L'INTERVISTA INTEGRALE CON DANILO ARONA !

Oggi vi presento la mia intervista con il grande Danilo Arona, uno di quegli scrittori che hanno rilanciato l'horror in Italia. L'intervista davvero molto corposa rappresenta, nelle mie intenzioni, una sorta di celebrazione per la carriera di Arona.
Ringrazio veramente di cuore Danilo per essersi sottoposto a quella che lui stesso ha riconosciuto come la più lunga intervista a cui gli sia mai capitato di dover rispondere.
Lo ringrazio anche per la sua sincerità e per aver voluto condividere con i lettori di Nocturnia i suoi ricordi, il suo presente ed i suoi progetti per il futuro.
Come sempre vi auguro una buona lettura, mentre per i lettori che volessero approfondire vi segnalo il link del blog personale dell'autore ( QUI)
Al termine dell'intervista troverete come BONUS CARD, una breve bio sullo scrittore presa proprio dal sito ufficiale dello scrittore.

Nick:  Ciao Danilo, benvenuto su Nocturnia. È un piacere averti come ospite. Come prima domanda ti chiedo di parlarci dei tuoi inizi e del momento in cui hai deciso di diventare uno scrittore.

Arona:  Beh, tecnicamente il mio inizio risale ai primi anni '70 quando, tra musica itinerante e università a Genova, presi a collaborare con una fanzine di fantascienza che si chiamava Kronos, diretta da un indomito pioniere, Piero Giorgi, autore di una monumentale opera di 1000 pagine su Jack Williamson. Tenevo una rubrica dal titolo Cronache cinematografiche e lì me la tiravo da critico saccente e nuvolone su quei pochi film di fantascienza che uscivano allora. Dato che Piero ospitava anche i raccontini dei fanzinari di allora, ne mandai un paio anch'io e lui me li pubblicò quasi subito (subito, si fa per dire, Kronos usciva un paio di volte all'anno, nonostante il suo nome beneaugurante...). Mi ricordo che mi scrisse (allora si comunicava per lettera...) più o meno: “Te li passo anche se sono horror”. In effetti il mio immaginario era quello. Racconti con titoli come Il pozzo, Le macchie sul muro, Quando sussurrano le ombre, Il giorno dei cristalli..., nulla a che fare con astronavi, distopie o alieni. Ma per me, sono sincero, erano poco più che dei giochini. A me interessava il cinema, al punto tale che su Kronos pubblicai “La storia del cinema di fantascienza” a puntate, con inserti staccabili e relative schede da rilegare poi alla fine dell'opera. Questo, come accennavo, fu l'inizio “tecnico”. Però un immaginario tarato quale il mio si forma molto prima e in questo mi tocca ancora citare la leggendaria zia Piera che, di nascosto da suo marito e dai miei genitori, mi portava al cinema di pomeriggio a vedere le cose che piacevano a lei, ovvero film horror e thriller. Ne avrei da citare, ma ti basti sapere che mi vidi (si fa per dire, stavo sotto la sedia...) Psyco a 11 anni. Poi, in modo disordinato, arrivò tutto il resto. Ancora per merito della zia, conobbi l'antesignana e seminale collana “I Racconti di Dracula”, affiancata da un'altra che si chiamava “KKK – I Classici dell'Orrore”. Pubblicazioni da edicola, però con un loro perché, e intanto crescendo mi si affinava il gusto gotico e la passione per la paura sullo schermo. Poi, va da sé, l'incontro con i classici (Poe, Lovecraft...) e un altalenarsi, piacevolissimo, tra pratiche “alte” e materiali erroneamente considerati “bassi” (fumetti, come l'indimenticabile rivista Horror edito da Gino Sansoni). Nel '75 Vittorio Curtoni lesse le mie recensioni su Kronos e mi chiamò a Robot, che stava giusto uscendo per Armenia, a dividere il podio della rubrica di segnalazioni cinematografiche con Vanni Mongini, Andrea Ferrari. Fabio Pagan e altri. Iniziò un periodo bellissimo. Conobbi personaggi straordinari (Lippi, Nicolazzini, Caimmi e altri) e iniziai a frequentare i Festival di Trieste, di Parigi e di Sitges. Vittorio e io diventammo amici al punto tale che un anno, all'inizio degli anni '80, andammo in vacanza assieme a Bobbio – per inciso, tornai ingrassato di 10 kg. In questo lungo periodo, purtroppo destinato a finire con la chiusura di Robot e l'audace quanto troppo in anticipo tentativo di Aliens, io non pensai affatto alla narrativa e a me stesso come scrittore. Restavo molto determinato sulla saggistica cinematografica, avendo pubblicato una fortunata Guida al Fantacinema per Gammalibri e tentando di essere sempre all'avanguardia nel “captare” la musica che girava intorno - presumo di avere scritto uno dei primi articoli italiani su John Carpenter, La notte del Grande Cocomero, nel leggendario, ultimo numero di Robot, il 40, ad agosto nel '79.




 Da lì a poco però capitò che un amico del giro triestino, Luciano Comida, pensasse da par suo di assemblare la prima antologia italiana di rock fiction, L'hotel dei cuori spezzati, un prodotto ancora insuperabile per genialità con quest'idea grandiosa di declinare le mitologie del rock in chiave fantastica, e mi chiedesse di partecipare. Ovvio che sì e, dato che come chitarrista mi ispiravo a Jimi Hendrix, pensai di cimentarmi con la sua figura, non tanto con la sua misteriosa e indecifrabile morte quanto con i suoi esordi sui quali si poteva spaziare con l'immaginazione. Così, nel 1984 uscì in quella profetica antologia La musica di Sam Hain e quello fu il mio battesimo narrativo da professionista, tralasciando in verità di citare diversi racconti pubblicati in precedenza su altre fanzine oltre a Kronos. Ma, vedi... Io non ho mai “deciso” di diventare uno scrittore. Mi vedevo – e tutto sommato ancora oggi, con la maturità degli anni e le modificazioni del tempo, la penso così – come un appassionato, reso esperto dalla passione, in grado di produrre libri, ora di critica cinematografica ora di saggistica “di confine” a volte di fiction, che in qualche modo fossero tutti parte integrante di un “tutto” coerente, con un leggibile percorso interno alla caccia del Lato Oscuro, tra horror e fantascienza. Peraltro, per completare il quadro, devo ricordare che, quando uscì La musica di Sam Hain, mi ero appena sposato e a tutto pensavo, meno che alla scrittura.



