TRA KUBRICK E LOVECRAFT: INTERVISTA A FEDERICO GRECO.






In seguito al mio post su ROAD TO L. sono entrato in contatto con Federico Greco. Romano, classe 1969, Greco ha accettato di buon grado a rispondere a qualche domanda quì su Nocturnia.
Greco comincia la sua attività già nel 1997, e ha al suo attivo numerose regie di Corti, Lungometraggi; commercials; videoclip e documentari. Ha collaborato con RAI;SKY; STUDIO UNIVERSAL oltre che con la testata Musica di Repubblica
Si fa notare nel 1999 con il Documentario-monstre STANLEY AND US, dedicato a Kubrick,da lui scritto e prodotto in collaborazione con RAISAT CINEMA, Stanley and Us viene distribuito in tutto il mondo,e si segnala per le, accuratissime interviste alla moglie dall'appena scomparso regista e a numerosi suoi collaboratori..




Altro suo gran successo è il ricordato ROAD TO L, che si avvale della partecipazione di esperti come Gianfranco DE Turris; Carlo Lucarelli; Sebastiano Fusco; Alfredo Castelli nonchè l'esperto e "cantore" delle stradizioni Polesane Gianni Sparapan,da me colpevolmente non citato prima, ma anche da Attori comeRoberto Herlitzka; Valentina Lodovini; Simonetta Solder e David Purvis.
Sia il film che il documentario collegato ottengono un clamoroso successo mondiale.
L'ultima fatica di Greco e il Thriller QUILTY di prossima uscita.

Prima di cominciare ringrazio Federico Greco, per la disponibilità avuta, nonchè per la pazienza avuta nel decifrare le mie domande.

Nocturnia: Hai capito subito che quello che avresti voluto fare da grande?

Federico Greco: Mettiamola così: ho cominciato molto presto a sognare quello che poi mi sono ritrovato a fare da adulto.
In mezzo ci sono circa una ventina d’anni di preparazione a quell’unico obiettivo. L’obiettivo era raccontare storie per immagini in movimento e suoni. E camparci.

Nocturnia: Quali sono stati i registi, gli attori e i film che ti hanno più influenzato. E con quali di loro sarebbe il tuo sogno poter lavorare?

Federico Greco: E’ inevitabile che da bambino sia stato attratto soprattutto dal cinema spettacolare (fantascienza, horror, epos…) e dalla commedia. I film che mi hanno colpito di più in questo senso sono stati quelli di Tobe Hooper, Ridley Scott, Leone, Landis, un certo musical (All That Jazz), Spielberg (il più inevitabile di tutti), Blake Edwards… In seguito ho scoperto (in ordine evidentemente molto sparso) Bergman, Polanski, Hitchcock, Scorsese, Fellini, De Palma, Germi, Aronofsky, Mangold, Nolan, Magni, Lynch…
E infine (non in ordine di tempo), ovviamente, Kubrick.
Per gli attori il discorso è diverso. Oggi direi Emily Blunt, ho scritto un film per il mercato internazionale per il quale sarebbe perfetta. E Donatella Finocchiaro, forse la nuova Anna Magnani. Ma in genere, anche perché i miei progetti da regista sono molto eterogenei tra di loro, non mi piace un attore a prescindere. Diciamo che… “m’innamoro su parte”. Come sta accadendo adesso con tutti gli attori del mio prossimo progetto.


N: Uno dei tuoi primi lavori a essere notato è stato STANLEY AND US ce ne vuoi parlare?



