LO STRANO CASO DEL CIMITERO DI HIGHGATE. Epilogo.




Come promesso, ecco la terza e conclusiva parte delle vicende del Vampiro di Highgate, le prime due le trovate QUI e QUI. In questo caso ci siamo mossi in maniera un po diversa: sia qui che su THE TRALFAMADORE CONNECTION è lo stesso, abbiamo voluto infatti sperimentare una diversa forma di collaborazione tra Blogger: io ho scritto le parti su Farrant, su John Pope e su Highgate oggi, mentre il Fra si è assunto l'arduo compito di continuare a seguire le vicende di Sean Manchester. Insieme poi abbiamo lavorato alle conclusioni. Abbiamo deciso anche di mantenere la diversità dei nostri rispettivi stili in modo da permetterci di divertirci di più durante la stesura, ci auguriamo che il risultato sia di vostro gusto.
Ecco, mettetevi comodi accendete la luce e ritornate con noi ad Highgate; Londra.












E' una strana alba quella che sorge sul Cimitero di Highgate dopo la presunta uccisione del Vampiro da parte di Sean Manchester, i dubbi rimangono, così come rimane la paura.
Però come nel peggiore dei romanzi le tessere del mosaico faticano a tornare al loro posto.

-DAVID FARRANT DOPO IL 1970.








Farrant, assolto una prima volta verrà condannato definitivamente nel 1974.
L'accusa?
Violazione e profanazione di Tombe.
E come in un perverso girotondo, la stampa s'impossesserà ancora una volta della sua vita, delle sue frequentazioni, delle sue dichiarazioni.
E l'uomo non regge.
Il David Farrant che uscirà dalle prigioni, dopo qualche mese di detenzione, sarà un uomo profondamente cambiato. Il carcere lo ha spezzato,ne ha minato il fisico e forse anche l'animo.
E in più c'è il suo rivale Sean Manchester che continua ad attirare su di sè i riflettori, a pretendere tutta l'attenzione.
Ad aggravere le cose giunge il 1975 e quell'anno l'intero perimetro comincia ad essere gestito dai Friends of Highgate, un associazione privata che stringerà come una sorta di cordone sanitario attorno al Cimitero impedendo riunioni, manifestazioni; trasmissioni televisive e qualsiasi altro tipo di assemblamento.
Lentamente l'oblio avvolge il Cimitero e Farrant con esso.
L'uomo, non crederà mai alla versione di Manchester e per anni si rifiuterà di tornare ad Highgate. Il male è ancora dentro quelle mura, dirà, e aspetta solo di tornare. In altre forme, certamente, ma è ancora tra quelle tombe, ancora tra quei viottoli.
Pronto a ricomparire.


-DAVID FARRANT OGGI.











In un certo senso è lui, lo sconfitto della nostra storia, però lentamente, faticosamente, ha Farrant ha affrontato i suoi demoni.
Ha scritto (come Manchester, del resto) numerosi libri sull'argomento,crea un suo Blog personale e riprende il suo ruolo all'interno della British Psychic and Occult Society. Di tanto in tanto, poi, viene riesumato per qualche trasmissione televisiva rievocativa delle vicende degli anni '70.









Ma non solo.
Rompendo un giuramento di anni, nel 2005 l'uomo torna finalmente ad Highgate. Il male è ricomparso, due nuovi casi di aggressione si verificano nei pressi della struttura.
Anche se l'ormai vecchio ricercatore non parla più di vampiri, ammette di essere stato probabilmente precipitoso nelle sue prime interviste, oggi David Farrant preferisce usare i termini fantasma o psychic entity
.
E le indagini riprendono.


-IL TERZO UOMO.
Altri cercheranno nel corso degli anni di accedere alle luci della ribalta, altri tenteranno di strappare il monopolio Manchester-Farrant relativi alle indagini sul Vampiro di Highgate; ma vivranno sempre di luce riflessa.
L'unico che si avvicinerà alla notorietà dei due principali protagonisti, sarà l'ambiguo giornalista John Pope.

Anche lui è presente quella delirante sera del 13 Novembre 1970, quando la follia regnerà sovrana, anche lui indagherà a modo suo.
Ma Highgate,non ammette molte primedonne. E ce ne sono già due di troppo in questa nostro bizzarra storia. E Pope rientrerà presto nell'anonimato.
Per uscirne, per un attimo, un breve attimo nel 1973 quando durante una seduta spiritica cercherà di contattare lo spirito di Dracula.

-SEAN MANCHESTER.









Per Sean Manchester il caso del vampiro di Highgate rappresentò con ogni probabilità una grossa occasione di farsi pubblicità come esorcista e esperto del paranormale.Già dopo la prima e presunta fine del vampiro (quando Manchesterdisse di essersi limitato solo a sigillarlo) l'astuto sacerdote scrisse e pubblico una sua versione dei fatti del vampiro di Highgate ,la prima di una numerosa serie di testi che spesso si contradicono tra loro.Girarono anche voci di un duello magico tra lui e il rivale Farrant che avrebbe avuto luogo a Parliament Hill il 13 Aprile 1973.(Ma che ovviamente non si verificò mai,in compenso la rivalità tra Farrant e Manchestercrebbe di anno in anno e dura tutt'ora)Si era però parlato alla fine della seconda parte di critiche mosse al racconto di Manchester anche da studiosi,nello specifico Bernard Davies all'epoca confrontando il racconto del primo esorcismo del 1970 con la sua versione scritta nel 1975 per il libro The Vampire Bedside Companion notò la presenza di particolari assenti nel primo racconto.Come la descrizione secondo cui il vampiro avesse gli occhi rossi o che Manchester avesse sigillato con l'aglio l'entrata della cripta.Dal canto suo Manchester non spiegò mai queste aggiunte.Nel 1978 sulle pagine del Journal of Vampirism Dorothy Nixon contesto invece la veridicità do uno dei primi casi connessi al vampiro di cui Manchester si era occupato,ovvero quello di Elizabeth Wojdyla.Elizabeth Wojdyla era una donna aggredita dal vampiro nel'69 a cui Manchester aveva prestato aiuto,esaminando anche una serie di sogni fatti dalla ragazza in cui compariva una figura somigliante alla descrizione del vampiro.(Cioè una figura alta,scura con occhi rossi). La Nixon critico i segni del morso sul collo della Wojdyla,che in quanto verticali e non orizzontali non sarebbero compatibili con una dentatura umana e quindi non possibili. (NOTA.In realtà stando ai vecchi casi di vampirismo il non-morto morderebbe usando il canino inferiore come appoggio e il canino superiore per forare la vena,non usando ambo i canini superiori come molti credono.Quindi in realtà il segno verticale del morso non sarebbe cosi impossibile).Manchester ribatte alle accuse sostenendo una teoria secondo la quale i vampiri sarebbero come ombre che vivono in una sorta di antitempo,il che permette loro di compiere azioni fisicamente impossibili.(anche se ammettendo questa teoria si solleva un altro problema,come può un ombra portare attacchi fisici alle persone?)Diatribe a parte in molti credono che Manchester abbia realmente eliminato il vampiro e tutt'ora il presunto esorcista gode di un folto seguito,scrive ancora libri su Highgate e il vampirismo e dirige pure un blog.(Piuttosto noioso e farlocco se volete un parere personale)

-HIGHGATE OGGI.