Nick:  Quali sono stati gli scrittori e le opere che ti hanno influenzato maggiormente come lettore prima ancora che come scrittore. Naturalmente puoi citare anche film, serie tv, comics, musica e tutto quanto ti venga in mente.

Arona: Se faccio un elenco nudo e crudo, non la finiamo più. Mettiamola così... Io in età precocissima (10-11anni) ho cominciato a guardare film a causa della succitata zia che mi portava a vedere film del terrore. Poi sono passato al fumetto e ai Racconti di Dracula, nonché ai KKK, da edicola. Quindi, intorno ai 16 anni, ho preso le cose seriamente, prendendo a leggere Poe, Oscar Wilde, Stevenson, quello che si trovava. Non mi sono più fermato e in più ho traboccato nella fantascienza, nel giallo e nel noir. Se vuoi sapere cosa mi è rimasto dentro e quali autori o libri hanno formato il mio immaginario, mi sento molto in imbarazzo. Quindi ti rispondo al volo e di pancia: trovo imprescindibili romanzi da “fantastico quotidiano” tipo I figli dell'invasione, Gli invasati (il libro che poi al cinema divenne L'invasione degli ultracorpi) e Il giorno dei trifidi (spero di non dover scrivere il nome degli autori...). Certo Poe e certo Lovecraft, Bradbury, Matheson. E L'esorcista di Blatty, fondamentale. Il serial Ai confini della realtà... Insomma, un maxi-blobbone che con King è divenuto una marmellata planetaria. A quel punto però già scrivevo. E ho iniziato a confrontarmi con i grandi italiani ai quali mi sentivo più affine, il magico Eraldo su tutti. I fumetti poi... Da Zio Tibia a Horror di Sansoni, passando per Eerie e Metal Hurlant. Ma mi fermo. E resta comunque un Bignami di risposta. Con buchi clamorosi. Ad esempio, Città oscura di Sergione Altieri pesa ancora come un macigno nella mia mente.

Nick: Sei stato a lungo attivo come musicista suonando come chitarrista per alcuni gruppi degli anni '70 (I Privilege, ricordo male?) e la Musica è sempre presente all'interno della tua narrativa. In molti tuoi scritti come "Palo Mayombe" del 2004 la Musica assume una posizione centrale. In che modo la tua precedente attività influenza quella di scrittore? Che input ti fornisce la Musica?

Arona:  In primo luogo, tranne occasioni più che particolari, la musica si suona di notte. Ed è la notte l'autentico collegamento tra la musica – va da sé, un certo rock, il blues – e la scrittura, soprattutto se riferita a quei generi in grado di “contenerla” naturalmente, come il thriller, l'horror e il noir. E poi la musica apre certe porte, è noto sin dai tempi dei Doors. Ho anche curato qualche edizione italiana del cult di Gary Herman Rock Babilonia e da quel testo appare non smentibile che molte biografie di musicisti, anche oscuri, siano narrativamente eccezionali per trarne spunti da sviluppare. Poi, scivolando nel personale, tra Privilege e Pazzo Mondo io ho sul serio vissuto storie sul confine. Considera che tutta la prima parte di Rock – I delitti dell'Uomo Nero non è affatto inventata, compreso il famoso scherzo del carro agricolo di Mombaldone, ma suppongo che qualsiasi musicista autentico sia in grado di confermare che la musica “praticata” è una fonte inesauribile di “storie”. Tutto ciò presto avrà una nuova bibbia in Morgan e il Buio che uscirà a fine anno per Vincent Books, dedicato a uno dei miei personaggi preferiti, Morgan il chitarrista con poteri paranormali (a sua quasi insaputa) che non soltanto suona, ma lotta in solitaria contro demoni, fantasmi ed eventi apocalittici. Occorre precisare che ne farebbe volentieri a meno.

Nick:  Per lungo tempo sei stato conosciuto per il tuo lavoro di critico (cinematografico, letterario e musicale) per diversi quotidiani e riviste specializzate io in particolare ti ho scoperto per i tuoi articoli su Robot della Armenia e su Aliens. Dal momento che il Robot della Armenia è stata una delle pubblicazioni che maggiormente hanno formato il mio gusto per la SF Vorrei che tu riandassi indietro con la memoria a quegli anni e raccontassi qualcosa ai lettori più giovani del clima che si respirava a quei tempi e cosa significava lavorare con un direttore come Curtoni.

Arona:  Beh, in parte penso di avere già risposto alla prima domanda. Ma, per completare il quadro, posso dire che era una gioia assoluta per me, due o tre volte al mese, partirmene da Alessandria e raggiungere la sede di Armenia a Milano, in Viale Cà Granda. Lo era perché incontravo vecchi e nuovi amici che condividevano, soprattutto negli anni d'oro della rivista, uno straordinario momento creativo la cui passionalità traspariva alla lettera dalle pagine di Robot. Nicolazzini, Lippi. Mongini... li conobbi tutti lì. Vic Curtoni... E che ti devo dire? È stato, e resta, un pezzo della mia vita. Diventammo amici, credo, la prima volta che andammo a pranzo insieme. Come sai, le grandi e vere storie di amicizia e di lavoro nascono a tavola. Dopo un paio d'ore avevamo verificato che ci piacevano proprio le stesse cose – buoni libri, le belle donne, la fantascienza e l'horror, il cinema (faccende che presumo dovrebbero piacere a quasi tutti) – e che potevano lasciarci andare al di là dei ruoli ufficiali tra collaboratore e direttore. Ci lasciammo molto andare, se riesco a farmi capire. Vic era uno straordinario professionista, senza peli sulla lingua; se doveva mandarmi a stendere, non ci pensava neanche un secondo. Un personaggio che non spartiva nulla con l'ipocrisia. Un duro, adorabile e competente. Che amava la sua deliziosa Lucia con passione così profonda che mi faceva quasi invidia. Ci siamo frequentati per parecchio tempo e in quel periodo ho capito che in lui era quiescente uno straordinario scrittore horror che, se oggi fosse in vita, primeggerebbe tra un Evangelisti e un Baldini. Purtroppo la fantascienza aveva sempre il sopravvento professionale e un gramo destino si è messo di mezzo.

