"DIABLERO", L' HORROR CHE ARRIVA DAL MESSICO.

 

Città del Messico non è mai stata un luogo facile dove vivere, eppure ultimamente il numero delle persone scomparse pare aumentare, sopratutto bambini ed adolescenti. La polizia locale, distratta da molte, troppe altre cose non ha molta volontà di occuparsi del fenomeno mentre il Clero messicano ha i suoi motivi per nascondere o minimizzare il numero degli scoparsi. Dopo l'ennesima sparizione, Padre Ramiro Ventura, un giovane prete decide di agire per conto suo. Tutto sembra portare ad una pista soprannaturale, per questo Padre Ventura ha davanti a sè un' unica opzione: quella di rivolgersi ad un cacciatore di Demoni. O come li chiamano in Messico, un "Diablero".

Di solito quando si parla del Messico si passa tra due estremi fin troppo distanti tra loro: da un lato nomi come Acapulco, sinonimo di bianche spiagge vacanziere degne del turismo più cosmopolita possibile, dall'altro storie di corruzione, povertà, criminalità esasperata e narcotraffico. Mondi lontani l'uno dall'altro quanto possono essere le stelle e la torba. Stereotipi,  a volte molto esagerati. ma del resto ogni luogo ha i suoi. La realtà è che il popoloso paese centro-americano, a volte, fatica a difendere una sua dimensione identitaria schiacciato com'è dal suo fin troppo ingombrante vicino.

 La cosa vale un poco per tutti i campi, comprese le varie specificità artistiche e culturali. Certo ci sono state delle eccezioni, ma se si volesse porre la domanda su cosa conosciamo della letteratura,del Cinema o della serialità di genere sci-fi od horror di quel paese, la maggior parte di noi si limiterebbe ai film con i vari luchadores mascherati (come Santo o Blue Demon, due autentici miti in patria) e con i loro scontri contro i vari alieni, vampiri e mostri vari. Film trash che più trash non si può, serie Z nel senso più autentico del termine,girati con una povertà innata di mezzi, che però si prendevano fin troppo sul serio nelle ambizioni degli autori. Qualcuno tra i più esperti tra noi, poi al massimo poi aggiungerebbe i nomi di qualche attore messicano come Ricardo Montalban finito a lavorare nei set statunitensi. E dopo magari scenderebbe un imbarazzato silenzio.

Ma, come spesso accade, le cose -per fortuna- sono molto più complesse di quanto si potrebbe pensare.

Francisco Gerardo Haghenbeck Correa.

Nel 2011 esce un romanzo a metà strada tra il fantasy e l'horror. Il titolo non lascia nessuno spazio all'immaginazione: El Diablo me Obligò. A scriverlo è un artista sconosciuto da noi ma popolarissimo in patria, il suo nome è Francisco Haghenbeck, ufficialmente sarebbe un architetto, ma preferisce dedicarsi alla scrittura di opere di narrativa e alla sceneggiatura di fumetti. La stampa nazionale e anche parte di quella internazionale lo definisce in incrocio tra Quentin Tarantino ed Alan Moore. Definizione forse esagerata, ma di sicuro il romanzo e molte delle opere precedenti e successive di Haghebeck fanno breccia nel pubblico venendo tradotte anche in diverse nazioni (non in Italia però) Cina compresa.

La cosa non si arresta lì, alcuni anni dopo il romanzo conquista l'attenzione delle nascenti piattaforme streaming. In particolare quella di Netflix desiderosa di espandersi e di conquistare nuovi mercati.

 Nel 2018, pochi giorni prima di Natale esce per Netflix Mexico (con la co-produzione della locale Morena Films) la prima stagione di Diablero ispitata in tutto e per tutto al romanzo di Haghenbeck. Otto puntate in tutto della durata media di una quarantina di minuti.  Il tutto ad argomento Orrorifico. 

Nella cultura popolare centro-americana un diablero è una bizzarra figura a metà tra lo stregone o un esorcista e un guaritore\ conoscitore delle medicine tradizionali, di norma si tratta di figure femminili. In alcuni casi però anche i figli maschi delle "diablere" possono ereditare in tutto o in parte poteri e conoscenze delle loro madri. Quello che non cambia è che si tratta di persone di norma, ripeto di norma votate al bene della comunità nella quale vivono.

Il romanzo di Haghenbeck prima e la serie poi non fanno altro che riprendere ed adattare ai tempi moderni il concetto di base. Nonché il tentare di rendere la serie adatta sia al mercato interno che a quello internazionale.

 Pratica non sempre facile, sappiamo tutti che anche l'estetica e il gusto del perturbante sta vivendo una sorta di continua globalizzazione,  fa parte del gioco del vivere in un mondo sempre più interconnesso, però il rischio è quello di ridurre tutte le produzioni ad un'amalgama senza personalità e senza nessun tipo di originalità.

 Con "Diablero" per fortuna questo rischio viene soltano sfiorato. In maniera molto marginale.