Nonostante le due aggressioni segnalate da David Farrant del 2005, e le continue apparizioni televisive di Sean Manchester il cimitero sembra tornato quello che dovrebbero essere tutti i cimiteri al mondo: un luogo di pace e raccoglimento. Dove, non scordiamocelo, trovano il loro ultimo riposo figure come Karl Marx e la già ricordata Elizabeth Siddal
I Friends of Highgate, continuano ad occuparsene, oggi come nel 1975. E reagiscono profondamente male alle domande dell'ignaro turista sui casi del "Vampiro", anche se le loro maglie si sono lentamente allentate.
Di tanto in tanto, però, qualche animale dissanguato viene ancora rinvenuto.







-CONCLUSIONI
Ma alla fine ad Highgate c'era davvero un vampiro? vi starete probabilmente chiedendo dopo aver letto questa storia.Purtroppo dare una risposta definitiva non è in nostro potere ovviamente,ma l'ipotesi più plausibile è che in realtà l'intera vicenda sia stata una sorta di isteria collettiva.In quegli anni per le strade di Londra si aggiravano tipi veramente bizzarri,sedicenti maghi e satanisti. Qualcosa di strano è sicuramente avvenuto, diversi sono stati gli episodi accaduti nella zona per non tenerne conto, ma il clima pseudo esoterico di Londra ha dato il via ad una sorta caso. Situazione poi esasperata da individui come Manchester e Pope in misura maggiore in misura minore da Farrant.(il più onesto e meno in cerca di fama del terzetto)Niente di vero quindi,anche se le proporzioni del caso ne fanno tutt'ora uno dei più famosi misteri dell'epoca contemporanea.
Nonchè uno dei più controversi.

-CURIOSITA' FINALI.
Recentemente Highgate e i suoi protagonisti hanno avuto una sorta di rivisitazione a fumetti: nel numero 45 di Dampyr, intitolato proprio IL VAMPIRO DI HIGHGATE,scritto da Mauro Boselli e disegnato da Giuliano Piccinnino i personaggi Bonelliani incrociano le versioni disegnate di Farrant & Manchester, sia pure con i nomi cambiati.
I due, col tempo sono diventati veri e propri personaggi ricorrenti all'interno della saga.

SULLO STATO DELLA FANTASCIENZA IN ITALIA. E DELLA SUA CRITICA.










Sono diversi giorni che penso a quest'articolo. Gli spunti li ho trovati un po ovunque. Se tutto nasce dall'iniziativa di Angelo Benuzzi e dal suo tentativo di aggregare gli appassionati nostrani, sono state poi, da un lato, le lamentatio di Davide Mana sulla iniziale mancanza di partecipazioni al voto da parte dei lettori al concorso organizzato da Angelo stesso per il logo e lo slogan della futura Associazione e dall'altro, il post dell'Iguana che tentava di "contare" i siti e i forum in rete che trattassero dell'argomento sci fi...con conseguente scoperta, e sorpresa,almeno da parte mia, che al momento siamo davvero pochini a convincermi (e a costringermi) a dedicare un pensiero sull'argomento.
In più, anche se apparentemente non sembrerebbe connesso al discorso in questione, l'ultimo tassello mi è arrivato da QUESTO post di Gianluca Santini sull'importanza dei Feedback dopo la lettura di un opera autoprodotta.
Insomma in parole povere: questo post può vantare diversi padri.

Adesso parliamo un poco di Fantascienza.
Il genere, lo sappiamo, non ha mai avuto vita facile in Italia. Siamo un popolo di scarsi lettori in generale, ma la Fantascienza ha avuto in se una sorta di "peccato originario", quando Fruttero & Lucentini, storici curatori di Urania(e quindi in teoria proprio coloro che avrebbero dovuto aver cura di diffondere e tutelare il genere), trattarono la Fantascienza (ed i suoi lettori di conseguenza) come un qualcosa di infantile e inferiore.
Creando così tutta una serie di storture che paghiamo ancora oggi.

Ma volendo cercare qualcosa da leggere nella lingua di Dante, di cosa possiamo disporre adesso come adesso?
E sopratutto: quanti sono i lettori di Science Fiction ?
Proviamo a fare qualche numero.

-QUELLO CHE ABBIAMO.
La parte del leone la fa ancora l'Urania della Mondadori, testata a cui sono indiscutibilmente affezionato ma che presenta più di qualche ombra; non ultima la questione traduzioni. Non sempre integrali, e quasi mai segnalate nella loro incompletezza.
Sia come sia, di Urania escono dodici volumi l'anno, più qualche speciale, quasi tutti autori Anglosassoni tranne due\tre italiani (tra cui il vincitore del premio omonimo ) con una qualità altalenante. Esiste anche una testa consorella Urania Collezione di ristampe di Classici veri o presunti con altre dodici uscite annuali, mentre ben più interessante è il trimestrale Millemondi dedicato alle Antologie.
A parte questo in edicola non c'è praticamente niente altro.
Ora secondo dati, non ufficiali, del Forum UraniaMania, la tiratura media di un numero di Urania è di circa quindicimila copie, di cui almeno la metà vendute.
Questo, naturalmente,non significa che i lettori siano solo 7000\8000; probabilmente, sempre secondo i dati non ufficiali, ogni copia venduta ha, statisticamente, almeno tre lettori tra prestiti, scambi, rivendite nel circuito dell'usato e così via.
Questo ci darebbe una popolazione di lettori compresa tra le ottomila e le ventiquattromila unità.
Su una popolazione di sessanta milioni di abitanti.





Andando nel circuito delle librerie le cose non sono migliori: c'è la Delos che ha una sua collana di agili tascabili e la Odissea Fantascienza, che però traduce solo racconti e romanzi brevi, spesso selezionati tra i vincitori o comunque i finalisti sei vari premi d'oltreoceano. In più la Delos pubblica Robot,forse la migliore rivista del nostro paese, nuova incarnazione di una storica pubblicazione degli anni settanta.
Ma di Robot escono solo tre numeri l'anno. In più, nel 2003, al momento della ripresa, il recentemente scomparso Vittorio Curtoni dichiarò di avere al momento ottocento abbonati e che la soglia di sicurezza per poter continuare a mantenersi sarebbe stata almeno mille.
In seguito, nell'editoriale del cinquantottesimo numero,Silvio Sosio, ha scritto, che un racconto pubblicato sulla rivista raggiungono tra i mille e i duemila lettori.

E questo sempre su una popolazione di sessanta milioni di abitanti.
Poi abbiamo le pubblicazioni della ELARA, che io non ho mai comprato, riguardo la quale tutti mi dicono bene a livello di cura e contenuti ma di cui si lamentano comunque per gli alti prezzi.