F.G: Avevo ventisei anni e dovevo scrollarmi di dosso una vera e propria ossessione. “Stanley and Us” fu un pretesto per incontrare Kubrick. Nacque tutto dall’incontro con due colleghi poi diventati grandi amici.
Le opportunità, in quegli anni, erano più ampie di oggi per chi aveva una buona idea e sapeva dimostrare che l’avrebbe realizzata al meglio. Ma era sempre molto difficile. Investimmo una piccola cifra in lire e partimmo per Londra, dopo estenuanti ricerche e reti di relazioni intrecciate sul web. L’idea era di avvicinarsi gradualmente al Minotauro (Kubrick, richiuso nel suo castello di Childwickbury a St. Albans, nella campagna a nord di Londra); o a Charles Forster Kane dentro la leggendaria Xanadu. Potete immaginare che quando proponevamo il progetto a qualcuno capitava anche che ci ridessero dietro. Finché dopo un incontro con un’importante dirigente RAI comprendemmo che l’unico modo per farlo era… farlo. Per questo andammo a Londra di nostra iniziativa, la prima volta: noi tre, un lighting cameraman e un assistente. Ritornati con alcune ore di riprese in Italia, ottenemmo un incontro con un dirigente di RAISAT Cinema che, con nostra grande sorpresa, capì il progetto e dopo qualche mese ci offrì un contratto di preacquisto col quale aprimmo un fido in banca con la nostra società, nata ad hoc. In quel momento e insieme con Enzo Sallustro il film acquistò il suo titolo definitivo, “Stanley and Us”, citando il primo film di Michael Moore “Roger and Me”: come nel film del documentarista d’assalto americano, se anche non fossimo riusciti a incontrare Kubrick, sarebbe stato comunque interessante raccontare come e perché; e la sua forma definitiva: un prodotto narrativo di 58’ minuti e 30 episodi da 15’ (in seguito 38) documentaristici.
Per farla breve nel giro di tre anni, partiti dal e con nulla, ci ritrovammo a casa di Kubrick (quattro mesi dopo la sua morte) a intervistare la moglie e a brindare sulla sua tomba (Stanley è sepolto nel giardino della tenuta di Childwickbury), dopo aver incontrato circa cinquanta tra attori, collaboratori, parenti e amici del regista. Tra questi anche chi non aveva mai accettato di parlare.
“Stanley and Us” fu trasmesso su RAISAT Cinema, presentato al Festival di Venezia nel 1999 in contemporanea con “Eyes Wide Shut”, distribuito con la Lindau insieme a un volume sempre scritto da noi e infine venduto in tutto il mondo da Rai Trade.
Ma la soddisfazione più grande, oltre al successo di critica e pubblico, le centinaia di proiezioni in tutta Italia e l’uscita del cofanetto (libro + VHS), fu la reazione della famiglia Kubrick. Anya, una delle tre figlie di Stanley, disse che “The Italian documentary about K. is the best yet, without a doubt”.


N: Veniamo a bomba: cioè a Lovecraft, In Italia sei conosciuto principalmente per ROAD TO L e per IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA, anche se la storia è conosciutissima ci vuoi riparlare del film?
Cioè farci un po’ il come e il perché della cronistoria del film?


F.G: Visto che il film era un mockumentary, decidemmo di cavalcare l’opportunità e di farlo precedere da un documentario che poi avremmo dichiarato essere il progetto di cui sarebbe stato realizzato il backstage, cioè il film vero e proprio. Girammo entrambi, film e documentario, nelle stesse tre settimane di riprese, tra il Polesine, Roma, Milano e Ravenna. Ma il documentario fu presentato alla stampa nel settembre del 2004 e poi trasmesso da Studio Universal a novembre. Mentre il film, più complicato da montare, uscì l’anno dopo.
Quando Pier Giorgio Bellocchio ci annunciò che il film sarebbe partito, dovemmo mettere in piedi una squadra di lavoro dal nulla. Incontrammo decine di attori, aiuti registi, direttori della fotografia, assistenti vari, tecnici… e a tutti dovemmo spiegare la natura particolare del film e chiedere la massima discrezione sul progetto. Non fu facile illustrare le regole di linguaggio e di direzione degli attori che avremmo dovuto seguire. Non è facile, per chi fa cinema, scostarsi dal concetto di campo e controcampo, master shot e primi piani. Soprattutto per la segretaria di edizione è un inferno avere a che fare con piani sequenza a spalla che durano dodici minuti. Però alla fine, seppure con qualche difficoltà, il set partì. In tre settimane girammo circa quaranta ore di materiale. Senza la presenza al montaggio di Fulvio Molena e le musiche straordinarie di Riccardo Giagni e Giorgio Baldi non credo ce l’avremmo mai fatta: il film – lo sapevamo – avrebbe preso vita davvero nella fase di post-produzione. Era lì che avremmo deciso che direzione prendere, quali storie raccontare e quali abbandonare. Era lì che avremmo costruito l’atmosfera, che dovevamo decidere se spingere sull’acceleratore o se frenare per mantenere la verosimiglianza. Furono scelte difficilissime e sofferte perché si trattava di un’operazione inedita, sperimentale. Era un film in bilico.