Nick:  Hai scritto diversi saggi dedicati al Cinema di genere. Ne cito alcuni in ordine sparso: "Guida al fantacinema", "Guida al cinema horror", "Nuova guida al fantacinema - La maschera, la carne, il contagio" e "Wes Craven -Il buio oltre la siepe" dedica qualche riga di presentazione per ognuno di essi.

Arona:  Guida al fantacinema, il mio primo cartaceo in assoluto, risale a settembre del 1978. Ingenuo, pieno di sviste e refusi, però per qualcuno quasi un testo iniziatico. Lo stampò Gammalibri. Guida al cinema horror di Ripostes è un velocissimo testo di consultazione a commento delle presenze horror in VHS sul mercato nel 1996. Nuova guida al fantacinema di PuntoZero del 1997 è un libro su cui ho avuto mano liberissima dai miei grandi amici Edo Rosati e Andrea Plazzi e si tratta di un testo di critica dura e militante in cui analizzo un trentennio di cinema horror all'ombra di quel grande rivoluzionario del genere che è John Carpenter. Senza questo libro Paolo Zelati non sarebbe divenuto quell'illustre studioso del fenomeno che è – lo dico senza tema perché lui in persona lo ha confessato pubblicamente in un incontro di “Mangia come scrivi” nel 2008. Wes Craven -Il buio oltre la siepe di Falsopiano... Ci sono affezionato, mi pare ben riuscito e ho cercato nel 1999 di produrre qualcosa di inedito. Nessuno ancora in Italia si era cimentato con l'autore de Il serpente e l'arcobaleno nonché padre di Freddy Krueger. Ci ho provato, è un libro che è andato benissimo.

Nick:  E' proprio grazie alla collaborazione con una rivista che si sviluppa uno dei tuoi capolavori: della tua rubrica "Cronache di Bassavilla" realizzata sulla webzine Carmilla nel 2006 nasce una delle tue opere più famose, la seminale "Cronache di Bassavilla". Raccontaci la genesi di quel volume. Tra le altre cose, è vero che fu il compianto Luigi Bernardi a insistere particolarmente per la realizzazione del volume?

Arona:  Grazie per il “capolavoro”. Mi sa che esageri... Sì. Luigi nel 2006 andò a dirigere la collana Tempora per l'editore di Palermo Dario Flaccovio, con cui avevo già lavorato a Palo Mayombe, e mi chiese se era possibile trarre dalla rubrica un libro in stile Bustine di Minerva di Eco. Per non disperdere l'attenzione del lettore su troppi argomenti, mi sembrò giusto considerare un filo rosso che unisse i vari capitoli in una sorta di trama a puntate. Non trovai un filo, bensì un giubbetto dello stesso colore, dato che nella rubrica a più riprese mi ero soffermato sul mistero di Melissa, il fantasma della Bologna-Padova. Proposi quindi a Luigi di fare un Cronache di Bassavilla solo su quel soggetto e mi impegnai a scrivere tutta una serie di “cronache” inedite che potessero raccordare i capitoli già presenti sul web. Ne è uscito – anche il caso a volte aiuta... - un libro straniante, nella forma e nella sostanza, che con L'estate di Montebuio è forse la mia opera più apprezzata. E forse quella che più mi rappresenta... Alla fine di che scrivo io? Di fantasmi. Tutto il resto è contorno.

Nick:  "Cronache di Bassavilla" è l'emblema di ciò che sarà nel corso degli anni la tua cifra stilistica: cioè la ricerca di una tua personale "zona del crepuscolo" ricca di un continuo auto-alimentarsi di rimandi e di citazioni e di commistioni tra generi e anche tra parti di narrazione pura ed altre in cui sfrutti la tua passione per miti, leggende metropolitane. Si è trattato di una scelta voluta oppure la cosa è nata poco a poco in maniera autonoma?

Arona:  Hai stilato un'ottima presentazione del mio lavoro e te ne ringrazio. In verità, ambedue le cose: la scelta e la nascita in progressione. Amo da sempre le storie di fantasmi e Giro di vite, soprattutto il film di Jack Clayton, mi ha stregato quando ero meno che adolescente. Poi, crescendo, ho tentato di dire la mia in modo autonomo e, per quanto possibile, originale. Come? Beh, di storie di fantasmi “vere” in Italia ce ne stanno a bizzeffe. Il che, per paradosso, rende l'argomento verosimile. Credo – ed è il caso di Melissa – che non esista nulla di così spaventoso quanto un fantasma autentico che vuol farti la pelle. Perché, citando uno dei miei inconsapevoli maestri, Emilio De' Rossignoli, io credo nei fantasmi. Ma non per fede... Di sicuro li ho sentiti e, temo, visti.

Nick:  Ecco, vorrei soffermarmi un attimo proprio sulla tua passione per miti e leggende, tu non hai mai nascosto di aver effettuato in passato delle effettive "ricerche sul campo" e spesso lasci sottintendere o che ti basi su esperienze vissute o che ci sia molto di più di quello che racconti. Quindi ti chiedo nell'ordine: Quando ti è nata la passione per miti e leggende metropolitane? Che idea ti sei fatto sulla base delle tue "esperienze sul campo" come appassionato ? E se ci sono stati dei casi e delle situazioni specifiche che ti hanno particolarmente colpito?