Poi ci sono piccole o minuscole realtà,attive solo su internet, spesso costruite da gruppi di appassionati come le Edizioni Della Vigna; le Edizioni Scudo con la loro rivista Short Stories (più tutta una serie di altre pubblicazioni; nonchè ALIA della CS_Libri di cui ho parlato abbondatemente e che contiene anche fantascienza.
A parte questo a livello cartaceo c'è il nulla.
Per il digitale invece, è notizia di questi giorni la nascita della PYRA Edizioni con la sua collana Gemini, di cui conosco però ancora troppo poco per poterne parlare.
Quello che manca oggi, secondo me, è l'equivalente di quello che editori come la Gargoyle o la XII rappresentano per l'Editoria Horror cioè la Casa Editrice punto di riferimento per tutti lettori; appassionati ed operatori del Settore.
Ma le vecchie realtà di riferimento che fine hanno fatto?

-QUELLO CHE ABBIAMO PERSO.





Nord e Fanucci praticamente non stampano più fantascienza.
Ecco l'ho detto.
E se il primo qualche scusa ce l'ha, con il fallimento nel 2002 di Solaria,l'ultimo tentativo di creare una pubblicazione da edicola concorrente di Urania( ci sarebbe voluta però una maggiore attenzione nei confronti della scelta delle opere da presentare, questo si)
, la milanese Edizioni Nord con la sua acquisizione da parte del gruppo Spagnol ha praticamente virato il suo catalogo verso narrative di confine, ben difficilmente inquadrabili in generi ben definiti.
Anche l'Armenia in un paio d'anni ha visto fallire un suo tentativo di lanciare una sua collana da libreria, ma anche in questo caso probabilmente, la casa editrice ha scontato una politica editoriale fatta di scelte sbagliate a livello di testi e prezzi eccessivamente alti.

Per il resto i cosiddetti editori generalisti, preferiscono puntare sempre e solo su bestesellers, spesso presunti e costruiti a tavolino; e anche quando, per errore, presentano un testo sci fi, preferiscono sempre non presentarlo come tale, un caso lampante è quello del tedesco Frank Shatzing, con il suo IL QUINTO GIORNO, un romanzo indiscutibilmente fantascientifico pubblicizzato però dall'editore nostrano come un thriller.
Espressione, detto tra noi, che io cancellerei per legge tanto viene ultimamente utilizzata a sproposito.

-AUTORI E CRITICI NEL' (EX) BELPAESE.










Una delle critiche rivolte spesso dai lettori occasionali, è che autori del Belpaese, manchino della preparazione tecnica per creare storie con solide basi scientifiche; questo a differenza dei loro colleghi anglosassoni, accusati però di essere eccessivamente infodumposi e in qualche caso "noiosi".
Insomma bella contraddizione.
Come se ne esce?
In Italia esistono praticamente due correnti : quella Ucronica e quella del cosiddetto Connettivismo. La prima indubbiamente più umanistica, la seconda più tecnica,entrambe con effettivi punti di forza ma, se alle volte vorrei vedere i primi variare un poco il menù, i secondi, spesso, passano più tempo a dover spiegare cosa è realmente il connettivismo che che a scrivere effettivamente.
Per quanto riguarda gli scrittori singoli, ci sono stati diversi nomi venuti fuori nel corso degli anni. Ma se gli autori della vecchia scuola, quella degli anni cinquanta-sessanta lentamente stanno scomparendo, tra le cosiddette nuove leve, pur in presenza di scrittori interessanti manca ancora il nome o l'autore simbolo come poteva essere il primo Valerio Evangelisti.
però almeno su questa cosa mi sento di essere ottimista, si è cominciato un cammino qualche anno fa, un cammino che ancora non sappiamo dove ci porterà, ma almeno è un primo inizio.

Parliamo adesso della critica.
Esiste? E' sufficiente?
Pochi sono gli spazi a livello di pubblicazioni cartacee,qualcosa fa la Delos con la rivista omonima e con la succitata Robot, altro fanno le piccole case editrici,mentre le piccole fanzine, vero e proprio sottobosco degli appassionati da cui poi in passato venivano fuori i futuri critici sono quasi totalmente estinte ma la sensazione generale è che il grosso, almeno nel nostro paese avvenga in rete.
E la rete è per sua natura anarchica, difficilmente controllabile.
Le case editrici fanno fatica a comprenderlo fino in fondo, dimostrando,a volte, di essere in profondo ritardo rispetto al fenomeno. Si pubblicano online i cataloghi, certo, si ordinano i libri online, certo.
Ma tutto viene ancora, com'è giusto che sia, dagli appassionati.
Ma quale critica serve?
Vi rimando al post di IGUANA, però sappiamo tutti che esistono diversi tipi di approcci:si trova anche quello distruttivo dello stroncare tutto e tutti, giusto per fare polemiche ma si trova anche una critica più ragionata, spesso migliore di quella che farebbe un professionista, che è poi quella che cerchiamo di fare noi. Ognuno nel suo piccolo

Non so voi, ma il mio ideale di critico sarebbe l' Elvezio Sciallis di MALPERTUIS, dove oltre alla passione si scorgeva la competenza e l'onestà intellettuale.
E dove anche nei post più apertamente cazzoni alla fine spuntava sempre il ragionamento o l'elemento che, assieme al frizzo e al lazzo ti costringeva a fermarti a pensare.

Anche per questo ho appoggiato l'idea di Angelo, anche per questo ho inserito le considerazioni di Gianluca sui feedback, perchè non so voi, ma...ho un po ovunque la sensazione di vedere sempre gli stessi nomi, a commentare, ad aggregarsi, anche a discutere tra noi, perchè tra appassionati oltre che tra persone mature ci sta.
E anche se facciamo parte della minoranza di una minoranza, da qualche parte bisogna pur partire.
Il primo passo è sempre quello che conta,adesso e mi piacerebbe poter vedere in questo post partecipare tutti: connettivisti; Ucronici;lettori di Urania e no; appassionati; commentatori; lurker; moderati e no; gamberettiani e no.
In una parola, voi cosa ne pensate?
Mi rendo conto, di essermi dilungato oltre le mie intenzioni, questa volta più del solito quindi adesso chiudo.
L'augurio che faccio, a noi tutti appassionati di fantascienza è quello di poter ricominciare da qualcosa che c'era.
E che forse c'è ancora.

ALIA # 5 ANGLOSTORIE (2009).

PICCOLI IMPREVISTI, GRANDI CONFERME.








Uno dei miei primi post, una volta aperto il Blog era stata una recensione del sesto numero di ALIA una bella antologia edita dalla CS_libri di Torino.
Certo, nonostante siano passati pochi mesi, a rileggere adesso questi miei primi vagiti critici, mi chiedo come avete fatto a sopportarmi in quel periodo col mio iniziale atteggiamento da grande critico, cosa che non ero all'epoca e non sono certo adesso.
Quello che sicuramente non è cambiato è il mio giudizio positivo su quel numero di ALIA e sulle storie in essa contenute. ALIA 6 però era indubbiamente un numero differente dai precedenti, anomalo in un certo senso.
Fino al numero 5 infatti ALIA usciva a comparti separati; ogni numero aveva una edizione diversa ( a parte le copertine) sulla base della nazionalità degli autori ospitati con una edizione dedicata agli Autori Giapponesi; una per gli scrittori Italiani e, per finire quella, conosciuta comunemente come le ANGLOSTORIE con scrittori di madrelingua Inglese.