N: Quanto c'è di vero, quanto c'è di "elaborato" e quanto c'è d’inventato per esigenze "documentaristiche negli spezzoni del film? Ti faccio un esempio vedendo il film mi chiedevo quanto c'era di vero nella ritrosia di Gianni Sparapan (che, parere personale, conferma ottime doti istrioniche) e dei suoi contrasti successivi con la troupe?

F.G: Gianni è un rinomato antropologo, profondo esperto del Delta e delle sue tradizioni oltre che un attore di teatro. Ed è una persona straordinaria. Con lui il discorso è complesso. Posso dire che abbiamo provato a metterlo in condizioni in cui si trovasse leggermente spaesato rispetto al ruolo e alle motivazioni del personaggio. Forse è per questo che la sua uscita di scena nel film risulta verosimile. In generale è stato molto difficile il lavoro con tutti gli attori (e il loro con me) che non avevano – per nostra scelta precisa – le idee chiare sulla progressione narrativa dello script. Li abbiamo tenuti all’oscuro su una serie di passaggi, mentre in altri casi abbiamo girato e rigirato delle scene con regole strettamente cinematografiche. Perché il set è stato tutto fuorché “normale”.
Il film è, oltre al resto, anche un collage di falsi contributi realizzati ad arte: found footage, repertorio… Ognuno di essi è stato pensato in modo diverso. Il video finale per esempio, quello che Valentina fa avere a Simonetta e che racconta cosa accadde di terrificante durante uno dei filò, fu girato con una camera Panasonic digitale e poi riversato più volte su un nastro VHS fino a rovinarlo davvero. Il servizio televisivo che racconta della scomparsa di Andrea Roberti è stato creato dalla vera troupe televisiva di quel canale (che una volta esisteva davvero): demmo loro le indicazioni principali e aspettammo che girassero e montassero il video da soli. Farlo realizzare a qualcuno che lo faceva di mestiere era l’unico modo per ottenere il massimo della verosimiglianza.


N: Ti devo fare i complimenti per il personaggio interpretato da Simonetta Solder, non è facile rendere così bene che in definitiva risulta così pieno di difetti, anzi in alcune parti tende ad essere abbastanza odioso.

F.G: Il terzetto di attori principali (David Purvis, Simonetta Solder e Fausto Sciarappa) è stato scelto inizialmente dopo aver fatto molti provini singoli. In seguito abbiamo fatto dei provini collettivi, cercando di capire quali di quelli che ci convincevano funzionassero meglio con gli altri. Cercavamo personalità che potessero verosimilmente scontrarsi tra loro e con me e Roberto. La natura particolare della direzione degli attori ha creato un’atmosfera ambigua sul set, perfetta per le nostre intenzioni. Anche se in alcuni casi ha generato ambiguità reali. Il “bello” di tutto questo è che ciò era esattamente quello che volevo fin dall’inizio. Ma un conto è quando lo immagini sulla carta, un altro è quando ci trovi dentro. Da questo punto di vista non posso che ringraziare gli attori, che si sono rivelati molto disponibili pur dovendo accettare una tipologia di lavoro non convenzionale.


N: Molti hanno fatto paragoni con Blair Witch Project mentre a me ha ricordato molto Un Tranquillo Week End di Paura e anche qualcosa del primo Kubrick. Sono paragoni forzati?

F.G:Lusingato dei riferimenti. E’ inevitabile che il film richiami TBWP ma rispetto a esso credo che RTL abbia una profondità narrativa maggiore. A scanso di equivoci, ho molto apprezzato TBPW ma non regge a una seconda visione. RTL invece credo si apprezzi soprattutto dopo una nuova visione, pieno com’è di dettagli, sotto trame appena accennate, informazioni abbozzate, evocazioni, riferimenti letterari.
Per quanto riguarda il film di Boorman, non lo avevo come riferimento consapevole. Ma comprendo che l’atmosfera e le ambientazioni possano richiamarlo. Un film notevole, tra parentesi.
Su Kubrick il discorso è come sempre più complesso. La natura produttiva ed estetica di questo film è lontanissima dal suo cinema. Ma è il regista con cui ho fatto i conti più di ogni altro, e ciò ha probabilmente lasciato tracce sottili nel mio modo di filtrare il mondo e poi restituirlo sullo schermo.
I nostri riferimenti linguistici ed estetici erano rispettivamente “Cannibal Holocaust” e “La casa dalle finestre che ridono”. E NON erano quasi tutto il cinema tratto da Lovecraft (da Tobe Hooper a Sam Raimi, da Carpenter a Fulci, registi che amo ma che secondo me hanno affrontato cinematograficamente il ‘solitario di Providence’ dal lato sbagliato).