Arona:  Direi che il salto fra le storie di fantasmi e le leggende del folclore sia quasi automatico. Il bellissimo Fantasma d'amore di Mino Milani è un'estensione, personalissima, di versioni pavesi di storie di fantasmi femminili (Pavia è un ottimo serbatoio al riguardo). Per lavoro ho dovuto approfondire l'argomento, da un lato con il libro Tutte storie e dall'altro contribuendo alla fondazione del CERAVOLC di Alessandria (l'acronimo sta per Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee), giungendo a stampare e a divulgare un certo numero di copie del notiziario che proprio si chiamava Tutte storie. Guarda, chi frequenta il leggendario metropolitano ci mette un secondo a rendersi conto che l'horror abita a un passo e peraltro lo stesso Ian Harold Brunvand, l'esponente più illustre del pianeta per l'argomento, dedica sempre nei suoi libri un nutrito spazio a quelle storie che sembrano plot perfetti. Molti film (e libri) degli ultimi trent'anni lo testimoniano, da Carrie di King (la cui ultima parte apocalittica deriva dalla leggenda The Devil at the Discoteque) alle tante Bloody Mary e Resurrection Mary, il serial Urban Legends, Alligator, Black Chistmas, etc..., tutte opere transitate dal folclore allo schermo. Ovvio che quella da cui sono rimasto folgorato e che non mi vuole più lasciare andare si chiami Melissa, che come leggenda contemporanea è perfetta. Lode a chi l'ha partorita.

Nick:  In "Cronache di Bassavilla" crei, per l' appunto, il personaggio di Melissa che è a tutt'oggi la tua creazione più famosa ed emblematica: Melissa almeno nella sua fase iniziale è chiaramente basata sulla leggenda metropolitana del fantasma della Bologna-Padova. (Quello dell'autostoppista fantasma è una leggenda molto antica ed è diffusa in tutte le nazioni del mondo. Io personalmente la prima volta che ne ho sentito parlare è stato all'inizio degli anni 80 riguardo ad alcuni avvistamenti in territorio francese e sono a conoscenza di versioni più datate risalenti all'Inghilterra ottocentesca). Cosa ti ha colpito e cosa ti ha affascinato in particolare di questo mito?

Arona:  La verosimiglianza. Mi dicono che ancora oggi qualcuno nel mese di dicembre lascia un mazzo di fiori al Km 98 della Bologna-Padova. Poi c'era, sul sito originale, questa faccenda della proiezione astrale a chilometri di distanza dal punto d'impatto, ovvero in quattro autostrade diverse altrettanti automobilisti hanno (avrebbero) avuto l'illusione di “passare attraverso” il corpo etereo di una giovane terrorizzata in centro strada, capelli biondi e giubbetto rosso, alla stessa ora dell'investimento. Non l'ho mai usato questo spot narrativo nelle mie varie declinazioni, però è notevole e non è detto che in futuro avvenga. In ogni caso Melissa – con la faccenda che pare una urban legend costruita ad hoc – è una perfetta e misteriosa ghost story contemporanea. Se non l'avessi raccolta io, lo avrebbero fatto altri.

Nick:  In seguito hai continuamente sviluppato il personaggio di Melissa trasformandolo lentamente una sorta di tuo personale avatar della distruzione) quasi come se lentamente tu stessi creando diversi tasselli di un unico affresco. Un grande puzzle di cui volta per volta riveli nuovi particolari. Ti ci riconosci in questa descrizione?

Arona:  Descrizione perfetta. L'essenza prismatica di Melissa viene svelata a poco a poco nei miei romanzi a lei dedicati. Contributi miei e di tanti altri amici scrittori. Melissa appartiene a tutti coloro che vogliano scriverne.

Nick:  Come dicevamo prima però un po tutta la tua narrativa rappresenta un lungo immenso lavoro di contaminazione letteraria. L'idea che mi sono fatto sulla base di alcuni tuoi romanzi (Malapunta e L'Estate di Montebuio) è che molti di loro richiedano una lettura su più livelli, in un continuo gioco di rimandi e stravolgimenti. Anni fa nella mia recensione di Malapunta paragonavo le tre parti in cui era suddiviso il medesimo ai livelli di un videogioco (o di un percorso iniziatico) in cui il lettore \ giocatore assumeva sempre maggior coscienza e poter riguardo allo svolgimento della trama. E' una ricostruzione sbagliata la mia?

Arona:  È talmente giusta che la prima parte di Malapunta è proprio un videogioco raccontato in soggettiva da un Avatar del medesimo. E quel che succede dopo, Apocalisse compresa con inversione dei poli magnetici, ne è una diretta conseguenza. La confusione tra le varie dimensioni vitali – il sogno, la realtà (realtà?), gli universi contigui – è una caratteristica del mio lavoro.

Nick:   Un' altra costante dei tuoi romanzi è che molti i i tuoi personaggi: da Morgan Perdinka (de L'Estate di Montebuio) fino al Nico Marcalli di Malapunta) sono un po tutte versioni di te viste alla luce di uno specchio deformante. Per la seconda volta ti chiedo se questa è una mia impressione sbagliata?

Arona:  Non sempre sono mie versioni. I due Morgan Perdinka – lo scrittore e il chitarrista – di certo lo sono, va da sé. Hanno il mio carattere e praticano i miei “mestieri”. Nico Marcalli, però no: è uno stronzo arrogante, ricco e viziato, che di sicuro, scivolando nel finale, un po' si riscatta, ma resta sempre un mediocre nel quale non riesco a identificarmi. È il motore dell'azione, non si discute, ma appartiene -intenzionalmente da parte mia – a una categoria umana e sociale con la quale nulla spartisco.