Il mese scorso, approfittando del gradito arrivo delle mie spettanze lavorative, avevo deciso di farmi, finalmente, un regalo e avevo ordinato alcuni libri a diverse case editrici e tra loro c'erano anche la copia del numero 5 di ALIA, sia nella versione degli scrittori Italiani che nelle ANGLOSTORIE.

Naturalmente, il "destino" nella veste della sempre solerte Posta Italiana ci doveva mettere lo zampino... e infatti non solo i pacchi mi sono arrivati tutti e dico tutti i pacchi da tre diversi editori dopo due settimane di attesa nell'unico giorno del mese, in cui a casa non c'era nessuno per poterli ricevere (quando si dice la preveggenza) ma una volta ritirati alla posta centrale arrivava la poco piacevole sorpresa che la copia di ALIA AUTORI ITALIANI era "misteriosamente scomparsa".

Ora, da un lato, mi piace il fatto che, in giro per l'Italia ci sia almeno un postino appassionato di letteratura fantastica, e che, trovandosi a dover scegliere tra MALAPUNTA delle Edizioni XII; o ALIA ANGLOSTORIE abbia scelto invece di "far finire sbadatamente nelle sue tasche" il numero di ALIA autori italiani con racconti di Davide Mana; Elvezio Sciallis e Massimo Citi. Insomma, mi piace l'idea di questo postino nazionalista e con un ottimo gusto, però dall' altro lato la cosa che il volume sia andato perso mi fa incazzare come una bestia.

Vediamo adesso a questo numero 5 di ALIA ANGLOSTORIE: sin dalla copertina rossa, la sensazione è pòsitiva, la pubblicazione mi ricorda i vecchi volumi della Fanucci dei tempi d'oro con
quell'aria tanto old style che però al suo interno rivelavano sempre letture gradevoli, con spesso vere e proprie notevoli sorprese.

Nell'Antologia sono presenti sette racconti, tutti inediti per il nostro Paese tranne uno, in un alternanza tra scrittori abbondantemente conosciuti da noi come Ted Chiang e Michael Moorcock ed autori famosissimi all'Estero ma scarsamente tradotti nel nostro paese come Karl Schroeder; Lillian Csernica e Tim Pratt.

Le storie dichiaratamente fantascientifiche sono due :Cosa ci si aspetta da noi del fenomeno Ted Chiang che apre il volume e Corona del Canadese Karl Schroeder che invece lo chiude. La prima pubblicata originariamente sulla rivista di divulgazione scientifica Nature è una classica storia sul libero arbitrio ...o sui comportamenti umani una volta scoperta la sua inesistenza. Chiang conferma qui la sua bravura, se mai ce ne fosse bisogno e in tre pagine ci consegna una storia praticamente perfetta. Una vera sorpresa è stata invece la seconda storia su una madre separata che riceve un messaggio sul pericolo imminente per il suo mondo, freddo e orbitante attorno a un sole artificiale. Sorpresa positiva per l'empatia che Schroeder riserva al suo personaggio femminile, ma anche per la sua capacità di affrontare uno schema vecchio come l'esistenza del genere in maniera fresca e godibile.

Gli altri racconti invece sono riconducibili a vari sottogeneri Fantasy. Personalmente ho apprezzato molto Barbablù e il bisonte bianco di Tim Pratt, un bizzarro weird western con il fantasma di Gilles de RAIS, creature provenienti dal mare che hanno invaso il Texas e maledizioni indiane, segnalo che il racconto fa parte di un ciclo quello di Ranger Girl mai giunto nel nostro paese, così come ho apprezzato anche Miss Carnstairs e il Tritone della statunitense Delia Sherman, l'unico racconto già pubblicato in passato in Italia, presentato qui però con una nuova traduzione, a cura del sempre effervescente Davide Mana. La storia, con la scusa della descrizione di un fortuito incontro tra gli esponenti di due razze diverse, si trasforma pian piano in un incontro tra due differenti tipologie di solitudini.

In definitiva l'unico racconto che mi ha lasciato leggermente perplesso è il fantasy Lo spadaccino che non si chiamava morte. Sarà colpa mia, ma questo racconto di Ellen Kushner non mi ha detto niente.





Giungiamo adesso a quella, che per me, è la storia migliore del libro: il vecchio leone inglese Michael Moorcock regala un delizioso apocrifo di Sherlock Holmes, ho già detto altrove quanto mi piacciano i pastiches holmesiani, ma uno dei migliori che abbia mai letto è proprio questo L'avventura dell'inquilino di Dorset Street, non c'è soprannaturale, non ci sono elementi magici ma semplicemente una solida storia, una gran costruzione della trama nonchè la bravura di Moorcock, che in questo caso, nonostante l'età, dimostra di sapersi ancora divertire.

In definitiva due sono le cose che ho compreso acquistando questo numero di ALIA:

- La prima, è che quando ci si affida alle Poste Italiane ci sarà sempre qualcosa che non andrà a finire completamente bene.

- La seconda e più importante cosa è che, scavando nella piccola Editoria, si riesce ancora, nonostante i tempi di magra, a fornire prodotti interessanti come questi.


P.S...se qualcuno tra voi, dovesse notare in giro un postino con il mio numero di ALIA, per favore...me lo fa sapere? (LOL)

ALIA 5 ANGLOSTORIE 144 pagine.
Euro 14,50. CS_LIBRI.

LO STRANO CASO DEL CIMITERO DI HIGHGATE. -Prima Parte.

Come cominciano le leggende?






















Londra 1862: Il poeta Dante Gabriele Rossetti seppellisce la propria compagna all'interno del Cimitero diHighgate. L'uomo getterà dentro la bara della scomparsa Elizabeth Siddal un libro di poesie a lei dedicate.
Almeno così dice lui.
Ma Rossetti non merita l'amore della Siddal. Sette anni dopo farà riesumare il corpo della donna per far conoscere al mondo le poesie che sono state scritte per lei; è stesso l'amata a volerlo.
Almeno così dice lui.
All' apertura della bara i presenti rimarranno innorriditi: invece di trovarsi davanti un corpo in piena decomposizione, si ritroveranno di fronte un cadavere in perfetto stato di conservazione, quasi come se fosse stato deposto il giorno prima. Il particolare più notevole è rappresentato dai lunghi capelli rossi di Elizabeth Siddal, cresciuti a dismisura ma perfettamente curati.
Inutile dire che il libro delle poesie di Dante Gabriele Rossetti diventerà per quegli anni un grande successo letterario.





Il Cimitero di Highgate è aperto da anni: la parte ovest è stata costruita nel 1839 da Stephen Geary,quella Est "solo" nel 1854 e niente di particolare è accaduto prima di allora. Però proprio grazie al primo caso di marketing letterario dell'epoca moderna e alla fascinazione dei lunghi capelli biondo-rossastro di un incolpevole donna morta tra i vicoli di Londra, si comincia a sussurrare che qualcosa si nasconda tra le sepolture Vittoriane del luogo.