N: Mi sembra che nonostante sia stato proiettato con successo in molti festival cinematografici, proprio nel nostro paese non sia stato adeguatamente distribuito, sbaglio?"

F.G:Purtroppo non sbagli. Anche se, in teoria, le premesse per avere un piccolo successo c’erano tutte. Vincitore del Fantafestival 2005, in concorso in decine di festival internazionali (da Israele alla Corea, dagli USA all’Argentina), distribuzione 01 e Rarovideo in Italia e Paramount in Spagna… Ma per un film evidentemente non basta. Non bastano neppure le ottime recensioni avute sulla stampa.




N: Col senno di poi cosa cambieresti in ROAD TO L?

F.G: Nulla. Davvero. Alcuni errori, che sono evidenti anche a me, è giusto che io li abbia fatti. Mi hanno insegnato molto per il seguito della mia carriera. Forse avrei dovuto concentrarmi ancora di più sugli attori.


N: Ti puoi definire un vero appassionato del genere horror e in particolare cosa ti piace di Lovecraft?

F.G: No. I veri appassionati vedono tutto – e ci trovano sempre qualcosa da salvare – anche l’inguardabile (per esempio l’ultimo Argento). E sanno tutto. Io invece non ho un’ampia cultura horror indifferenziata ma settoriale, perché non amo l’horror maggioritario, cioè quello che definisco “pornografico”, quello che genera orrore e disgusto, in cui è tutto “davanti” (il mostro, la ferita, il sangue). Preferisco l’horror “erotico”, quello che genera paura e angoscia in cui è quasi tutto “dietro”, nascosto nelle motivazioni. Ecco perché RTL non ha nemmeno un effetto speciale di quel tipo (o quasi). La paura deve nascere dalla narrazione, si cela nelle premesse, nella recitazione degli attori, nell’atmosfera, negli ambienti, nei dettagli, nel fuori campo. Ecco, RTL è un “horror fuori campo”. Come, credo, tutta la letteratura di Lovecraft – ed è esattamente questo ciò che mi piace di lui. Per questo ho scelto il mockumentary: mi permetteva di lavorare in maniera non convenzionale, non rispettando le regole del genere e allo stesso tempo di ricreare la suspense adeguata richiesta da questo tipo di prodotto. La suspense in questo caso è anche dovuta al fatto che, qualora il patto tra pubblico e spettatore funzioni e la sospensione dell’incredulità non si risolva mai, ci si trova in una condizione in cui ci si continua a domandare cosa sia reale e cosa non lo sia.


N: Parliamo adesso di QUILTY....



F.G:“Quilty” è il progetto più complicato che abbia mai affrontato (sì, più di “Stanley and Us”). Semplicemente perché non ne avevo il controllo assoluto, giacché è stato scritto e diretto, seppur sotto mia strettissima supervisione, da cinque miei allievi del CineTeatro di Roma (S. Chiavarini, E. Michetti, N. Ragone, S. Petti, D. Stocchi). Non figuro come regista né come sceneggiatore ma come supervisore creativo e line producer.
Però ci tengo molto: vi ho coinvolto alcuni tra i miei più importanti collaboratori e gli ho dedicato mesi interi presi in prestito al mio lavoro di regista e sceneggiatore (che è l’unico che mi sostiene economicamente). In questi giorni sta lavorando alle musiche Angelo Vitaliano, un bravissimo musicista che ho scoperto grazie a Myspace qualche anno fa. All’inizio del 2012 dovrebbe essere pronto. Se vogliamo dire, per il puro gusto di esprimere una definizione accademica, che le mie storie sono quasi tutte metalinguistiche (cinema che parla di cinema come pretesto per parlar d’altro), anche con “Quilty” ho incontrato una storia metacinematografica, perché racconta di cinque attori alle prese col provino della loro vita, in attesa di un regista che sembra non arrivare mai. Solo dopo ci siamo resi conto che dietro questa impostazione c’era Godot, ma d’altronde gli archetipi sono lì per confrontarcisi e rielaborarli. Per offrire un altro riferimento potremmo scomodare “L’angelo sterminatore”, ma senza l’elemento grottesco caratteristico di Buñuel: per un motivo o per un altro, dall’ufficio casting di Charles Quilty è impossibile uscire per tutta la notte.