Nick:  Nel 2009 hai curato l'antologia collettiva"Bad Prisma" per la collana Epix Mondadori. L'antologia nelle intenzioni originali avrebbe dovuto rappresentare una sorta di "espansione" dell'universo di Melissa, nei fatti molti lettori hanno lamentato una sorta di insoddisfazione riguardo al risultato finale. La mia personale opinione è che l'idea iniziale fosse molto buona ma che l'antologia avrebbe avuto bisogno di un maggiore editing e coordinamento. Visto che è passato qualche anno da quella uscita e si può analizzare il tutto con maggiore serenità ti chiedo Tu cosa ne pensi delle varie critiche ricevute e qual è la tua opinione su quell'antologia?

Arona: Partiamo dalla genesi del prodotto e dal mio ruolo, dichiarato ed effettivo, ovvero curatore. Io mi sono occupato di raccogliere i testi, spiegare ai vari autori che dovevano fare, valutare i contributi e montarli in un crescendo cronologico e tematico. Per far questo, nel corso di alcuni mesi, ho dovuto incorniciare i racconti in una sorta di calendario ideale in grado di armonizzare le scorrerie di Melissa in un continuum analogico e temporale. In tale operazione mi è partito uno svarione ai danni del fraterno amico Edo Rosati. L'unico che io sappia. Non ero l'editor, mestiere che non sarò mai in grado di svolgere, anche per scelta, e che in genere confondono con il curatore di collana. Non sto dando colpe a nessuno, sia ben chiaro, neppure mi sogno. Però era un dato di fatto allora per la category edicola Mondadori – oggi non lo so più come vanno le cose... - che né il curatore né gli autori avevano la possibilità di farsi la prima bozza, ovvero il minimo sindacale per il “visto si stampi”. Né per il singolo racconto né per tutto il lavoro nella sua completezza. Questo per la logica stringente di meccanismi a base di tempi strettissimi dove un pugno di persone dovevano smazzarsi quattro, se non cinque, uscite mensili. Così perlomeno era... Io, per due Segretissimi, qualche antologia e il mio Epix personale (Bad Visions) non ho mai corretto bozze perché non c'era il tempo. Così pure per l'antologia Urania Horror nippo-italiana Onryo – Avatar di morte, sulla quale Massimo Soumarè e io abbiamo sputato sangue (e dove ci stavano una settantina di note esplicative sui misteri della lingua e della cultura giapponese tutte saltate a nostra insaputa... praticamente un controcanto saggistico, a parere nostro indispensabile). Alla richiesta, all'apparenza quanto mai normale, di un giro di bozze almeno (lavorando una ventina d'anni fa con Marco Tropea se ne facevano tre...), la risposta è sempre stata: Tranquillo, fidati, non c'è tempo. Ed era vero, in quelle condizioni non c'era tempo. Altrimenti i mensili sarebbero divenuti trimestrali. Stando così le cose, chi sono io per rompere i coglioni a una redazione, magari composta da solo due persone, sottoposta a un lavoro a dir poco improbo, o al direttore di collana che è un grande amico cui voglio bene? Non mi sogno nemmeno, per come sono fatto io, di fare il saccente sulle sviste che poi alla fine sono anche dei colpi di sfiga. In Italia era diffusa ai tempi di EPIX la sindrome del commissario tecnico. E di sicuro la sindrome impazza ancora. Criticare va bene. Hai comperato il libro? Non ti è piaciuto? Ti ha fatto schifo? Hai trovato tre refusi? Perfetto, lamentati, è tuo diritto. Sull'operazione EPIX però, concedimelo, c'è stato un tiro incrociato, spesso addirittura preventivo, a dir poco ingeneroso. Una serie di valutazioni incivili e indisponenti a partire dal nome della collana e poi sulla scelta dell'altalena dei generi (ricorderai, si spaziava dal fantasy alla fantascienza, all'horror con notevole apertura agli italiani...) e poi ancora sui troppi – secondo qualcuno – autori nostrani pubblicati con punte di vero delirio, tra le quali ricordo ancora di una persona che mi definì “capo della cricca milanese dei soliti noti”. A me, che abito ad Alessandria e che forse vado a Milano una volta all'anno, mah... La chiudo, perché sembro astioso, e l'acrimonia – chiunque mi conosce può confermarlo – è un sentimento che aborrisco e non mi appartiene. Però, accidenti, giusto per dare un senso al tutto, una valutazione su un'operazione del genere – senza precedenti in Italia – non può basarsi soltanto sulla caccia alle sviste con la lente d'ingrandimento. Bad Prisma fu un'antologia straordinaria nel concept con racconti ottimi, altri solo buoni e un paio di sperimentali che potevano anche non piacere. Ma lasciò a tal punto il segno che era già in pista un Bad Prisma 2 (qualcuno di quei racconti è transitato dopo anni nell'antologia di Delmiglio Le maledizioni di Bassavilla) e lo stesso Delmiglio ha mandato alle stampe nel 2010 Melissa e dintorni – Tributo a Danilo Arona che, oltre a farmi tremendamente imbarazzare, ospita una ventina di altri scrittori, tutti alle prese con la loro declinazione del fantasma biondo in conferma del carattere “virale” del personaggio. Un grande onore e altrettanta responsabilità.



Nick:  Sempre nel 2009 esce l'antologia Ritorno a Bassavilla curata dalle defunte edizioni XII. Bassavilla, ormai lo sappiamo tutti, è in realtà la tua ricostruzione letteraria di Alessandria la tua città. Descrivici il tuo rapporto con la tua città ed i motivi per cui hai deciso di eleggerla a protagonista di molte delle tue vicende narrative.