-PASSANO I GIORNI,PASSANO GLI ANNI...
Col tempo la parte Ovest viene chiusa al pubblico, mentre la Est continua ad essere utilizzata per le sepolture. La zona inutilizzata diventa il regno delle erbacce e dell'edera, vengono avvistati diversi animali selvatici che ne fanno la loro casa. In particolare le Volpi sembrano diventare comuni nel luogo.
Ma la gente continua ad avere paura: molte, troppe volte guardiani o semplici passanti rinvengono cadaveri dissanguati di animali, il più delle volte si tratta proprio di volpi trovate senza una goccia di sangue nel corpo.
La parola Vampiro risuona con sempre più forza tra i vicoli di Londra, anche perchè dopo la Volpi comincia a toccare agli esseri umani l'essere aggrediti, ma Londra è cambiata e sono cambiati anche i tempi.
Già, perchè nel frattempo in questa nostra storia siamo arrivati agli Anni sessanta del novecento. E in questo nostro racconto sono cambiati anche i cacciatori di Vampiri.

Ben due, per la precisione, figli del loro tempo. Non si può parlare di loro senza parlare del clima della swinging London di cui entrambi erano espressione.


-STORIA DI DUE UOMINI







Questa è la storia dei due uomini che decisero di dare la caccia al Vampiro di Highgate:
David Farrant e Sean Manchester. Il primo forse più in buona fede, il secondo, probabilmente, più cialtrone. Entrambi, però, dotati di larghe schiere di seguaci e, se la storia di Manchester la narrerà Fra Moretta su THE TRALFAMADORE CONNECTION, per quanto riguarda Farrant dovrete accontentarvi di me.
Abbiate la compiacenza di seguirmi ancora per un po. Entrate liberamente e di vostra volontà e lasciate un poco della felicità che portate. (Un premio a chi indovina la citazione)








-THE FARRANT FILES.
















David Farrant ha appena fondato la British Psychic and Occult Society e la sua attenzione viene attirata da tutta una serie di aggressioni riportate dalla stampa per le strade che costeggiano il Cimitero.
Due in particolare.
L'anno è il 1969 e il luogo è Swain's Lane.
Prima una giovane donna, poi un contabile riferiscono di essere sfuggiti in extremis all'aggressione di una figura descritta come un uomo alto, pallido e dai capelli neri, dagli innaturali occhi come brace.
Il contabile in particolare rivela di come la figura provenga dal cimitero.
Farrant da tempo ritiene che i Vampiri altro non siano che spiriti elementari della terra in grado di aggredire le persone sul piano psichico. E quindi agisce di conseguenza. Compie all'inizio meticolose indagini all'interno del Cimitero e il risultato sarà la scoperta dei resti dinumerosi rituali di magia nera. Il ricercatore è convinto che un gruppo di adepti satanisti abbia risvegliato questo elementare.
Anche il "rivale" Sean Manchester in maniera autonoma giungerà alle stesse conclusioni, ma la rivalità tra i due è destinata ad aumentare col tempo.






Il 21 Dicembre del 1969, sera del solstizio d'inverno, David Farrant ritiene di essere pronto e si dirige verso Highgate. Il giorno dopo dichiarerà di aver incontrato il Vampiro
e di essere sfuggito a stento ad un attacco psichico della creatura descritta sempre come un uomo alto, dai capelli scuri in grado di levitare.
In seguito Jessie Stone, una collaboratrice di Farrant organizzerà una seduta spiritica per cercare di contrastare lo spirito ma la seduta finirà male, la giovane medium sarà aggredita (sempre secondo le sue dichiarazioni) dallo spirito del Vampiro e si salverà a stento.


-13 NOVEMBRE 1970.
La rivalità tra Manchester e Farrant è vicina ad esplodere, ma è ormai il primo a dominare sui media, che "naturalmente" si sono impossessati del caso . Più telegenico e "personaggio" Sean rivendica per sè stesso, presunto sacerdote veterocattolico (ma che tuttavia non disdegna di farsi circondare da belle donne) il ruolo di esorcista.
Ed ha l'idea di organizzare una Messa pubblica con annesso esorcismo all'interno del Cimitero.La rete ITV decide di riprendere "l'avvenimento", decine di persone si riversano nella struttura e perfino il "non invitato rivale" Farrant, schiumante di rabbia prende la decisione di presentarsi, se non altro per tentare di rubare la scena a Manchester. Mentre il presule si cala all'interno della tomba indicata come la sede del Mostro però la situazione sfugge di mano. L'isteria collettiva dilaga: intere tombe vengono scoperchiate in una delirante caccia contro non si sa più che cosa. Molti cadaveri vengono impalati e interviene la polizia che a stento riesce a riportare l'ordine.






E il peggio è che tutto questo entra nelle case degli Inglesi.
La ITV riprende la maggior parte delle scene anche se poi negli anni successivi deciderà di non replicare mai più la trasmissione.
Alla fine della giornata David Farrant, forse nemmeno uno dei più colpevoli, viene arrestato. L'accusa: violazione e profanazione di tombe. La condanna: cinque anni di reclusione.


Per l'uomo si aprono così le porte delle carceri di Sua Maestà Britannica. mentre il "rivale" continuerà a cacciare il Vampiro.



CONTINUA:...e per continua, intendo continua con la storia vista con gli occhi di Sean Manchester raccontata da FRA Moretta e poi dopo un bel post a quattro mani, con L'EPILOGO più qualche considerazione, da voi non richiesta, ma che vi cuccate lo stesso solo perché siamo sadici.

L'UOMO DIETRO LA TELECAMERA: il mio Capitolo per il Primo Livello del SBS.





Alla fine ce l'ho fatta. Ieri notte ho postato L'UOMO DIETRO LA TELECAMERA, il mio nuovo capitolo del SICK BUILDING SYNDROME: primo livello segreto.
Il capitolo che ho scelto, o meglio che ho estratto a sorte è stato il numero 11, DANIELE scritto a suo tempo dal Fra Moretta.

Anche questa volta, lo ammetto, ho barato spudoratamente, narrando la storia da un altro punto di vista, quello di un personaggio totalmente inedito. Ricompaiono però sia i miei Stefano e Armida, sia Santonastaso, uno tra i tanti characters creati dai miei compagni di viaggio.

Non so se sono riuscito nel mio compito, nè se sono riuscito a creare qualcosa di leggibile (e spero godibile.)
Questo, come sempre, spetta a voi dirlo.

TRA KUBRICK E LOVECRAFT: INTERVISTA A FEDERICO GRECO.






In seguito al mio post su ROAD TO L. sono entrato in contatto con Federico Greco. Romano, classe 1969, Greco ha accettato di buon grado a rispondere a qualche domanda quì su Nocturnia.
Greco comincia la sua attività già nel 1997, e ha al suo attivo numerose regie di Corti, Lungometraggi; commercials; videoclip e documentari. Ha collaborato con RAI;SKY; STUDIO UNIVERSAL oltre che con la testata Musica di Repubblica
Si fa notare nel 1999 con il Documentario-monstre STANLEY AND US, dedicato a Kubrick,da lui scritto e prodotto in collaborazione con RAISAT CINEMA, Stanley and Us viene distribuito in tutto il mondo,e si segnala per le, accuratissime interviste alla moglie dall'appena scomparso regista e a numerosi suoi collaboratori..