Ci sono certamente tanti, tantissimi richiami al sempre più invadente immaginario Norte-Americano, del resto nessuno oggi come oggi ne può fare a meno, ma i riferimenti alla vita, alla società, alla cultura locale permeano profondamente ogni episodio della serie. Si passa dagli aspetti più spiccioli come le critiche all'inedia della classe politica latino-americana o alle ipocrisie di quella che si può considerare la vera istituzione dominante messicana, e cioè la Chiesa Cattolica, fino all'ironia sullo scarso valore delle prestazioni sportive de "El Tricolor", l'affettuoso nomignolo dato dai tifosi del posto alla loro nazionale di Calcio. Ma è sopratutto dall' immaginario orrorifico locale che lo show pesca a piene mani. L'iconografia mostrata è un misto, anzi un vero e proprio sincretismo tra ispirazioni cristiane e quelle derivanti dai popoli pre-colombiani. Vale sia per le figure positive che per quelle antagoniste, sia per quanto attiene alle doti del protagonista, il diablero che ha un nome che è tutto un programma e cioè Heliodoro Infante detto "Elvis", sia per le creature che combatte. Il Male infatti in Diablero è molto più antico del cristianesimo ed assume forme decisamente inusuali.

Preti dalla condotta e dal temperamento poco ortodosso, supereroine kitch e varie tipologie di indemoniati forniscono il giusto contorno di comprimari tra gli aiutanti del protagonista, un gruppo poco amalgamato, all'apparenza, che occhieggia le tante famiglie allargate che Joss Whedon presentava all'interno delle sue serie prima che le recenti polemiche lo facessero cadere un poco in disgrazia . L'equilibrio tra ostentato umorismo e dettagli macabri alle volte può risultare un poco troppo sopra le righe, Elvis Infante sovente ha i modi e i toni di un John Constantine in salsa Mariachi (e lo dico senza alcun intento derisorio), però Diablero si fa guardare e regala più di qualche momento indovinato.

 


Nonchè uno squarcio su cosa venga prodotto e che possa essere considerato horror a latitudini così tanto lontane da noi.

Due parole sul cast, il protagonista "Elvis" Infante è interpretato da Horacio Garcia Rojas, già visto in un ruolo minore in Narcos: Mexico. Padre Ventura invece ha il volto del cantante pop Christopher von Uckermann, altro nome che alla maggior parte di noi dirà poco o niente ma che in patria gode di una certa fama per la sua attività di musicista.  Completano la crew per le parti femminili l'altra cantante messicana Fatima Molina e le attrici Giselle Kuri e la veterana Dolores Heredia. Tutte decisamente indovinate nella parte.

Christopher von Uckermann e Horacio Garcia Rojas.
  

Niente di trascendentale, ma una discreta visione, non un capolavoro ma un prodotto onesto e realizzato anche relativamente bene.

Di "Diablero" sono state realizzate due stagioni, rispettivamente di 8 e 6 episodi l'una. Anche con un buon share, sopratutto per quanto riguarda la prima serie.

Purtroppo però non ci sarà una terza stagione. E nemmeno altri romanzi sui vari personaggi presentati. Il 4 aprile di quest'anno Francisco Haghenbeck è morto per complicanze dovute all'epidemia di Covid-19 che ha flagellato e sta flagellando l'intero pianeta.

 Anche in queste circostanze, l'orrore immaginato non può niente contro quello reale dovuto alla pandemia.

Il giorno che ne usciremo fuori non dovremo mai dimenticare tutte le persone che ci siamo lasciati dietro. 

BONUS CARD: LA MUSICA IN DIABLERO.

Il legame della serie con la musica e con le tradizioni locali risulta fortissimo ed incondizionato sin dalla sigla, note e lyrics dei coloratissimi opening credits prendono a prestito una emblematica canzone di un ancora più emblematico gruppo musicale nativo.

Mano a mano che scorrono le immagini della sigla risuonano in video parti di Futuro, canzone tratta dall'ultimo album dei Café Tacvba.

La formazione dei Café Tacvba.
 Ennesimo nome che alla stragrande maggioranza di noi non dirà niente, i Café Tacvba rappresentano una storica e famosissima band di Città del Messico in nato nal 1989 e tutt'ora in attività.

Il nome della band è un omaggio ad un importante locale della città, il Café de Tacuba, celebre in Messico per essere stato da sempre ritrovo di artisti e luogo di nascita di numerose correnti estetiche. Il gruppo noto anche per le sue coloratissime performance ai limiti del kitsch, nelle sue composizioni unisce diversi stili: dal rock puro, fino al punk e all'hip hop senza pero tralasciare la musica regionalistica latino-americana.

Futuro in particolare, composto nel 2017, QUI trovate il video ufficiale, è un concentrato di molte delle tipicità dell'anima messicana e del particolare rapporto di quel popolo con la Vita e la Morte.

Immagine dal video ufficiale di "Futuro".
 

Ad un primo ascolto le sonorità dei Café Tacvba potrebbero apparire stranianti e non per tutti i gusti, la loro musica è più un acquired taste, un ascolto che s'impara ad apprezzare un poco alla volta fino a trasformarsi in un qualcosa di cui non dico che non se ne possa più fare a meno, ma in qualcosa che senza che ce ne rendiamo conto finiamo per risentire più e più volte.


2 commenti:

Pietro Sabatelli ha detto...

Mai sentita questa serie, che tuttavia interessante è certamente, l'horror tira ;)

Nick Parisi. ha detto...

@ Pietro Sabatelli
È vero, al di fuori degli utenti Netflix più sfegatati la conoscono in pochi fuori dai confini messicani. ;)

Ricordando il passato

Ricordando il passato
 
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