Arona:  Alessandria non è nera, è grigia. Un colore splendido per ambientarci le mie storie. È grigia per le nebbie, per i tanti crimini insoluti, per il carattere degli alessandrini. E i fantasmi, se mai hanno avuto un colore, sono proprio grigi. Come quelli di Pavia fotografati da Giorgio Rambaldi. Ma l'operazione di eleggere la propria città o la propria regione a teatro di vicende romanzabili lo facciamo in tanti: Baldini, Nerozzi, Fantelli, Lombardi, Borgio, Musolino, etc... Andando a memoria, qualcuno lo dimentico, ma il concetto è chiaro. Persino il sommo vate King non si allontana dal suo Maine. Io ad Alessandria ci vivo bene, anche se diventa sempre meno riconoscibile. La sua identità si sta spappolando e ci sono sempre meno alessandrini. Di sicuro è un processo irreversibile. La società multietnica, l'accoglienza, l'integrazione, tutte belle cose, ci mancherebbe, ma la comunità, lo zoccolo duro dei “mandrogni”, non abita più qui.


Nick:  Vorrei allargare la domanda precedente allargandola a tutta la tua regione. Il Piemonte è una terra ricca di tradizioni (io stesso molte volte ho parlato delle masche) Quindi ti chiedo Quanta influenza ha nel bene o nel male il rapporto con la tua terra nella tua narrativa?

Arona:  Approfondendo la risposta precedente, se spendessimo qualche giorno della nostra vita a girare il Piemonte in lungo e in largo, faremmo così tanta incetta di storie, di luoghi, di case abbandonate e/o infestate e di castelli con leggende di fondazione da poter nutrire centinaia di enciclopediche pagine. Un antropologo attento e prezioso quale Massimo Centini lo ha già fatto per noi e i suoi libri sui misteri e sulla magia del Piemonte sono una bibbia per ogni appassionato. Compreso il cosiddetto scrittore horror.

Nick: "Ritorno a Bassavilla" rispetto a" Cronache" presenta una narrazione più corale, meno incentrata sulle vicende Melissiane e più sui fantasmi e sulle nebbie della tua terra. Intendevi in quel caso dare una tua personale lettura del filone del gotico rurale? Ad un livello ancora più generale ritieni che l'utilizzo del folklore regionalistico possa rappresentare l'arma giusta (o comunque una delle armi giuste) per una via italiana al fantastico?

Arona:  Ritorno a Bassavilla, per com'è stato concepito, è un'assoluta e totale invenzione di Daniele Bonfanti che ha scelto personalmente un po' di cronache dalla rubrica, non utilizzate per il libro di Flaccovio, e le ha montate a suo gradimento con una stupenda e commovente prefazione. Io in più ci ho messo i tre capitoli iniziali “inediti” sulla genesi della Melissa di Bassavilla, infilandoci un riferimento storico sull'Unione Telepatica di Alessandria che, ai tempi della Grande Guerra del 1915/ 18, si mobilitò per danneggiare con il potere della mente il nemico austriaco (non pensare stia scherzando, documenti storici inoppugnabili sono in mio possesso...). Questi tre capitoli hanno poi dato vita a un racconto che a breve sarà pubblicato negli USA all'interno dell'antologia Dark Italy – The Best Italian Horror. Operazione curiosissima per quel che mi riguarda perché La tremenda coalizione telepatica di Bassavilla è quanto di più “territoriale” abbia mai concepito e mi piacerebbe sul serio vedere la faccia di un americano che si legge una cosa del genere, distante anni luce dai suoi riferimenti ambientali.



Nick:   Nel 2010 esce invece "Blue Siren" un altra incursione nella saga melissiana, in quel caso attualizzi la vicenda de "Il Giro di Vite" di Henry James. Ho trovato molto intelligente e intrigante questa commistione, per cui ti faccio i miei complimenti. La mia domanda è questa: quante volte è possibile attualizzare e rileggere un classico senza snaturarlo?

Arona:  Secondo me non troppe. E ovviamente accostarvisi con il rispetto dovuto. Ma Giro di vite per me è come un conto aperto. James ha lasciato in sospeso tante di quelle sottotrame di straordinario fascino, vere e proprie sfide per un narratore impudente. Mi ha sempre intrigato lo spazio vuoto, creato ad hoc, sulla morte di Miles tra le braccia di miss Giddens. E, insomma, anche a quell'epoca un sospetto di omicidio colposo poteva starci. E anche il destino, che ho sempre immaginato miserrimo e infelice, di Flora. Ma l'input più straordinario a parere mio si chiama Peter Quint, il maligno giardiniere poi degradato, o sublimato, al rango di fantasma corruttore. C'è tutta la sua vita da riscrivere prima del suo arrivo a Bly e John Logan ha dimostrato, scrivendo PennyDreadful, che i classici hanno una potenzialità ancora tutta da esprimere. Ho trovato formidabile, nella prima serie, la fine che fa il vecchio Van Helsing, ucciso da un'adirata creatura di Frankenstein che sta passando dalle sue parti, ignara della sua nobile, stokeriana, identità... Se ci riesco – ma sono anche un po' troppo vecchio per sfide così impegnative -, scriverò il romanzo su Quint, un genio del male che commercia con le tenebre prima di trovare la sua nemesi a Bly.

Nick:  Vorrei tornare per un momento alla tua attività di critico e saggista: m'incuriosisce molto la tua partecipazione al volume La Notte di Villa Diodati, ce ne vuoi parlare?

Arona:  Nova Delphi mi ha chiesto una prefazione ai lavori della Shelley, Polidori e Lord Byron, scaturiti dalla mitica reunion del giugno 1816 sul lago Lemano in Svizzera. Non avendomi dato limiti di lunghezza, ho prodotto un centinaio di cartelle nelle quali credo che lo scrittore abbia prevalso sul saggista. In un certo senso ho partecipato anch'io alla sfida... Che ti devo dire? Ho ricostruito le movenze dei cinque partecipanti, utilizzando i diari della Shelley e di Polidori, infilandoci psicanalisi, antropologia, critica letteraria e tutto il mio limitato scibile. È stato divertente e, spero, costruttivo per chi voleva saperne di più del solito.

Nick:  Recentemente è uscito il volume "Medical Noir" scritto a quattro mani con Edoardo Rosati. Ti andrebbe di presentare questo volume ai lettori di Nocturnia?