Altro suo gran successo è il ricordato ROAD TO L, che si avvale della partecipazione di esperti come Gianfranco DE Turris; Carlo Lucarelli; Sebastiano Fusco; Alfredo Castelli nonchè l'esperto e "cantore" delle stradizioni Polesane Gianni Sparapan,da me colpevolmente non citato prima, ma anche da Attori comeRoberto Herlitzka; Valentina Lodovini; Simonetta Solder e David Purvis.
Sia il film che il documentario collegato ottengono un clamoroso successo mondiale.
L'ultima fatica di Greco e il Thriller QUILTY di prossima uscita.

Prima di cominciare ringrazio Federico Greco, per la disponibilità avuta, nonchè per la pazienza avuta nel decifrare le mie domande.

Nocturnia: Hai capito subito che quello che avresti voluto fare da grande?

Federico Greco: Mettiamola così: ho cominciato molto presto a sognare quello che poi mi sono ritrovato a fare da adulto.
In mezzo ci sono circa una ventina d’anni di preparazione a quell’unico obiettivo. L’obiettivo era raccontare storie per immagini in movimento e suoni. E camparci.

Nocturnia: Quali sono stati i registi, gli attori e i film che ti hanno più influenzato. E con quali di loro sarebbe il tuo sogno poter lavorare?

Federico Greco: E’ inevitabile che da bambino sia stato attratto soprattutto dal cinema spettacolare (fantascienza, horror, epos…) e dalla commedia. I film che mi hanno colpito di più in questo senso sono stati quelli di Tobe Hooper, Ridley Scott, Leone, Landis, un certo musical (All That Jazz), Spielberg (il più inevitabile di tutti), Blake Edwards… In seguito ho scoperto (in ordine evidentemente molto sparso) Bergman, Polanski, Hitchcock, Scorsese, Fellini, De Palma, Germi, Aronofsky, Mangold, Nolan, Magni, Lynch…
E infine (non in ordine di tempo), ovviamente, Kubrick.
Per gli attori il discorso è diverso. Oggi direi Emily Blunt, ho scritto un film per il mercato internazionale per il quale sarebbe perfetta. E Donatella Finocchiaro, forse la nuova Anna Magnani. Ma in genere, anche perché i miei progetti da regista sono molto eterogenei tra di loro, non mi piace un attore a prescindere. Diciamo che… “m’innamoro su parte”. Come sta accadendo adesso con tutti gli attori del mio prossimo progetto.


N: Uno dei tuoi primi lavori a essere notato è stato STANLEY AND US ce ne vuoi parlare?



F.G: Avevo ventisei anni e dovevo scrollarmi di dosso una vera e propria ossessione. “Stanley and Us” fu un pretesto per incontrare Kubrick. Nacque tutto dall’incontro con due colleghi poi diventati grandi amici.
Le opportunità, in quegli anni, erano più ampie di oggi per chi aveva una buona idea e sapeva dimostrare che l’avrebbe realizzata al meglio. Ma era sempre molto difficile. Investimmo una piccola cifra in lire e partimmo per Londra, dopo estenuanti ricerche e reti di relazioni intrecciate sul web. L’idea era di avvicinarsi gradualmente al Minotauro (Kubrick, richiuso nel suo castello di Childwickbury a St. Albans, nella campagna a nord di Londra); o a Charles Forster Kane dentro la leggendaria Xanadu. Potete immaginare che quando proponevamo il progetto a qualcuno capitava anche che ci ridessero dietro. Finché dopo un incontro con un’importante dirigente RAI comprendemmo che l’unico modo per farlo era… farlo. Per questo andammo a Londra di nostra iniziativa, la prima volta: noi tre, un lighting cameraman e un assistente. Ritornati con alcune ore di riprese in Italia, ottenemmo un incontro con un dirigente di RAISAT Cinema che, con nostra grande sorpresa, capì il progetto e dopo qualche mese ci offrì un contratto di preacquisto col quale aprimmo un fido in banca con la nostra società, nata ad hoc. In quel momento e insieme con Enzo Sallustro il film acquistò il suo titolo definitivo, “Stanley and Us”, citando il primo film di Michael Moore “Roger and Me”: come nel film del documentarista d’assalto americano, se anche non fossimo riusciti a incontrare Kubrick, sarebbe stato comunque interessante raccontare come e perché; e la sua forma definitiva: un prodotto narrativo di 58’ minuti e 30 episodi da 15’ (in seguito 38) documentaristici.
Per farla breve nel giro di tre anni, partiti dal e con nulla, ci ritrovammo a casa di Kubrick (quattro mesi dopo la sua morte) a intervistare la moglie e a brindare sulla sua tomba (Stanley è sepolto nel giardino della tenuta di Childwickbury), dopo aver incontrato circa cinquanta tra attori, collaboratori, parenti e amici del regista. Tra questi anche chi non aveva mai accettato di parlare.
“Stanley and Us” fu trasmesso su RAISAT Cinema, presentato al Festival di Venezia nel 1999 in contemporanea con “Eyes Wide Shut”, distribuito con la Lindau insieme a un volume sempre scritto da noi e infine venduto in tutto il mondo da Rai Trade.
Ma la soddisfazione più grande, oltre al successo di critica e pubblico, le centinaia di proiezioni in tutta Italia e l’uscita del cofanetto (libro + VHS), fu la reazione della famiglia Kubrick. Anya, una delle tre figlie di Stanley, disse che “The Italian documentary about K. is the best yet, without a doubt”.


N: Veniamo a bomba: cioè a Lovecraft, In Italia sei conosciuto principalmente per ROAD TO L e per IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA, anche se la storia è conosciutissima ci vuoi riparlare del film?
Cioè farci un po’ il come e il perché della cronistoria del film?


F.G: Visto che il film era un mockumentary, decidemmo di cavalcare l’opportunità e di farlo precedere da un documentario che poi avremmo dichiarato essere il progetto di cui sarebbe stato realizzato il backstage, cioè il film vero e proprio. Girammo entrambi, film e documentario, nelle stesse tre settimane di riprese, tra il Polesine, Roma, Milano e Ravenna. Ma il documentario fu presentato alla stampa nel settembre del 2004 e poi trasmesso da Studio Universal a novembre. Mentre il film, più complicato da montare, uscì l’anno dopo.
Quando Pier Giorgio Bellocchio ci annunciò che il film sarebbe partito, dovemmo mettere in piedi una squadra di lavoro dal nulla. Incontrammo decine di attori, aiuti registi, direttori della fotografia, assistenti vari, tecnici… e a tutti dovemmo spiegare la natura particolare del film e chiedere la massima discrezione sul progetto. Non fu facile illustrare le regole di linguaggio e di direzione degli attori che avremmo dovuto seguire. Non è facile, per chi fa cinema, scostarsi dal concetto di campo e controcampo, master shot e primi piani. Soprattutto per la segretaria di edizione è un inferno avere a che fare con piani sequenza a spalla che durano dodici minuti. Però alla fine, seppure con qualche difficoltà, il set partì. In tre settimane girammo circa quaranta ore di materiale. Senza la presenza al montaggio di Fulvio Molena e le musiche straordinarie di Riccardo Giagni e Giorgio Baldi non credo ce l’avremmo mai fatta: il film – lo sapevamo – avrebbe preso vita davvero nella fase di post-produzione. Era lì che avremmo deciso che direzione prendere, quali storie raccontare e quali abbandonare. Era lì che avremmo costruito l’atmosfera, che dovevamo decidere se spingere sull’acceleratore o se frenare per mantenere la verosimiglianza. Furono scelte difficilissime e sofferte perché si trattava di un’operazione inedita, sperimentale. Era un film in bilico.