N: Di cosa ti stai occupando adesso e progetti futuri

F.G:Sto preparando un nuovo set, un con GianMarco Tognazzi, Regina Orioli, Fausto Sciarappa, Alberto Di Stasio, Francesco Scimemi. “Nuit Americhén” è un’horror-comedy che apparentemente contraddice tutto quello che ho detto sull’erotismo della paura e sul fuori campo. In realtà perché si diverte a mettere alla berlina un certo cinema di oggi.
Ho scritto con Igor Maltagliati un fanta-horror ambientato in Calabria (“Relax, Said the Nightman”) e una serie tv di fantascienza a basso costo, “Like Icke”, con Francesco Cortonesi e Danilo Arona.


N: rivedendoti ai tuoi inizi cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere la tua stessa attività?

F.G:Di andarsene dall’Italia. C’è lo stesso livello di professionalità che trovi nell’ufficio di un dirigente RAI di oggi: zero. E non è vero che la creatività e il genio sopperiscono, perché devono combattere contro qualcosa molto più grande di loro. La situazione politico-economico-culturale è evidentemente arrivata a un punto di non ritorno. Oltre non c’è la risalita, ma il baratro.



N: La domanda che non ti ho fatto e cui ti sarebbe piaciuto rispondere.
Sei un regista horror?

F.G: No, e lo dimostra il mio curriculum. In parte sono state le circostanze ad avermi fatto realizzare ormai quattro progetti horror. Però il genere, in effetti, è uno strumento col quale mi trovo a mio agio perché mi offre degli scenari molto cinematografici in cui inserire storie poco cinematografiche. Il mix dei due elementi dovrebbe generare un film interessante per il pubblico e al contempo essere capace di soddisfare le mie esigenze tematiche. E poi diciamocelo: se il cinema è un grande giocattolo per adulti, l’horror è il giocattolo più divertente di tutti.



Nocturnia:Bene questo è tutto, grazie della tua disponibilità.

22 commenti:

TIM ha detto...

Interessante e molto ben fatta. Sia le domande che le risposte sono chiare e ne esce fuori un personaggio profondo e poliedrico allo stesso tempo. Bravi a tutti e due. Avevo trovato il film su HPL in italia in rete qualche tempo fa, ma poi non ho avuto il tempo di guardarlo e ho perso il link. Me lo potresti dare?

Nick ha detto...

@ TIM.
Grazie per i complimenti, riguardo al film se vuoi ti presto la mia copia del film così te lo gusti con calma.

Simone Corà ha detto...

Ottima intervista, bel colpo! :)

Liber@discrivere ha detto...

Accidenti zio ke bella intervista!!! Sei insuperabile quando proponi chicche di questo genere! Tra questa e quella a Mcdevitt nn saprei davvero quale mi è piaciuta di più, sei insuperabile davvero! Bravo!!!

Nick ha detto...

@ Simone Corà.
Grazie fratello.
@ Liber@
Grazie Ginevra, felice che ti sia piaciuta, il merito però è tutto di Greco, ti dico subito che un altra intervista è in preparazione.

Iguana Jo ha detto...

Non conosco i suoi film, ma Federico Greco sembra un personaggio interessante.

Ottima intervista, Nick!

Nick ha detto...

@Iguana.
Grazie.

Liber@discrivere ha detto...

@Nick: O_o nn vedo l'ora di leggerla!!!!!!!

Nick ha detto...

@ Liber@.
Vedrai che arriva presto. ;)

EDU ha detto...

Interessantissima intervista e ahimè questa è l'Italia che valorizza i suoi artisti.
Ciao Nick.

Nick ha detto...

@ EDU.
E Greco in un certo senso è stato anche fortunato (e bravo e perseverante) nel riuscire a realizzare i suoi film, ma quante altre persone di talento ci sono che non ci riescono?
Ciao Edu.

federico ha detto...

I blog come il tuo Nick contribuiscono a far capire, se ancora ce ne fosse bisogno, che la rete è una gran bella cosa. Grazie ancora.

Nick ha detto...

@ federico.
Il merito è stato tutto tuo, sono io ad essere in debito con te per la disponibilità.
Ciao.