Arona:  Volentieri, ma è quasi tutta farina del sacco di Edoardo. Intanto ci stanno quattro racconti suoi e soltanto uno mio a confermarlo. Il medico della coppia è lui, io sono un metafisico. È lui a portare avanti – tra i mille intoppi del quotidiano perché Edo lavora in RCS qualcosa come 16 ore al giorno ed è quasi impossibile coltivare il mestiere e la passione della scrittura in tali condizioni... - la macchina del “medical” per la quale abbiamo prodotto nell'arco di un ventennio Aqua Mala, La croce sulle labbra e KM 98. Comunque i suoi racconti sono dinamite pura, una scorreria scientifica ai confini della realtà (e proprio per questo perturbanti in senso freudiano). Il mio, dal titolo che rievoca Hitchcock (La finestra dell'ombelico sul cortile del Reale), si propone di sfidare la sopportazione fisica del lettore e del laureando in medicina... E unisce in un matrimonio impossibile David Cronenberg e Jimi Hendrix. Fa persino capolino un certo dottor Raglan...

Nick:  Secondo le tue impressioni di addetto ai lavori Qual è lo stato di salute della narrativa di genere fantastico in Italia oggi come oggi? E Quali tra i tuo colleghi scrittori- italiani e stranieri - segui con maggiore attenzione e interesse?

Arona:  Lo stato di salute è ottimo. Abbiamo scrittori – e scrittrici - stupendi, tanto nella vecchia che nella nuova guardia. Ma non farmi citare nomi e cognomi perché sono sempre più rimbambito e qualcuno magari me lo dimentico involontariamente. Ti dico solo che seguo con attenzione – e massacro di portafoglio... - tutto ciò che esce, sia di autoctono che di straniero, e casa mia è divenuta un babelico ammasso di libri. Nonostante la controindicazione, continuo a prediligere la carta. Comunque, italians do it better! Peraltro mi convince di meno lo stato di salute di un pubblico che troppo spesso sembra neppure esistere. E poi, ancora, con questa storia che ci trasciniamo dietro dagli anni sessanta... Sergio Leone che si tramutò in Bob Robertson... Solo un mese fa mi hanno proposto per un certo testo ancora in produzione l'americanizzazione dei miei dati anagrafici. Peraltro, dietro il costume editoriale che puoi trovare bizzarro e inopportuno, ci sta un pubblico che lancia segnali inequivocabili. Un amico carissimo ai vertici, ancora pochi giorni fa: «Scrivi quel che vuoi, ma fai in modo di trasmettere al pubblico che non si tratta di horror». Mah, ci sto ancora rimuginando... Perché non diventiamo adulti e usciamo una buona volta dalle gabbie dei generi? Qualche anno fa una delle storie più terrificanti l'ho letta da Sandro Veronesi, scrittore mainstream famoso per Caos Calmo. Si trattava di XY, straordinario, che invito ogni mio collega a corto di idee a leggere. Una discesa infera nei meandri del Male (con la maiuscola) con un inizio travolgente su una strage impensabile fra i boschi del Trentino. Pagine dense e meravigliose da parte di un grande autore che non ha paura di sporcarsi le mani con materiali... horror (si può dire?). Bene, se io avessi fatto circolare la sinossi di una storia analoga nelle case editrici dove mi stimano, stai pur certo che una mezza dozzina di risposte avrebbero suonato così: «La tua solita robaccia troppo horror!». E allora? Prendiamone atto, lo stato di salute di un certo pubblico e di troppi addetti ai lavori non è alla pari del meraviglioso stato di salute degli italici scrittori. Niente di male, io vado avanti lo stesso.

Nick: Progetti futuri. Cosa uscirà di tuo, di cosa ti stai occupando adesso e cosa dobbiamo aspettarci da Danilo Arona nel prossimo futuro.

Arona: Di mio – ma di nostro, perché si tratta di un lavoro a quattro mani con l'eccelsa Sabina Guidotti (come sai, non mi fanno scrivere più da solo perché faccio dei rotti...) - sta per uscire Land's End - Il teorema della distruzione – per Meridiano Zero. Forse è un libro sull'Apocalisse, ma non sta a me dirlo, che oltretutto sono agnostico. Poi, credo a fine anno, per gli amici di Vincent Books, gente in gambissima, esce la già menzionata raccolta di racconti (che si leggono come capitoli di un romanzo) su Morgan Perdinka, il chitarrista che vede la gente morta. Forse s'intitolerà semplicemente Morgan P. oppure Morgan e il Buio, vediamo. Infine la solita esagerazione di partecipazioni varie ad antologie, libri di cinema (uno in uscita su Vincent Price) ed eventuali perché non riesco a dire “no” a nessuno. Il mio grande amico Nero Nerozzi dice che è un brutto difetto. Soprattutto nei rapporti con l'altra metà del cielo...



Nick:  Bene, è tutto, nel ringraziarti per la tua disponibilità e per la tua gentilezza, ti chiedo se esiste una domanda alla quale avresti risposto volentieri e che io invece non ti ho rivolto?

Arona : Penso proprio di no. Sei stato esaustivo oltre ogni pensare. E poi è un'intervista di quasi 37000 caratteri. Forse è meglio se concediamo un po' di respiro a chi legge. Grazie, Nick.

BONUS CARD:  

Danilo Arona, classe 1950, giornalista, scrittore, musicista, ma anche ricercatore sul campo di "storie ai confini della realtà", critico cinematografico e letterario, instancabile "nomade" editoriale e forse qualcos'altro su cui si può tranquillamente sorvolare. Al suo attivo: un incalcolabile numero di articoli disseminati qua e là tra giornali locali ("Il Piccolo" di Alessandria, "Notes", "La Stampa" e "La Guida della Notte", creazione del compianto Nico Seminerio) e riviste varie ("Robot", "Aliens", "Cinema&Cinema", "Focus", "Primo Piano", "Carmilla", "HorrorMania" e "Il Corsaro Nero"); saggi sul cinema horror e fantastico ("Guida al fantacinema", "Guida al cinema horror", "Nuova guida al fantacinema - La maschera, la carne, il contagio", "Vien di notte l'Uomo Nero - Il cinema di Stephen King" e "Wes Craven - Il buio oltre la siepe") e saggi sul Lato Oscuro della Realtà ("Tutte storie", "Satana ti vuole" e "Possessione mediatica"). Da anni si dedica stabilmente alla narrativa, elaborando un personale concetto di horror italiano, legato alle paure del territorio, forse in grado di dimostrare che la nostra solare penisola è uno dei più vasti contenitori mitologici del pianeta: ormai decine sono i titoli dei suoi romanzi, che potete visionare alla sezione "Libri".