N: Quanto c'è di vero, quanto c'è di "elaborato" e quanto c'è d’inventato per esigenze "documentaristiche negli spezzoni del film? Ti faccio un esempio vedendo il film mi chiedevo quanto c'era di vero nella ritrosia di Gianni Sparapan (che, parere personale, conferma ottime doti istrioniche) e dei suoi contrasti successivi con la troupe?

F.G: Gianni è un rinomato antropologo, profondo esperto del Delta e delle sue tradizioni oltre che un attore di teatro. Ed è una persona straordinaria. Con lui il discorso è complesso. Posso dire che abbiamo provato a metterlo in condizioni in cui si trovasse leggermente spaesato rispetto al ruolo e alle motivazioni del personaggio. Forse è per questo che la sua uscita di scena nel film risulta verosimile. In generale è stato molto difficile il lavoro con tutti gli attori (e il loro con me) che non avevano – per nostra scelta precisa – le idee chiare sulla progressione narrativa dello script. Li abbiamo tenuti all’oscuro su una serie di passaggi, mentre in altri casi abbiamo girato e rigirato delle scene con regole strettamente cinematografiche. Perché il set è stato tutto fuorché “normale”.
Il film è, oltre al resto, anche un collage di falsi contributi realizzati ad arte: found footage, repertorio… Ognuno di essi è stato pensato in modo diverso. Il video finale per esempio, quello che Valentina fa avere a Simonetta e che racconta cosa accadde di terrificante durante uno dei filò, fu girato con una camera Panasonic digitale e poi riversato più volte su un nastro VHS fino a rovinarlo davvero. Il servizio televisivo che racconta della scomparsa di Andrea Roberti è stato creato dalla vera troupe televisiva di quel canale (che una volta esisteva davvero): demmo loro le indicazioni principali e aspettammo che girassero e montassero il video da soli. Farlo realizzare a qualcuno che lo faceva di mestiere era l’unico modo per ottenere il massimo della verosimiglianza.


N: Ti devo fare i complimenti per il personaggio interpretato da Simonetta Solder, non è facile rendere così bene che in definitiva risulta così pieno di difetti, anzi in alcune parti tende ad essere abbastanza odioso.

F.G: Il terzetto di attori principali (David Purvis, Simonetta Solder e Fausto Sciarappa) è stato scelto inizialmente dopo aver fatto molti provini singoli. In seguito abbiamo fatto dei provini collettivi, cercando di capire quali di quelli che ci convincevano funzionassero meglio con gli altri. Cercavamo personalità che potessero verosimilmente scontrarsi tra loro e con me e Roberto. La natura particolare della direzione degli attori ha creato un’atmosfera ambigua sul set, perfetta per le nostre intenzioni. Anche se in alcuni casi ha generato ambiguità reali. Il “bello” di tutto questo è che ciò era esattamente quello che volevo fin dall’inizio. Ma un conto è quando lo immagini sulla carta, un altro è quando ci trovi dentro. Da questo punto di vista non posso che ringraziare gli attori, che si sono rivelati molto disponibili pur dovendo accettare una tipologia di lavoro non convenzionale.


N: Molti hanno fatto paragoni con Blair Witch Project mentre a me ha ricordato molto Un Tranquillo Week End di Paura e anche qualcosa del primo Kubrick. Sono paragoni forzati?

F.G:Lusingato dei riferimenti. E’ inevitabile che il film richiami TBWP ma rispetto a esso credo che RTL abbia una profondità narrativa maggiore. A scanso di equivoci, ho molto apprezzato TBPW ma non regge a una seconda visione. RTL invece credo si apprezzi soprattutto dopo una nuova visione, pieno com’è di dettagli, sotto trame appena accennate, informazioni abbozzate, evocazioni, riferimenti letterari.
Per quanto riguarda il film di Boorman, non lo avevo come riferimento consapevole. Ma comprendo che l’atmosfera e le ambientazioni possano richiamarlo. Un film notevole, tra parentesi.
Su Kubrick il discorso è come sempre più complesso. La natura produttiva ed estetica di questo film è lontanissima dal suo cinema. Ma è il regista con cui ho fatto i conti più di ogni altro, e ciò ha probabilmente lasciato tracce sottili nel mio modo di filtrare il mondo e poi restituirlo sullo schermo.
I nostri riferimenti linguistici ed estetici erano rispettivamente “Cannibal Holocaust” e “La casa dalle finestre che ridono”. E NON erano quasi tutto il cinema tratto da Lovecraft (da Tobe Hooper a Sam Raimi, da Carpenter a Fulci, registi che amo ma che secondo me hanno affrontato cinematograficamente il ‘solitario di Providence’ dal lato sbagliato).


N: Mi sembra che nonostante sia stato proiettato con successo in molti festival cinematografici, proprio nel nostro paese non sia stato adeguatamente distribuito, sbaglio?"

F.G:Purtroppo non sbagli. Anche se, in teoria, le premesse per avere un piccolo successo c’erano tutte. Vincitore del Fantafestival 2005, in concorso in decine di festival internazionali (da Israele alla Corea, dagli USA all’Argentina), distribuzione 01 e Rarovideo in Italia e Paramount in Spagna… Ma per un film evidentemente non basta. Non bastano neppure le ottime recensioni avute sulla stampa.




N: Col senno di poi cosa cambieresti in ROAD TO L?

F.G: Nulla. Davvero. Alcuni errori, che sono evidenti anche a me, è giusto che io li abbia fatti. Mi hanno insegnato molto per il seguito della mia carriera. Forse avrei dovuto concentrarmi ancora di più sugli attori.


N: Ti puoi definire un vero appassionato del genere horror e in particolare cosa ti piace di Lovecraft?

F.G: No. I veri appassionati vedono tutto – e ci trovano sempre qualcosa da salvare – anche l’inguardabile (per esempio l’ultimo Argento). E sanno tutto. Io invece non ho un’ampia cultura horror indifferenziata ma settoriale, perché non amo l’horror maggioritario, cioè quello che definisco “pornografico”, quello che genera orrore e disgusto, in cui è tutto “davanti” (il mostro, la ferita, il sangue). Preferisco l’horror “erotico”, quello che genera paura e angoscia in cui è quasi tutto “dietro”, nascosto nelle motivazioni. Ecco perché RTL non ha nemmeno un effetto speciale di quel tipo (o quasi). La paura deve nascere dalla narrazione, si cela nelle premesse, nella recitazione degli attori, nell’atmosfera, negli ambienti, nei dettagli, nel fuori campo. Ecco, RTL è un “horror fuori campo”. Come, credo, tutta la letteratura di Lovecraft – ed è esattamente questo ciò che mi piace di lui. Per questo ho scelto il mockumentary: mi permetteva di lavorare in maniera non convenzionale, non rispettando le regole del genere e allo stesso tempo di ricreare la suspense adeguata richiesta da questo tipo di prodotto. La suspense in questo caso è anche dovuta al fatto che, qualora il patto tra pubblico e spettatore funzioni e la sospensione dell’incredulità non si risolva mai, ci si trova in una condizione in cui ci si continua a domandare cosa sia reale e cosa non lo sia.