AFAN Alessandro Fantini ha detto...

Comprai alcuni anni fa il cofanetto di "Stanley and Us" durante una delle mie sortite a Torino per la presentazione del mio primo romanzo al Lingotto. L'immedesimazione con la "quest" di Federico e gli altri è stata immediata, dal momento che io stesso mi ero trovato ad inseguire dei progetti consimili in passato (a 20 anni incontrai Pupi Avati per presentargli lo script di un fanta-thriller che doveva avere per protagonista Carmen Consoli, conosciuta di persona nel backstage di un concerto, ma nessuno volle prendermi sul serio) e che Kubrick, sin dai tempi in cui consumavo il VHS di "Shining" sulle testine del mio primo videoregistratore, ha sempre rappresentato un imprescindibile archimandrita dell'arte cinegrafica a cui far riferimento.
Scoprire in seguito che Greco condivide anche la mia stessa passione per Lovecraft e le situazioni "liminari" non ha fatto che rinsaldare quella prima sensazione di affinità artistico-elettiva.
Well done Federico!

P.S. Non so se rallegrarmi o meno del fatto che Guillermo del Toro abbia congelato la preproduzione di "At the mountains of Madness", uno dei film che mi piacerebbe dirigere prima di incontrare Caronte (e prima che ci rifilino l'ennesima tentacolare variazione pseudo-carpenteriana de "La Cosa").

Nick ha detto...

@ AFAN Alessandro Fantini.
Innanzitutto benvenuto sul mio blog, quello che mi è piaciuto dell'intervista è stato anche il fatto che Federico effettivamente gira le sue pellicole basandosi sulla sua passione (vedi Kubrick, vedi Quilty)e mi dispiace vedere e sapere che nel nostro paese ci possano essere tanti talenti non sfruttati appieno: un altro nome che mi viene in mente è Claudio Tacchi de L'ESTATE FREDDA.
Su del Toro, sinceramente credo che avrebbe reso se non altro discretamente le atmosfere Lovecraftiane da un lato, ma dall'altro penso si sarebbe lasciato convincere a fare un blockbuster tutto azione.
Quindi alla fine, forse è meglio che non se ne sia fatto niente per il momento.

Liber@discrivere ha detto...

linkato il tuo pezzo sul mio profilo google+...

Ferruccio gianola ha detto...

Bravo Nick, sei un fenomeno:-)

Nick ha detto...

@ liber@
Sei sempre troppo buona.

@ Ferru.
Ho avuto ottimi maestri. ;)

AFAN Alessandro Fantini ha detto...

@Nick

Grazie per il benvenuto.
Ritengo che Del Toro abbia già dato il meglio di sè ne "Il labirinto del fauno" e "La spina del diavolo" e che tutto quello che ha diretto prima e dopo sia una sorta di corollario a questi due lavori seminali.
Concordo quindi sul fatto che la mancata trasposizione di "At the mountains of madness" ci risparmierà un altro lavoro manieristico sulla scia di "The Thing" (del quale tra l'altro, come già accennato, questa settimana uscirà il discutibile prequel), uno dei film più direttamente ispirati alla "cosmografia" lovecrafiana (anche se a mio parere l'unico film degno dell'immaginario del solitario di Providence dal punto di vista atmosferico resta "The last wave" di Peter Weir).

Per quanto riguarda l'argomento talenti ignorati, a rischio di risultare immodesto, mi permetto di annoverarmi nella schiera segnalando il link ad una cernita di miei video e trailer http://vimeo.com/channels/afantide

In merito al mondo del cinema indie avrei molto da raccontare avendo girato in condizioni di completa autoproduzione il mio primo lungometraggio a Tokyo, un mystery obliquo tra science-fiction e noir.

Complimenti ancora per il blog.

Nick ha detto...

@ AFAN Alessandro Fantini.
A questo punto sono curioso di vedere le tue produzioni, mi farò quindi sicuramente con piacere un giro nel link segnalato.
Del resto il cinema è o non è fatto della stessa materia con la quale sono fatti i sogni?
Di nuovo benvenuto.

Violange ha detto...

Grande Nick, bellissima intervista! E sai anche quanto utile mi sia... ho comprato pure il DVD, finalmente!
Linkato sul mio blog
ciao
Violange

Nick ha detto...

@ Violange.
Grazie, troppo buona.

Ricordando il passato

Ricordando il passato
 
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