Nel campo della narrativa breve, numerosissime sono le sue partecipazioni alle più prestigiose, e innovative, antologie degli ultimi anni: "L'hotel dei cuori spezzati","Spettri metropolitani", "Jubilaeum", "In fondo al nero", "14 colpi al cuore", "Duri a morire", "ALIA - l'arcipelago del fantastico", "Se l'Italia", "Le tre bocche del Drago", "Anime nere", "Borsalino - un diavolo per cappello", "Colpi di testa" e "Tutto il nero del Piemonte". E suoi interventi sono reperibili in diversi lavori critici a più mani quali "Note di paura" (Granata Press), "La congiura degli Hitchcockiani" (Falsopiano), "L'esorcista - 25 anni dopo" di Daniela Catelli (PuntoZero), "Il cinema degli alieni" di Roy Menarini (Falsopiano), "2001 odissea dell'uomo" (Besa), "Le nuove leggende metropolitane" (Avverbi) e "Contact! Tutti i film su UFO e alieni" (Corrado Tedeschi Editore). Collabora, quando può, alle riviste online "Carmilla" diretta da Valerio Evangelisti e a "Horror.IT" di Andrea G. Colombo. E' stato membro, con Marco Tropea e Laura Grimaldi, del Comitato Scientifico di "ChiaroScuro - Tutti i colori del libro", il primo festival di letteratura italiano che si è tenuto per sette indimenticabili anni in Asti, ed è oggi parte attiva dell'iniziativa alessandrina Equi-Libri, rassegna multimediale e itinerante di musica, libri e altro, coordinata da Enzo Macrì e Angelo Marenzana.

14 commenti:

Ivano Landi ha detto...

Bella intervista, piena di cose interessanti.
Mi sono molto ritrovato nella particolare educazione ricevuta da Arona, non troppo diversa dalla mia. E anche nel mio caso, come mi è capitato di raccontare in giro in qualche blog amico, c'entra soprattutto una zia.
Poi Eerie, Metal Hurlant, le fanzine. E Robot, che nel 1975 era la mia rivista italiana preferita insieme a Il Mago. Per una volta ho davvero respirato aria di casa.

Ariano Geta ha detto...

Interessante scoprire come una zia anticonvenzionale possa "creare" uno scrittore.
Ce ne vorrebbero di più di zie così :-D

Nick Parisi. ha detto...

@ Ivano Landi
Invidio molto quel tipo di educazione, a me una zia Piera è mancata nella mia vita. Però ho avuto un nonno che mi portava al Cinema a vedere gli spaghetti western, gli 007 con Roger Mooree i film della coppia Hill-Spencer.
Meglio di niente, no?

Nick Parisi. ha detto...

@ Ariano Geta Ce ne vorrebbero davvero molte di più di ziette così. ;)
Oltre che scrittori creerebbero anche persone migliori.

claudio ha detto...

"...Prendiamone atto, lo stato di salute di un certo pubblico e di troppi addetti ai lavori non è alla pari del meraviglioso stato di salute degli italici scrittori..."

Da applauso.
Bravo Danilo (e bravo come sempre Nick)

Nick Parisi. ha detto...

@ claudio
Grazie Claudio, è sempre un piacere averti ospite su Nocturnia e quanto prima parliamo anche di Lovecraft's Innsmouth. ;)

Fabrizio Borgio ha detto...

Devo ringraziare per la citazione Danilo. Ne sono lusingato oltre ogni limite. Danilo Arona è un decano del fantastique nostrano, impossibile ignorarlo in ogni campo

Obsidian M ha detto...

Letto tutto d'un fiato! Incredibile come Danilo Arona abbia la capacità di trascinare il lettore dalla prima al'ultima riga anche quando risponde alle domande di un'intervista.
Davvero affascinante il racconto dei primi anni Settanta. vederlo elencare tutti quei nomi... beh...... si vede che c'è sotto una grande passione che dopo tanti anni ancora non è venuta meno. Tanto di cappello, davvero!

Nick Parisi. ha detto...

@ Fabrizio Borgio
E' bello per me, in quanto lettore, vedere la stima reciproca esistente tra te ed Arona.
Apprezzo molto questo tipo di rispetto tra artisti.

Nick Parisi. ha detto...

@ Obsidian Mirror
Gli anni 70 hanno davvero rappresentato una fucina di artisti, una gran vivacità di idee nonché uno sviluppo della Cultura che non ha avuto eguali e forse è stato l'ultimo periodo della storia del nostro paese in cui questo è stato possibile, prima che cominciasse l'omologazione dei decenni successivi, omologazione che stiamo ancora vivendo. Di questo ne sono sempre stato convinto e dichiarazioni come quelle fatte da Arona me ne fanno convincere sempre di più.

Lucius Etruscus ha detto...

Un autore mitico e un mitico intervistatore: non può che venir fuori roba buona;-)

Donata Ginevra ha detto...

bellissima intervista, complimenti a entrambi!

Nick Parisi. ha detto...

@ Lucius Etruscus
L'intervista è venuta davvero molto bella, il risultato poi è stato ottimo grazia alle risposte di Arona che davvero non si è risparmiato per niente.

Nick Parisi. ha detto...

@ Donata Ginevra
Grazie nipotuzza!

Ricordando il passato

Ricordando il passato
 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...