N: Parliamo adesso di QUILTY....



F.G:“Quilty” è il progetto più complicato che abbia mai affrontato (sì, più di “Stanley and Us”). Semplicemente perché non ne avevo il controllo assoluto, giacché è stato scritto e diretto, seppur sotto mia strettissima supervisione, da cinque miei allievi del CineTeatro di Roma (S. Chiavarini, E. Michetti, N. Ragone, S. Petti, D. Stocchi). Non figuro come regista né come sceneggiatore ma come supervisore creativo e line producer.
Però ci tengo molto: vi ho coinvolto alcuni tra i miei più importanti collaboratori e gli ho dedicato mesi interi presi in prestito al mio lavoro di regista e sceneggiatore (che è l’unico che mi sostiene economicamente). In questi giorni sta lavorando alle musiche Angelo Vitaliano, un bravissimo musicista che ho scoperto grazie a Myspace qualche anno fa. All’inizio del 2012 dovrebbe essere pronto. Se vogliamo dire, per il puro gusto di esprimere una definizione accademica, che le mie storie sono quasi tutte metalinguistiche (cinema che parla di cinema come pretesto per parlar d’altro), anche con “Quilty” ho incontrato una storia metacinematografica, perché racconta di cinque attori alle prese col provino della loro vita, in attesa di un regista che sembra non arrivare mai. Solo dopo ci siamo resi conto che dietro questa impostazione c’era Godot, ma d’altronde gli archetipi sono lì per confrontarcisi e rielaborarli. Per offrire un altro riferimento potremmo scomodare “L’angelo sterminatore”, ma senza l’elemento grottesco caratteristico di Buñuel: per un motivo o per un altro, dall’ufficio casting di Charles Quilty è impossibile uscire per tutta la notte.


N: Di cosa ti stai occupando adesso e progetti futuri

F.G:Sto preparando un nuovo set, un con GianMarco Tognazzi, Regina Orioli, Fausto Sciarappa, Alberto Di Stasio, Francesco Scimemi. “Nuit Americhén” è un’horror-comedy che apparentemente contraddice tutto quello che ho detto sull’erotismo della paura e sul fuori campo. In realtà perché si diverte a mettere alla berlina un certo cinema di oggi.
Ho scritto con Igor Maltagliati un fanta-horror ambientato in Calabria (“Relax, Said the Nightman”) e una serie tv di fantascienza a basso costo, “Like Icke”, con Francesco Cortonesi e Danilo Arona.


N: rivedendoti ai tuoi inizi cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere la tua stessa attività?

F.G:Di andarsene dall’Italia. C’è lo stesso livello di professionalità che trovi nell’ufficio di un dirigente RAI di oggi: zero. E non è vero che la creatività e il genio sopperiscono, perché devono combattere contro qualcosa molto più grande di loro. La situazione politico-economico-culturale è evidentemente arrivata a un punto di non ritorno. Oltre non c’è la risalita, ma il baratro.



N: La domanda che non ti ho fatto e cui ti sarebbe piaciuto rispondere.
Sei un regista horror?

F.G: No, e lo dimostra il mio curriculum. In parte sono state le circostanze ad avermi fatto realizzare ormai quattro progetti horror. Però il genere, in effetti, è uno strumento col quale mi trovo a mio agio perché mi offre degli scenari molto cinematografici in cui inserire storie poco cinematografiche. Il mix dei due elementi dovrebbe generare un film interessante per il pubblico e al contempo essere capace di soddisfare le mie esigenze tematiche. E poi diciamocelo: se il cinema è un grande giocattolo per adulti, l’horror è il giocattolo più divertente di tutti.



Nocturnia:Bene questo è tutto, grazie della tua disponibilità.

Vittorio Curtoni (1949-2011)




Il Tempo di svegliarmi dopo il turno di notte ed ecco la mazzata.
Le varie incarnazioni di ROBOT e la storia della Fantascienza Italiana devono molto a quest'uomo.
Da tempo questo Piacentino simpatico e umorale, grande amante di cibo, vino e letteratura combatteva contro il Cancro.

Buon viaggio Vittorio.

Perseguitati dalle "stringhe di ricerca".





Post di alleggerimento quest'oggi...anzi a voler vedere bene, post totalmente cazzeggiante.
Alcuni miei colleghi tra ieri e l'altro ieri hanno pubblicato sui loro blog alcuni estratti delle chiavi di ricerca grazie alle quali la gente approda sui loro siti, con risultati spesso e volentieri esilaranti.
La curiosità era troppa e quindi cinque minuti fa sono andato anche io a controllare le stringhe di ricerca del mio blog e sto ancora ridendo.

Se da un lato sono contento perchè nella stragrande maggioranza dei casi chi arriva quì fa parte dello zoccolo duro dei commentatoriin linea di massima sa già quello che trova, d'altro canto c'è una minoranza di stringhe che mi lascia basito.
Eccone alcuni:
-NICK PARISIAN.
Accidenti! Ho un omonimo Armeno e non lo sapevo.

-PERSONE ANNOIATE.
???????
Cioè, no. Insomma uno si vuole annoiare... e viene sul mio blog ??????
No, ma grazie anonimo visitatore, grazie davvero, eh!

-INCONTRI NOTTURNI CON GIOVANI TETTONE.
Ma dove?
Ma io cosa ho fatto di male? E poi quali Tettone? Chtulhu? Max Nikomedes? La legione di Videssos?
Mia moglie mi sta ancora prendendo per il culo dopo aver letto questa cosa. Sigh!
Ma il peggio doveva ancora venire:
-MARZIANI EROTICI
Fantastico!
Perchè non fare proprio un paginone centrale su PLAY MARZIAN con lo xenomorfo del mese già che ci siamo?

E proseguendo con questa linea:
-GAMBERONI.
Questa almeno me la spiego: io ho parlato in passato dei Gamberoni di Johannesburg in DISTRICT NINE, però l'idea mi piace.
Siori e siore, benvenuti su Nocturnia Gourmet, il nuovo blog di cucina di Chef Nick!
Oggi bollito misto di Seppie Andoriane servite con Birra Romulana...

C'è però una particolare stringa che mi ha fatto pensare:
-MODI PER SFUGGIRE ALLA MALEDIZIONE DI UNA JANARA.
Ecco, i lettoriCampani sanno cos'è una Janara: una strega del Folklore Napoletano, di solito una persona nata la notte del 24 Dicembre e maledetta per questo.
Secondo la tradizione, una Janara è inconsapevole di esserlo e la notte in preda alla maledizione penetrerebbe nelle case e come la hold hag Scozzese, strangolerebbe la gente.

Insomma benvenuti nel nuovo millennio.
Ah...per la cronaca: io sono nato il Primo di Maggio.


E QUESTA LA DEDICO ALL'ANONIMO VISITATORE CHE CERCAVA LE MARZIANE EROTICHE.
Peace and Love.

Ricordando il passato

Ricordando il passato
 
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