essere tornati negli anni 70 solo a sentire questi nomi.

Glò ha detto...

Intervista bellissima e corposa, esplora un ambito che conosco poco e racconta un vero artista/creativo :O
Forse veramente c'è da rimpiangere un periodo passato che consentiva qualche azzardo, secondo me oggi, tra assuefazioni varie e nuovo bigottismo, siamo messi molto male.

massimiliano riccardi ha detto...

Articolone, intervistona, qui ci vuole un appaluso. Bravo Nick, ci hai presentato un artista a tutto campo.

Ivano Landi ha detto...

Puoi dirlo forte. Ricordo che in quel periodo, per riuscire a seguire tutte le serie che mi interessavano, dovevo praticamente acquistare in edicola un albo al giorno.
E... orrore! Nel mio elenco ho saltato "Kriminal" e "Satanik", due tra i miei preferiti di allora ed entrambi citati da Di Orazio. Rimediato adesso ;-)

Valeria Barbera ha detto...

Bella e corposa intervista che conferma (caso mai ce ne fosse bisogno) il talento artistico di Paolo Di Orazio... e il tuo, Nick, nel mettere a proprio agio gli intervistati. Complimenti a entrambi :)

Nick Parisi. ha detto...

@ Glò
Hai centrato la radice della questione, la vera differenza tra il periodo in cui ha debuttato PDO e quelli odierni è l'arrivo di un nuovo bigottismo e il sopravvenire di una sorta di assuefazione a tutto. Si tratta di un processo che in maniera lenta ma inesorabile ha trasformato in peggio la nostra società. Non sto esprimendo giudizi morali o rimpiangendo il passato dico semplicemente quella che mi sembra una trasformazione- in peggio - della nostra società.

Nick Parisi. ha detto...

@ massimiliano riccardi
Grazie per i complimenti, come sempre il merito va agli intervistati che rendono splendido e facilitano il mio lavoro con le interviste.

Nick Parisi. ha detto...

@ Ivano Landi
E con la citazione di "Kriminal" e di "Satanik" abbiamo veramente fatto il quadro completo di quanto si poteva trovare in edicola a cavallo tra gli anni '60s e i '70s. I mitici creatori di entrambe le serie, cioè Max Bunker e Magnus ( Secchi & Raviola) hanno davvero segnato un' epoca.

Nick Parisi. ha detto...

@ Valeria Barbera
Grazie e benvenuta su Nocturnia cara amica amante dei gatti è bello re-incontrarti anche qua dopo StraniMondi.

Simone A. Peruzzi ha detto...

Niente da dire: una grande intervista, approfondita come poche. Ottime domande, ottime risposte.

Nick Parisi. ha detto...

@ Simone A. Peruzzi
Grazie, apprezzo davvero molto il tuo parere.

Ricordando il passato

Ricordando il passato
 
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